Domenica 28 maggio 2017

Storia di un eccidio

13  APRILE – La strage polacca di Katyn’ del 1940 viene ricordata come “un simbolo del massacro di massa e anche della menzogna consapevole”, nel contributo di Andrzej Paczkowski al noto Libro nero del Comunismo. La verità su questa carneficina condotta con lucido cinismo, infatti, è stata nascosta per decenni dall’Unione Sovietica, che l’ha sempre addebitata ai nazisti.

Katyn’ rientra fra le molte stragi compiute dai sovietici nell’est europeo nel periodo fra il 1939 e il 1941. In seguito all’invasione nazista della Polonia e al patto Molotov-Ribbentrop di non aggressione fra Germania e URSS, la Polonia fu spartita fra le due potenze e ben presto la principale preoccupazione di Mosca fu di applicare l’annessione estirpando ogni possibile resistenza. Il territorio polacco vedeva grandi flussi di persone emigrare verso est dalla Germania, in particolare ebrei, e verso sud, nei Paesi confinanti rimasti indipendenti. Oltre 250mila persone si trovarono fra settembre e dicembre 1939 nelle mani dell’esercito per essere avviate alla prigionia, ai campi di concentramento o alla condanna alla fucilazione, sempre che la morte non avvenisse per gli stenti. Ci si preoccupò molto dei militari del disciolto esercito polacco e in particolare degli ufficiali, fra i quali rientrava gran parte dell’intelligencija del Paese. Quest’ultimi furono internati in appositi campi gestiti da una specifica Direzione della polizia politica NKVD, fra cui quello di Kozielsk: in totale alla fine di febbraio del 1940 erano circa 6000 poliziotti e 8400 ufficiali.

Se i soldati semplici furono in parte liberati e in parte mandati ai lavori forzati; per gli ufficiali Mosca si dimostrò incerta per mesi su quale destino li attendesse. Non mancavano nel codice penale sovietico le norme per punirli, ad esempio quella che colpiva chi aveva combattuto il movimento operaio internazionale. Alla reclusione o alla deportazione in Siberia fu però preferita una soluzione più sbrigativa e definitiva: su proposta del capo dell’NKVD, il sanguinario e potente Lavrentij Berija, il Politburo decise la loro fucilazione in massa, come era spesso avvenuto nella storia dell’operato della polizia sovietica russa, che con le Grandi Purghe degli anni precedenti aveva colpito milioni di persone di vari gruppi sociali considerati nemici della rivoluzione.

Dopo un mese di preparativi tecnici, i prigionieri del campo di Kozielsk furono trasportati a gruppi nel bosco di Katyn’, una ventina di chilometri a ovest della cittadina russa di Smolensk, presso il confine in territorio russo. Qui venivano uccisi con una fucilata alla testa e buttati nelle fosse comuni: questa fu la fine che fecero 15000 persone fra questo e gli altri campi dei prigionieri di guerra polacchi nelle sei settimane fra il 3 aprile e il 13 maggio del 1940. Ad ogni modo, é bene ricordarlo, le cifre al riguardo non sono certe, molti concordano ormai sul fatto che le vittime possano essere state addirittura 22000 . I pochi superstiti hanno riferito come i prigionieri non avessero alcun sentore di ciò che accadeva: essi entravano su una piccola corriera da una trentina di posti coi finestrini imbiancati di calce, senza scendere dai vagoni ferroviari in cui si trovavano, e ogni mezz’ora si ripeteva il carico dei passeggeri, diretti in un luogo poco lontano, dove nessuno in quei giorni di primavera avrebbe immaginato fosse in corso un massacro che è rimasto ancora oggi scolpito nella memoria del popolo polacco.

Se l’URSS, nella sua storia, si è macchiata di numerosissimi atti di sangue per i quali questa fucilazione di massa potrebbe non sembrare più rilevante di molte altre, bisogna in realtà tenere in considerazione le motivazioni di chi la decise e come fu tenuta nascosta nei decenni a venire. La strage fu realizzata infatti con l’intenzione di eliminare radicalmente i potenziali dirigenti nazionali del movimento per l’indipendenza polacca, cioè per estirpare la classe dirigente proveniente dalla piccola nobiltà, che poteva basarsi sulla forte identità nazionale e cattolica del popolo polacco. In questo senso erano stati siglati dei protocolli segreti fra l’NKVD e la Gestapo; ideati appositamente per concertare le azioni contro il nazionalismo polacco. Si eliminavano così coloro che erano resistiti alla precedente invasione dell’Armata rossa del 1920, inoltre l’operazione tornava utile in quel momento per “liberare” quei campi ed inviarvi altri prigionieri dagli Stati baltici.

