Mercoledi 19 luglio 2017

Lotte per l’Autonomia dei Popoli nel Nuovo Millennio

1 APRILE – Se l’Ottocento è stato il secolo delle nazioni, il nuovo millennio sembra portare progressivamente a una rivincita dei popoli, almeno a giudicare dai molti processi di separazione che si stanno compiendo in diverse zone dell’Europa e del mondo. La Scozia, il Belgio, la Catalogna sono solo alcuni dei moltissimi esempi di Paesi in cui lo Stato unitario sta perdendo sempre più terreno a favore di una prospettiva di maggiore autogoverno dei popoli che li compongono, se non di vera e propria indipendenza.

In Italia non arrivano che pochi echi di queste situazioni in quanto, per via dei festeggiamenti dell’anniversario dell’incoronazione del primo Re d’Italia, i media sono tutti intenti a partecipare alla nuova stagione di fervore nazionalista e, di certo, parlare di moti indipendentisti non è conforme a questo clima, quasi che solo parlarne possa essere destabilizzante. Ci si stupisce, però, di quanto numerosi siano i casi in cui gli Stati stanno stretti ai popoli che li abitano, spesso assai diversi fra loro per storia e cultura e che vivono in territori con scompensi economici notevolissimi. La crisi economica è solo una delle tante spinte che portano queste differenze a creare un solco sempre più ampio, che si fa fatica a colmare con riforme pur sempre difficili e spesso ostacolate da quei gruppi sociali che più si avvantaggiano dell’unità dello Stato.

la bandiera scozzese

In molti casi si tratta di contrasti che perdurano da decenni se non da secoli, con profonde radici in una storia di conquiste e annessioni forzate fra popoli vicini ma avversi, come nella vicenda emblematica della Scozia. Mantenutisi liberi dal dominio romano, gli scozzesi furono a lungo ribelli nei confronti dei monarchi inglesi. Oggi il Regno Unito è sempre più fragile davanti alle pulsioni centrifughe che sorgono anche da Galles e Irlanda del Nord, ma che in Scozia sono decisamente più forti per via della maggiore sicurezza economica che le viene dal petrolio del Mare del Nord. Nelle speranze degli indipendentisti; questo dovrebbe consentire all’economia scozzese di sopravvivere senza le grosse sovvenzioni che finora sono arrivate da Londra, principale argomento usato invece dagli unionisti. Dopo vari passi avanti nel segno dell’autonomia anche legislativa, il nuovo primo ministro scozzese Alex Salmond ha ottenuto che un referendum per l’indipendenza si tenga verso il 2014. Il governo inglese punta, da parte sua, ad anticiparne la data, confidando così di riuscire a scongiurarne l’approvazione dato che, al momento, i sondaggi danno per prevalente il fronte contrario, mentre gli indipendentisti vogliono più tempo per convincere di questa opportunità gli indecisi.

Altre volte la ragione del disgregarsi di uno Stato è economica ed è data dall’insopportabilità del carico fiscale imposto a un territorio produttivo ma diretto a mantenere politiche assistenziali in un altro meno virtuoso, pur non mancando importanti diversità culturali: è il caso non meno attuale del Belgio. Questo piccolo Stato interposto tra Francia, Germania e Paesi Bassi è rimasto per diciotto mesi senza governo data l’impossibilità di un accordo fra le forze politiche dopo la caduta dell’esecutivo Leterme nell’aprile 2010. Il Paese infatti è spaccato a metà fra i fiamminghi a nord, più ricchi, intraprendenti e legati culturalmente all’Olanda, e i valloni a sud, francofoni e con un’economia statalizzata dopo il tramonto dell’industria pesante, e in questo contesto nelle Fiandre è cresciuto fortemente il partito separatista Nuova Alleanza Fiamminga mentre al sud è rimasta la preferenza per il partito socialista, quando ormai non esistono più partiti nazionali comuni alle due aree del Paese.

A dicembre 2011 è terminata una crisi politica lunga ben 540 giorni, nonostante lo sforzo del re Alberto II per mantenere l’unità del Belgio. L’attuale governo di compromesso del premier socialista e francofono Elio Di Rupo deve porre mano alle molte e necessarie riforme volte ad aumentare l’autonomia delle Regioni e a rispondere alle richieste dei fiamminghi, oltre che ad emanare pesanti provvedimenti economici. La situazione economica va precipitando dopo il periodo relativamente positivo dell’assenza di governo centrale, alcune agenzie di rating hanno declassato i titoli del debito pubblico belga e si è tenuto il primo sciopero generale dopo quasi vent’anni per via dello scontento provocato dalle misure di austerity del governo, volte a ridurre il forte deficit di bilancio. Il futuro del Belgio resta dunque fortemente instabile.

