Eroina

In questi giorni si è parlato molto di Pamela e di Desiré. E si è parlato anche di Stefano. Si è parlato dei loro carnefici, si è parlato del disagio di certe vite ai margini, si è parlato anche di immigrazione incontrollata, di quartieri degradati, di solitudini e di criminali. Si è parlato di questo e molto altro. Ma si è parlato relativamente poco di droga. Che poi, a ben pensarci, è forse la vera, grande protagonista di queste storie tragiche.

 Su questo tema Verona e i veronesi possono raccontarne tante. Ed è per questo che pubblichiamo questa lettera  che abbiamo ricevuto e che spiega molto bene come può essere la vita di un giovane “giusto” capitato nei luoghi e negli ambienti potenzialmente “sbagliati”. Potenzialmente, perché che siano sbagliati è spesso una percezione solo esterna. Chi vive il dramma della droga ha bisogno di amore, tanto, tantissimo, per uscirne. E anche così è quasi impossibile scappare via da questa dipendenza. E l’autrice di questo scritto, Barbara Salazer, ce lo spiega con parole chiare e dirette come lame.

 

 

Io l’eroina l’ho vissuta. Nata nella splendida Bangkok d’Italia e cresciuta in uno dei quartieri del mercato al dettaglio in quegli anni ’70 che altri amano definire di piombo ma per me, per noi, sono gli anni di vetro, delle siringhe piantate negli alberi.

Andando a scuola tagliavo da scorciatoie in mezzo ai palazzi, per recuperare il ritardo, e passavo accanto alla finestra a piano terra dove, fin dalle prime ore del giorno, si riunivano gruppetti di ragazzi aspettando che la tapparella si alzasse di pochi centimetri, che una mano anziana si sporgesse a prendere i loro soldi e poi tornasse a uscire con il prezioso pacchettino. Un scena come quelle viste in TV, delle zone in emergenza umanitaria quando arriva il camion con i pacchi alimentari: gli stessi sguardi pieni di attesa odio determinazione competizione bisogno; la stessa fame, occhi troppo grandi per la faccia e piedi che non ne vogliono sapere di stare fermi.

La schiuma che esce dalla bocca mi sembrava il Dixan nella lavatrice, che ai tempi era in polvere e montava come panna montata ai primi giri del cestello. Ancora adesso un esempio migliore non mi viene in mente. Ho imparato a chiamare il 113 che non avevo nemmeno dieci anni; dal telefono di un bar dicevo il nome della via, in quale panchina o parchetto avevo visto la schiuma e poi tornavo là ad aspettare l’ambulanza.

Tutti abbiamo visto la scena cult di Pulp Fiction in cui Mia viene salvata dall’overdose. Tutto vero, come nel film: siringa da cavallo, iniezione nel costato e l’esplosione – anche spaventosa le prime volte – di ritrovata vitalità da parte del paziente. Però il romanzo finisce lì.

Ripresi i sensi, non vengono ringraziati i soccorritori con occhi languidi, nello sguardo non passano né gioia per lo scampato pericolo né gratitudine. Il povero cristo non trova di meglio da fare che guardarsi intorno come appena sveglio, sussurrare il nome della persona che era con lui mentre si legava il braccio (sparita nel frattempo per ovvi motivi) e sparare parolacce e odio contro chi l’ha riportato alla realtà, chi gli ha fatto sprecare i soldi racimolati con tanta fatica risvegliandolo.

L’overdose è il più dolce dei sogni, per un tossico.

L’eroina non è una cosa veloce, una pillola da inghiottire. Una pera richiede tempo, cura e attenzione. Si prepara lentamente, in passaggi precisi e chi compie questi gesti ha tutto il tempo di pensare che questo potrebbe essere l’ultimo buco, che potrebbe anche non riaprire gli occhi, che forse potrebbe non tornare a soffrire. Quando appare la goccia di sangue nella siringa nasce anche un sorriso terribile, che se lo vedi non dimenticherai più: il sorriso di chi è all’inizio del meraviglioso viaggio ma anche perfettamente consapevole di avvicinarsi ogni volta pericolosamente alla fine.