Di questi 15000 o 22000 ufficiali non si è più saputo nulla per lungo tempo. Una volta ricostituito l’esercito polacco per meglio contrastare i nazisti, Stalin e Berija al riguardo rispondevano ai comandanti Anders e Sikorski che gli ufficiali detenuti erano stati rilasciati e non si trovavano più nell’Unione Sovietica. Nel 1943, in seguito all’invasione tedesca, furono scoperte casualmente le fosse comuni di Katyn’ ma la responsabilità di questo grave colpo al popolo polacco venne a lungo rimpallata fra i due invasori. Tuttavia i dinieghi del governo russo non apparivano convincenti, in quanto i cadaveri dei polacchi avevano ancora addosso gli abiti e gli effetti personali, per cui fu facile chiarire la loro identità e il periodo in cui si era svolto il massacro, dato anche che l’URSS aveva ammesso che gli ufficiali polacchi erano rimasti in custodia fino al 1941.

Nell’ottica di una più approfondita analisi del punto di vista sovietico; l’opera Storia della Seconda guerra mondiale, edita da Rizzoli nel 1967 e composta dall’accademico russo Arkadij Poltorak, viene in luce come un documento prezioso. Essa riporta le deposizioni rese da ufficiali, amministratori e semplici civili sovietici durante il processo di Norimberga, tratteggiando i caratteri tipici di quel rimbalzo di responsabilità tra gerarchi dell’uno e dell’altro schieramento ormai divenuti celebri. “Durante un periodo compreso fra il 1940 e il 1941 –esordisce l’autore- i prigionieri di guerra polacchi nella zona di Smolensk erano adibiti ai lavori di costruzione e riparazione delle strade, lavoravano al riassetto delle strade Mosca-Minsk e Smolensk-Vitebsk. Quando i Tedeschi invasero l’Unione Sovietica, non fu possibile evacuare i campi in cui erano internati. Nel luglio del 1941 alcune zone della provincia di Smolensk vennero occupate dalle armate di Hitler e i prigionieri polacchi caddero nelle mani dei nazisti. Nell’autunno del 1941 tutti quelli che si trovavano nella zona di Katyn furono trucidati barbaramente dai nazisti e seppelliti in fosse comuni (…)“. Dalle successive analisi autoptiche condotte sulle salme dalla commissione medica russa già citata; risultò altresì che i detenuti polacchi erano stati tutti assassinati nello stesso modo, tipico del modello d’azione dei nazisti: una pallottola in fronte, nell’osso occipitale. Lo stesso destino era stato riservato a molti altri prigionieri civili nelle città russe di Charkov, Ortel e Voronez, tutte occupate. Le testimonianze a Norimberga si susseguirono nella direzione di provare che l’eccidio di Katyn’ era stato contraddistinto dal medesimo modus operandi di ogni altro crimine nazista. Ma la prova regina che avrebbe dovuto inchiodare i Tedeschi alle loro responsabilità venne presentata dal pubblico ministero Smirnov sotto forma di una raccolta di comunicazioni riservate. Tra queste vi era un telegramma firmato da Heinrich, funzionario nazista del governatorato di Polonia, e indirizzato al governatorato stesso. Il documento evidenziava l’evidente agitazione del mittente, dato che la Croce Rossa polacca aveva ben presto scoperto, nel bosco di Katyn’, la presenza di numerose cartucce utilizzate per la carneficina e prodotte dalla ditta Geko.

