Lunedi 26 dicembre 2016

Lo sterminio sconosciuto degli Italiani di Crimea

6 MARZO –  La presenza di comunità Italiane in Crimea e Ucraina ha origini antichissime, risalenti addirittura all’ Impero Romano fino ad arrivare alla Repubblica di Genova e Venezia. Questi accenni storici, rappresentano un’importante testimonianza dell’instaurazione di un incessante dialogo culturale e commerciale tra Stati. Tuttavia, occorre focalizzare l’attenzione su determinati eventi storico-politici del XIX e XX secolo, per capire l’attenzione di chi scrive, circa la storia della comunità Italiana di Kerch (Ucraina), ultimo avamposto orientale della Crimea prima di entrare in territorio russo.

Sorge spontaneo chiedersi il motivo per cui in Ucraina si trovasse una fiorente comunità di Italiani, ebbene dal 1830 al 1870 giunsero in Crimea, nel territorio di Kerch, ben due flussi migratori provenienti dall’Italia, principalmente dalle regioni Puglia, Campania, Liguria e Veneto. Migliaia di connazionali giunsero in Ucraina allettati dall’idea di poter trovare una nuova realtà professionale, soprattutto nel settore agrario e marittimo.

Sembra, dunque, che per tutta la seconda metà dell’800 fino ai primi del 900, si fosse instaurato un felice equilibrio, e che la comunità Italiana oltre ad essere molto utile nei settori produttivi suindicati, convivesse decisamente bene con la popolazione locale, pur mantenendo la propria dignità di minoranza etno-culturale. Basti pensare che a Kerch nel 1840, gli Italiani costruirono una Chiesa Cattolica Romana (detta ancora oggi la Chiesa degli Italiani). Nel 1920 la Chiesa di Kerch ebbe un Parroco Italiano, vennero costruite una scuola elementare e una biblioteca, ed in quel periodo il giornale locale pubblicava regolarmente articoli in lingua Italiana.

Durante la prima metà del 900 gli equilibri politico-economici internazionali iniziarono a mutare in modo radicale. Mussolini dopo il contestato successo alle elezioni politiche del 1924, instaurò la dittatura (gennaio 1925), consolidando negli anni il regime e affermando la supremazia del potere esecutivo. Nel 1924 un altro dittatore salì al potere, un dittatore riconosciuto come l’artefice del primo stato socialista del mondo: Stalin.

Russia e Italia divennero “acerrime” nemiche, in modo praticamente automatico si formarono due blocchi ideologico-politici: la Russia comunista e l’Italia fascista. Purtroppo “tra i due fuochi” si trovava la comunità Italiana di Kerch e su di essa (facile bersaglio dal punto di vista geopolitico), verso la fine degli anni venti, si abbatté la furia di Stalin.

Dei crimini di Stalin molto si è scritto, tuttora vengono analizzati e sicuramente ne discuteranno i nostri posteri, poiché egli si è reso responsabile dello sterminio di Tedeschi, Greci, Armeni, Bulgari, Ebrei e Tatari. La storiografia tende a ricordare tutti questi popoli tranne noi Italiani, perché il nostro sterminio, la nostra deportazione, il nostro olocausto sembrano avvolti da un’ombra. Migliaia di connazionali furono caricati su treni, e dopo estenuanti viaggi (sino alle steppe dell’Asia Orientale), costretti ai lavori forzati. Questa sistematica pulizia etnica si consumò fino alla morte di Stalin (1953), solo allora i pochi sopravvissuti iniziarono a tornare in Crimea.

Ogni passo da Kerch al Kazakistan copre la fossa di un Italiano, una fossa solo immaginaria perché non hanno nemmeno una semplice lapide su cui posare un fiore, e Dio solo sa dove i loro corpi possano trovarsi, vilipesi dal nemico e dalla storia. I nostri morti tornano a vivere grazie alle rimembranze dei pochissimi sopravvissuti e dei loro discendenti, i quali sentendosi più che mai Italiani, cercano di conferire giustizia ai loro avi. Gli unici mezzi di cui i 300 (dei 3.000 iniziali) Italiani rimasti dispongono, sono l’immensa forza dei ricordi e la voglia di far risorgere la comunità Italiana in memoria dei loro martiri.

Il loro dolore non riecheggia invano, fortunatamente giunge all’udito di sensibili giuristi; è opportuno citare il Professor Giulio Vignoli, giurista e storico italiano, autore, assieme a Giulia Giacchetti Boiko (presidente dell’associazione “Il Cerchio” degli Italiani di Crimea), del libro “L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani di Crimea”. Se ai connazionali morti è riconferita una dignità ed una Patria in cui posare la loro lapide, il merito va a chi studia questo delicatissimo periodo storico.

Ogni anno, alla fine di gennaio, si tiene, a Kerch in Crimea, la Giornata del Ricordo Italiano. Il 29 gennaio 2012 si sono commemorati i 70 anni dalla deportazione degli Italiani di Crimea avvenuta nello stesso giorno del 1942. Presenti alla messa cerimoniale e al rito dei garofani gettati nel congelato Mar Nero, l’associazione “Il Cerchio” degli Italiani di Crimea, Paolo Rausa e Ornella Bongiorni in delegazione della Associazione Regionale Pugliesi di Milano, e Andrea Bonazza dell’Associazione Uomo Libero di Trento.

Ad una disgrazia consumatasi dagli anni ’30 agli anni ’50 del ‘900, si aggiunge il dramma di una sterile classe politica che nulla fece e nulla sta facendo per salvare l’onore dei defunti. Sembra difficile comprendere come a distanza di così tanto tempo, nessuno voglia assumersi la responsabilità politica e morale di concedere almeno la cittadinanza Italiana ai nostri morti, purtroppo abbandonati nell’oblio dell’indifferenza.

Francesco Arcari

Seguici

Ricevi le notizie nella tua casella di posta elettronica


Oppure se utilizzi Facebook clicca