Sabato 8 aprile 2017

“Sulla strada”…in fuga dalla noia (e dai critici noiosi)

19 OTTOBRE – È senza dubbio un enorme vantaggio guardare un film tratto da un libro che si è letto moltissimi anni prima. Per due ordini di ragione: innanzitutto perché evidentemente con molta probabilità il libro è stato letto ad un’età in cui può venire maggiormente apprezzato (nel caso specifico, e personale, nel pieno dello slancio adolescenziale); la seconda è perché avendone inevitabilmente quasi dimenticato le sensazioni lasciate nell’anima dal libro si è meno portati a fare quel tragicomico paragone fra opera cinematografica e opera letteraria, che spesso induce a quegli agghiaccianti commenti del tipo: “Si, non male, ma il libro era molto meglio!”. Come se condensare due o trecento pagine (nella migliore delle ipotesi) in un paio d’ore di film fosse un’operazione in cui non risultasse necessario riadattare, tagliare, scegliere, rimodellare, riscrivere, etc. Non sarà un caso, d’altronde, se il grande romanziere colombiano Gabriel Garcia Marquez non abbia ceduto volentieri (e comunque solo in  poche occasioni: Cronaca di una morte annunciata, L’amore ai tempi del colera e Nessuno scrive al colonnello) i diritti cinematografici legati ai propri libri, sostenendo a ragione che l’immaginazione del lettore e quella del regista non potranno mai coincidere e se il lettore si reca a vedere il film ne rimarrà sempre e inevitabilmente deluso.

“On the road” non sfugge a queste basilari regole. E sono, ahinoi, molti i detrattori che al grido di “giù le mani da Kerouac” hanno lanciato strali contro l’adattamento di Walter Salles giudicandolo noioso, pretenzioso e soprattutto non in grado di rendere l’atmosfera creata, forse addirittura inconsciamente, da Kerouac nel suo capolavoro. Eppure, se ci astraiamo dalle atmosfere beat di ribellione e libertà che in età adolescenziale quel libro può aver provocato in noi, l’opera del regista brasiliano (che con “I diari della motocicletta” aveva già rodato l’esperienza del road movie) risulta ai nostri occhi molto buona, per moltissimi aspetti. A cominciare dalla scelta qualitativa delle immagini, volutamente “granulate” e quindi dal sapore vagamente antico, in grado già da sole di creare quel distacco emotivo fra la (troppo) perfetta e fredda contemporaneità cinematografica (con i suoi HD, 3D e chi più ne ha e più ne metta) di oggi e l’imperfetta (e proprio per questo più affascinante e calda) realtà del grande schermo degli anni Quaranta, quando cioè è ambientata la vicenda. E tutto questo nonostante i paesaggi freddi, sterminati, illusori, dispersivi (e potenzialmente depressivi) siano un elemento fondamentale del film, che lo avvicinano per molti aspetti a quell’ “Into the wild” di Sean Pean di qualche anno fa in cui venne, guarda caso, lanciata una delle protagoniste di questa pellicola: Kristen Stewart. Elemento, quello paesaggistico, che inevitabilmente porta lo spettatore alla meditazione silenziosa di questi spazi immensi, struggenti, forse anche lontani per la mentalità europea. Il silenzio, appunto, assume significati meno intensi rispetto a quello proposto in film più introspettivi di cui è piena la storia del cinema, ma tende a diventare un assoluto protagonista di una trama che, secondo alcuni, non  decolla. Ma proprio la ricerca erronea di una trama può essere effettuata solo da chi, nonostante i proclami, non può aver letto il libro (o finge di non averlo letto, come Alberto Crespi de L’Unità). A ben guardare, infatti, uno dei capisaldi dell’opera cult di Kerouac è proprio l’assenza di un plot narrativo che non sia il semplice, banale, ossessivo, ripetitivo, costante spostamento del protagonista Sal Paradiso (e del suo amico Dean Moriarty) attraverso gli Stati Uniti d’America. Quel andare e tornare, dalla east coast alla west coast e viceversa (con l’eccezione dell’ultimo, fatale, viaggio a sud, verso il Messico)…quel gusto per l’andare a tutti i costi, sfiorando in più occasioni i limiti dell’autodistruzione con quello stare ore e ore in una claustrofobica automobile con le chiappe incollate ai sedili in pelle, l’asfalto che scorre inesorabilmente sotto le ruote, l’orizzonte infinito con montagne innevate, la nebbia, i ponti, le pompe di benzina solitarie, assurdi poliziotti che dispensano multe di velocità nel mezzo del niente e gli occasionali autostoppisti il cui unico contributo al viaggio non può che essere un canto triste proveniente dalle profondità del cuore, della pancia, delle viscere, delle ossa di un’America carica di dolore.

Da sottolineare, oltre a tutto ciò,  il buon lavoro degli attori, alcuni molto giovani e alle prime esperienze (Sam Riley nei panni di Sal Paradiso, Garret Hedlund in quelli di Dean Moriarty e Kristen Stewart in quelli disinibiti e per molti aspetti tragici di Mary Lou, oltre all’ormai veterana – ma che rimane pur sempre appartenente alla rampante generazione di giovani attori americani – Kirsten Dunst), che rendono credibile l’ansia di vita dei protagonisti: il loro furore, la loro ricerca di un’ispirazione al di fuori dell’io, il desiderio di partire e andare, comunque e ovunque sia la meta. Quel completarsi fra l’esuberanza di Dean e la taciturna riflessione di Sal, parti diverse dello stesso personaggio (e il taglio rivelatore di una foto all’inizio del film ne accentua il significato) si combina a sua volta con la dolce fragilità di Mary Lou, la sedicenne amante di Dean, la quale diventa suo malgrado il perno fondamentale di una relazione che non può che sfociare in qualcosa di più profondo e viscerale di un banale triangolo amoroso. Completano il cast alcuni attori navigati (Steve Buscemi, Viggo Mortensen) in grado di supportare, con camei in cui interpretano personaggi inquietanti e sfuggenti, il concetto di noia in cui i cosiddetti “grandi” sono già invischiati e da cui fuggono continuamente i protagonisti di Kerouac.

Ernesto Kieffer

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