Fu una vera guerra fra propagande opposte, necessarie per dissimulare di fronte agli alleati occidentali, al governo polacco in esilio e ai famigliari delle vittime, rimasti fino ad allora all’oscuro. Tuttavia, nella comune lotta contro la Germania nazista, i governi alleati preferirono evitare ogni accusa pubblica nei confronti della Russia, nonostante disponessero di tutte le informazioni necessarie a ristabilire la verità. Sul posto operarono tre diverse commissioni mediche internazionali: quella tedesca e quella polacca datavano correttamente la strage, mentre quella russa la spostava all’autunno 1941, così da incolpare i Tedeschi. La verità si temeva favorisse la propaganda nazista e quindi il rapporto della commissione polacca fu tenuto nascosto. Il governo sovietico voleva che la sua tesi su Katyn’ fosse riconosciuta nel processo di Norimberga contro i gerarchi nazisti, ma i giudici si limitarono ad affermare che non si trattava di un crimine nazista e dunque non rientrava nella loro giurisdizione, il che costituiva un’implicita accusa di colpevolezza.

Certo fa male sapere che nel 1967, anno di pubblicazione del libro di Poltorak, l’Unione Sovietica ancora negava ogni responsabilità affidando la propria credibilità, in una storia tanto drammatica, agli incerti confini di indizi e perizie confezionati ad arte. E così, il negazionismo si fece strada e finì con il corrodere ogni possibile certezza. L’ambasciatore polacco Jan Kott riuscì, verso la fine del secondo conflitto mondiale, ad ottenere un incontro privato con Stalin per perorare la liberazione dei prigionieri russi. L’aneddoto racconta che Stalin contattò tempestivamente il capo della polizia, chiedendo delucidazioni in merito. Quando il telefono del suo studio squillò nuovamente, egli ascoltò in silenzio le spiegazioni offerte dall’interlocutore. Poi riagganciò e, da allora, non proferì più alcuna parola riguardo alla dolorosa vicenda. Nessuna risposta giunse mai neppure alle numerose note diplomatiche inviate dal governo polacco all’Unione Sovietica. Ad ogni modo; il 14 aprile 1943, l’URSS emanò un breve comunicato sulla vicenda: “Al tempo dell’avanzata delle truppe tedesche (luglio 1941) non fu possibile trasportarli altrove (i prigionieri polacchi N.d.R.) e caddero di conseguenza nelle loro mani. Se sono stati trovati uccisi, vuol dire che sono stati ammazzati dai Tedeschi i quali, per ragioni propagandistiche, pretendono ora che il crimine sia da addebitare alle autorità sovietiche”.

Solo nel 1988, quindi in tempi recenti, la Russia di Gorbaciov ha fatto le prime, agghiaccianti ammissioni. Pur affermando che i documenti originali riguardanti la strage erano andati perduti, l’uomo più potente del Paese chiese perdono al suo stesso popolo per le colpe del regime. Nel 1992, in Polonia, Eltsin fece lo stesso ed autorizzò la consultazione di vecchi archivi contenenti materiale di primaria importanza per comprendere il massacro di Katyn’. Nel 2004, tuttavia, con un nuovo intervento russo –questa volta voluto da Vladimir Putin- si decise di porre un segreto di stato assoluto riguardo ai fatti svoltisi nella ormai tristemente celebre foresta vicina a Smolensk. Ma ancora più sconcertante è la legge discussa nel 2009 dalla Duma, su proposta dell’allora Presidente della Federazione russa Medvedev. La normativa persegue chiunque, governando una delle ex repubbliche socialiste sovietiche, si riservi di dubitare del ruolo attivo dell’URSS nella lotta al nazismo. È il caso, tra gli altri, dell’Ucraina, che da sempre rinfaccia al governo moscovita le sue pesanti responsabilità in tutta una serie di crimini contro l’umanità. Coloro che invece, comuni cittadini, dovessero essere giudicati colpevoli di falsificare la storia per sminuire l’eroismo russo; sono condannati a una pena detentiva variabile dai 3 ai 5 anni. Un altro piccolo tassello in un puzzle che non lascia intravedere nulla di buono; se a ciò si aggiunge anche che i libri di scuola studiati dai giovani allievi russi ormai vedono rivisitazioni storiche a dir poco discutibili. La causa dello scoppio della seconda guerra mondiale? L’ostinazione della Polonia, che non ha ceduto immediatamente alle pretese tedesche, quando molti Polacchi probabilmente desideravano davvero ricongiungersi alla Germania, dopo che vi erano stati divisi brutalmente dal Trattato di Versailles.

Enrico Vanzo e Silvia Dal Maso

Pubblicato il: 12 aprile 2012

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