Nel mio quartiere, tra ragazzini, li chiamavamo ‘sbusoni’: una parola che è una sorta di spregiativo di quel ‘buco’ che è inizio svolgimento e fine di ogni giornata, spinta dietro ogni azione e radice di ogni pensiero. Li riconoscevi facilmente, molti di loro erano fratelli grandi di amici tuoi o figli di amici dei tuoi genitori. La mia nonna ci ammoniva di non andare in certi posti “che ci sono i drogati” ma, pur avendo incontrato diversi mostri, non mi hanno mai fatto spaventare, erano lenti e gentili. Noi ragazzi eravamo ovviamente curiosi e immaginavamo accadessero cose incredibili nei vagoni abbandonati sul moncone in disuso della ferrovia. E invece no.

Li spiavamo mentre chiacchieravano, salutavano il nuovo arrivato, si raccontavano questa o quella cosa, apparentemente importantissima. Facevano insomma le stesse cose nostre, raccontavano storie proprio come noi sugli abeti davanti a casa.

Poi però si spegnevano.

Uno a uno.

Calava un silenzio pesante, lungo.

Il quartiere dove sono cresciuta era terra di nessuno, la polizia sequestrava i motorini con la marmitta elaborata ma non toccava le famiglie che distribuivano le bustine dalle loro finestre o tramite ragazzi troppo dentro alla melma per poter rifiutare. Ogni tanto se la prendevano con qualcuno buttato su una panchina, lo riempivano di calci e lo insultavano, con il benestare e quasi il tifo della genteperbene (sì, ho sempre pensato fosse un’unica parola). Punivano chi stava già punendo se stesso per un errore di leggerezza, per un momento sbagliato nel posto sbagliato; mentre i veri responsabili giravano indisturbati e con lo sguardo tenero con cui l’allevatore guarderebbe i suoi vitelli. Lasciate che i bambini vengano a me.

Di bambini ne abbiamo persi tanti lungo la strada. Metà dei miei compagni di scuola delle medie non ci sono più, un numero anche più grande è stato coinvolto ma è riuscito miracolosamente a non finire male.

Forse è più corretto e rispettoso dire che non è finito peggio, non è così bello nemmeno sopravvivere.

La tua vita è legata a doppio filo a un’altra droga, il sostituto legale dell’eroina. Prendi l’autobus alla mia fermata, jeans e giubbino di pelle che hanno visto giorni migliori. Hai la mia età ma ne dimostri venti di più, con quei buchi a macchiare un sorriso che comunque non mi fai mancare mai. Hai i tatuaggi di quegli anni, quando non era una moda e c’era praticamente un solo posto dove potevi guadagnarteli: sono tutti sbiaditi ormai, le linee sfuocate, questo sul braccio potrebbe essere un drago o una spada.

E’ un leone – dici tu, il nostro segno zodiacale.

Sei qui alla mia fermata, ma stai già camminando, quei piedi sempre in movimento, dondoli da uno all’altro, calcolando mentalmente quanto tempo manca ancora.

Tutte le volte a contare i minuti di questo autobus, poi quelli per il cambio, poi quelli per arrivare camminando. E ci sono giorni in cui avresti davvero bisogno di essere già arrivato, sono quei giorni in cui ti chiedi se è stata la fine migliore. Ma se c’è il sole, allora cacci il tuo sorriso e illumini anche me.

Avevo un morosetto ai tempi delle medie, un ragazzo cattivo ma che con me era dolce e affettuoso. Il primo amore come nei libri delle sorelle, quello che ti fa battere il cuore davvero per la prima volta. Era un’epoca molto diversa ovviamente e i ritmi, anche in amore, erano molto più lenti. Ci davamo dei baci negli angoli della palestra, dietro ai materassi per il salto in alto e una volta ci hanno sorpresi e portati entrambi dal preside. Era tenero e protettivo, mi faceva sentire benissimo.

Non sapevo che al tempo fosse già inserito in giri loschi, conoscevo la sua fama di combina guai – che agli occhi miei aggiungeva fascino e mistero – niente di più. Tante volte andavamo a spasso in due sul mio Ciao bianco, mi stringeva forte e parlava nel mio orecchio, mai avrei sospettato che ci fosse più di amicizia tra lui e le persone che andavamo a trovare. Probabilmente facevo il corriere senza saperlo, mi ha sempre tenuta completamente al di fuori di tutto. Ma lui c’era dentro mani piedi e verso la fine anche sangue.

Ricordo una litigata sulle panchine per cercare di riportarlo da me, per fargli capire le cose belle che aveva intorno. Ho ancora in bocca il sapore di quello sguardo, di chi sa tutto e capisce tutto ma.