striscioni catalani durante una partita di calcio

Un altro Stato attraversato da forti pulsioni separatiste è la Spagna. Notevoli tensioni per una maggiore autonomia rispetto allo Stato, federale ma storicamente a supremazia castigliana, si manifestano in Galizia, alle isole Canarie e in Andalusia, anche se i fronti da sempre più caldi sono l’Euskadi o Paesi Baschi e la Catalogna. Dopo decenni di infruttuoso ricorso al terrorismo, nel 2006 l’Eta ha dichiarato la cessazione delle proprie attività militari per favorire la trattativa col governo Zapatero, aprendo così a una fase nuova nella lunga storia dell’indipendentismo basco. Per questo ha guadagnato forza politica il partito indipendentista erede del soppresso Batasuna, in passato braccio politico dell’Eta, l’Amaiur, che è così diventato il più votato nella regione alle ultime elezioni politiche e assieme al PNV, l’altro partito nazionalista basco. Sono passati in minoranza, invece, il partito popolare e quello socialista, i quali tendono a mantenere i legami con Madrid. Ora come ora le possibilità più concrete di staccarsi dallo Stato le ha la Catalogna. Questa regione, a nord est del Paese, è la più prospera. Come nei Paesi Baschi si parla una lingua propria, peraltro in forte riscoperta, e c’è un’altrettanto forte recupero dell’identità catalana, che durante la dittatura di Franco era stata repressa assieme a tutte le altre culture locali. Con il ritorno della monarchia; alla Catalogna è stata attribuita una certa autonomia, che però non ha mai riguardato il fisco, l’aspetto più importante che si è voluto mantenere di competenza dello Stato centrale. Nel 2006 un referendum approvò un nuovo statuto in cui la Catalogna veniva definita una nazione e che sanciva la prevalenza della lingua catalana su quella castigliana. Solo nel 2010 la corte costituzionale spagnola l’ha bocciato nelle parti più controverse, il che ha provocato per reazione una grande manifestazione popolare a favore dell’indipendenza, sebbene fino ad oggi la maggior parte dei catalani ritenga sia necessaria soltanto una maggiore autonomia. Da un sondaggio del New York Times è risultato però che il 53,6% dei catalani voterebbe favorevolmente a un referendum per l’indipendenza, circa 5,5 punti in più rispetto al 2010, mentre coloro che vi si opporrebbero sarebbero scesi dal 35,3% al 32%. La popolazione prende dunque in seria considerazione il tema e i partiti indipendentisti si sono riuniti in una Assemblea Nazionale Catalana con l’obiettivo di organizzare un referendum verso il 2014.

Fra le altre vicende di questo genere in ambito europeo, un certo scalpore ha sollevato la sentenza del 2010 della Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite che ha dichiarato la legittimità della dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo dalla Serbia, ponendo forse fine a una vicenda dolorosa di scontro fra popoli, ma sollevando timori di conseguenze destabilizzanti in molti Paesi.

La Danimarca, dal canto suo, sta subendo lentamente il distacco della Groenlandia e delle isole Fær Øer. La prima è un’immensa isola nel circolo polare artico, con meno di 60000 abitanti. Ottenuto l’autogoverno nel 1979 -il che le ha consentito di uscire dalla CEE già nel 1985- pur vivendo di pesca e delle sovvenzioni dello stato danese, ha deciso con un referendum del 2009 di avviare la transizione verso l’indipendenza, basandosi sulle speranze date dalle molte risorse minerarie finora non sfruttate. Le isole Fær Øer sono invece un piccolo arcipelago al largo delle coste norvegesi, abitato da meno di 50000 persone, che nel 2012 dovrebbero arrivare al punto finale del processo che ha portato ad una quasi completa autonomia, cioè un referendum su modifiche costituzionali che dovrebbero sancirne l’indipendenza, senza trovare opposizione da parte del governo danese.

La Moldavia poi, sin dalla sua separazione dall’URSS nel 1991, comprende solo nominalmente nel suo territorio la Transnistria, un territorio stretto ad est verso l’Ucraina, i cui confini sono presieduti da un contingente russo. Ancora non si vede il riconoscimento internazionale della sua indipendenza né un ripristino dell’unità originaria: una situazione di stallo che ha reso l’area estremamente povera.

manifestazioni in Libia dopo la morte di Gheddafi

Appena fuori dall’Europa ci toccherà da vicino l’evoluzione della vicenda della Libia che, costituita in unità solo dal colonizzatore italiano, pare inevitabilmente destinata a ridividersi su base etnica nelle tre regioni della Tripolitania a ovest, della Cirenaica a est e del Fezzan nel deserto a sudovest. La Cirenaica, in particolare, di recente ha dichiarato unilateralmente la sua autonomia. Nel Fezzan, invece, i nomadi Tubu mirano all’indipendenza per porre fine alle discriminazioni e alle violenze che perdurano nonostante la caduta del governo di Gheddafi.

Probabilmente in Italia non sono così diffuse le istanze secessioniste fra il Nord e il Sud o quelle per l’indipendenza di singoli territori come nelle situazioni che abbiamo ripercorso, sebbene la difficile situazione politica, economica e sociale stiano facendo maturare un forte scontento nei confronti dello Stato italiano. Questo lungo elenco di Paesi in procinto di dividersi è però indice di una tendenza nient’affatto isolata e che non può essere trascurata, perché i fattori che la provocano si presentano già adesso anche in Italia e, alla lunga, in assenza di riforme decise per porre rimedio alle tante ingiustizie che permeano il Paese, potrebbero portare alla dissoluzione di uno Stato unitario tanto celebrato nell’anno appena passato quanto tribolato nelle sue vicende politiche, economiche e culturali.

Enrico Vanzo

Pubblicato il: 1 aprile 2012

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Enrico Vanzo

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