Una mattina tirando su la tapparella vidi una scritta proprio sotto la mia finestra: Baby ti amo.

La scritta è ancora là sullo stesso muro e ogni tanto, in certi momenti, vado ancora a guardarmela. Ho preso una strada diversa dalla sua fin da quel giorno, ho avuto mille occasioni che lui aveva già sprecato, ho fatto scelte a cui aveva rinunciato.

Baby ti amo, stocazzo! Baby ti amo ma – questa sarebbe stata la formula giusta.

La scritta è ancora là, lui invece non c’è più.

Chi l’eroina l’ha vissuta non si stupisce di niente. Si perde la verginità verso le situazioni più degradanti molto presto, sembra tutto normale dopo un po’.

Il ragazzo che era nella stessa sezione, un anno più grande, che ti chiede cento lire e tu gliele dai, magari anche 500 se le hai. L’amica di tua mamma che viene a piangere perché il figlio si è portato via qualche aggeggio d’argento o ruba dal portafogli di papà. Arrivi alla macchina e non c’è più l’autoradio ma la recuperi subito, pagando solo 5.000 lire perché non sapeva fosse la tua, bella però. Vedi la nonnina del palazzo accanto con la stampella e scopri che un nipote le ha fatto visita con un paio di amici. La sorella della tua migliore amica che ha fatto ogni cosa prima dei 15 anni, a chiunque fosse disposto a pagare, anche poco; e questa brutta storia non l’hai mai veramente superata e ha messo in crisi per anni il tuo personale rapporto con il sesso. Ascolti tutto ma non senti più niente, è tutto già visto, niente più ti sorprende.

Nel frattempo la tua vita va avanti, studi e impari, giri il mondo e trovi un buon lavoro. In fondo sono gli anni del boom economico, tutti cercano personale qualificato e la concorrenza è davvero poca. Un’intera generazione è stata inghiottita dall’eroina. Comincia il primo con un’overdose, un amico compra roba tagliata male; si aggiunge un altro che conoscevi meno ucciso in una rapina, altri vanno in prigione e magari fanno i nomi e non li rivedrai mai più in ogni caso. Senti poi che quel ragazzo stupendo col sorriso di Gassman che una volta a una festa della scuola ci ha provato con te (e forse c’è pure riuscito) si è preso una malattia nuova col nome difficile, perché non bastava l’epatite a mietere vittime. Qualcuno se ne va con clamore, altri nel più totale silenzio. Ai funerali genitori distrutti e sollevati al tempo stesso, amici che ormai fanno la conta di quanti ne restano e decidono tutti insieme di cambiare vita. Ogni volta.

Quel che indigna la genteperbene, tutto ciò che fa urlare allo scandalo e rimbombare gli anatemi e giurare vendette, non mi tocca. Non mi arrabbio nemmeno più per lo sfoggio di ignoranza, penso soltanto al buco nero di solitudine bisogno e paura in cui è precipitato il disgraziato di turno. Loro non sanno che è un buco in cui si può cadere, non ci sono staccionate dipinte di bianco. È nascosto dall’erba, verso il bordo pure un po’ in discesa. E non sempre, mentre si scivola, si ha la forza o la voglia o la disperazione di aggrapparsi a un ramo. Non penso a trovare le colpe o a sputare sentenze, mi vengono in mente soltanto gli occhi delle mamme.

Io l’eroina l’ho vissuta. L’ho sopra-vissuta, per così dire.

Ho pensato molte volte a come, a cosa in fondo in fondo mi abbia salvata, cosa ci fosse in me di diverso dagli amici e conoscenti che non ce l’hanno fatta. Ho avuto solo fortuna.

 

Ernesto Kieffer

Inizia nel 2000 a collaborare per alcuni periodici veronesi come “”L’Altro Giornale”, “L’Adige” e “Verona Fedele” e ottiene nel 2002 il patentino di Giornalista Pubblicista. Laureato, casualmente, in Giurisprudenza nel lontano 2003, è – suo malgrado – dal settembre di quello stesso anno un impiegato di banca. Nonostante ciò, persegue con costanza davvero invidiabile il sogno di essere un giorno un giornalista a tutti gli effetti e si lancia nel corso del tempo in più di qualche folle progetto editoriale. L’ultimo? Ma “Il Nazionale”, of course. Pratica con “inequivocabili” risultati il calcetto e millanta di essere un musicista. Ma sono notizie false e tendenziose.

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