Martedi 21 febbraio 2017

Intervista a Riccardo Vecellio Segate: la voce di un giovane nella poesia e nella musica

Riccardo Vecellio Segate al pianoforte 201226 GENNAIO – Riccardo Vecellio Segate, nato il 22 luglio del 1994, si è distinto sin dalla più giovane età nella composizione di saggistica breve e nell’esecuzione pianistica, arte in cui ha eccelso perfezionandosi nel corso degli anni. Attualmente allievo del Conservatorio di Verona, ha studiato pianoforte con Aldo Ciccolini e Oxana Yablanoska, perfezionandosi poi  nel pianoforte con alcuni dei più illustri nomi, approdando all’Accademia di Imola, il Conservatorio di Nizza, la Steinway Society e l’Universitat “Mozarteum” di Salisburgo. Ha inoltre inciso con l’etichetta discografica indipendente di Genova Maya alcuni brani, all’età di 17 anni. Oltre all’arte pianistica, ormai un caposaldo della sua preparazione che lo ha reso conosciuto fra le giurie di molti concorsi internazionali, si è distinto nella composizione di saggi brevi riguardanti i più svariati temi, ottenendo, anche in questo settore, premi prestigiosi, fra cui si può citare il primo premio all’unanimità Giuseppe Mazzotti Juniores di Treviso, dedicato agli studenti delle scuole superiori del Triveneto. Per quanto riguarda la poesia, infine, ha vinto importanti premi, fra cui possiamo ricordare il Premio Castello di Duino, premio riconosciuto dall’UNESCO come principale concorso mondiale dedicato ai giovani (under 30), il premio presso il Circolo della Stampa Palazzo Serbellani di Milano, premio unico “sessione giovani” al concorso Iniziative Letterarie, e il premio della giuria al Concorso Biennale Internazionale citta della Spezia, competizione senza limiti d’età. Attualmente Riccardo, con un impegno costante, sta cercando di continuare il suo lavoro di poeta, scrittore e pianista.
La sua ultima pubblicazione è Teneri e Precari, edita da Sensoinverso Edizioni di Ravenna. Compare inoltre insieme ai più grandi nomi della poesia, quali Luciano Somma, Pablo Neruda, Charles Baudelaire, Giuseppe Ungaretti, Giacomo Leopardi, Orazio Flacco, nell’opera Poeti Contemporanei e non. Antologia di Poesia Civile, edita da Edizioni Agèmina di Firenze.
Teneri e Precari è una raccolta di poesie composte da Riccardo sin dalla più giovane età. La raccolta prende il titolo dalla lirica centrale della sua silloge, scritta a 15 anni, che esemplifica l’attenzione dell’autore verso temi che si discostino dalla sfera personale per trattare anche argomenti di forte impatto sociale della realtà attuale; soprattutto la lirica Teneri e Precari rapprensenta una denuncia con un linguaggio solitamente al limite del fiabesco di problemi quali il disagio minorile e la fragilità dell’età infantile in rapporto alla crisi del nucleo familiare.
Dopo questo traguardo raggiunto da Riccardo, abbiamo voluto intervistarlo, ponendogli poche, chiare domande, riguardanti la sua produzione ma soprattutto la sua vita personale, e la sua condizione di giovanissimo poeta e scrittore.

Cominciamo con qualche domanda sulla tua produzione, per poi passare a quelle che riguardano più direttamente la tua persona. Quale rapporto esiste, nella tua produzione, fra musica e poesia?

Il rapporto è strettissimo, imprescindibile, innegabile… e questo anche a livello storico: poesia e musica hanno sempre costituito un binomio autentico, mai forzato, ricercato in pressoché tutte le tappe della civiltà umana. Si tratta d’un’osmosi, d’uno scambio alla pari. Mi spiego meglio: la poesia, non vive forse di ritmo, oltre che di significati? Ecco allora che “accento”, “cesura”, “periodo”, sono alcuni dei termini in comune tra le due arti, che amo considerare differenti espressioni d’un’arte unica. La forma è differente, il linguaggio forse anche, ma la sostanza primitiva è la stessa. Nella mia esperienza artistica, ho sempre cercato d’approfondire questo innegabile legame, che in realtà diviene poi con gli anni – in senso lato – una visione della vita e delle relazioni. Il mio grande maestro di pianoforte italo-francese Aldo Ciccolini, ama spesso ripetere che la musica non afferma nulla, ma suggerisce tutto. Non è forse vero anche per la poesia? All’interno dei versi si tratteggia, si dipinge, si esplora, si tenta, si scava, ci si arrampica o ci si lascia cadere, ma non si descrive mai. Altrimenti quella magica forza dell’arte che vive proprio nell’immaginazione indefinita, nel trascendere ciò che purtroppo abbiamo dinanzi agli occhi ogni giorno, verrebbe a perdersi.

Ritieni che la tua musica possa ulteriormente influenzare la tua poesia?

Beh, sinceramente lo spero! Sarebbe estremamente triste se a 18 anni potessi definirmi “arrivato”! In realtà, lo slancio è solamente alla fase iniziale… ed è giusto che sia così, è il lato positivo della vita. Siamo stazionati in questo mondo, non sempre ospitale e accogliente, per un arco temporale assolutamente breve. Una briciola, un soffio. Se non potessimo imparare, e rinnovarci – e soprattutto superarci – fino all’ultimo respiro, la vita non avrebbe alcun significato. Questo nella poesia, nella musica – certo -, ma anche nell’approccio agli altri, e nella coscienza di sé. Per la mia età ritengo di aver realizzato molti sogni, e di aver lavorato instancabilmente per far sì che ciò accadesse. Non nego di essere, in un certo senso, fiero di me! Noi giovani di oggi abbiamo bisogno d’infinito coraggio per affacciarci al futuro cercando di afferrarlo, anziché trascinarci nella quotidianità accettando passivamente la banale, stereotipata sterilizzazione del pensiero critico che ci viene attualmente proposta e – fin troppo spesso – imposta. Sono dunque felice di aver trovato quel coraggio, nonostante le difficoltà, i dubbi e le inevitabili incertezze. Ma sono consapevole anche di quante cose io abbia ancora da imparare, e soprattutto da vivere. L’esperienza non cede mai il posto al talento! Solo il ragionato equilibrio tra esperienza e talento può portare, col tempo – tanto tempo – alla piena attuazione d’una potenziale genialità. Non credo troppo ai bambini prodigio, ma piuttosto al continuo e incessante divenire. Che deve però iniziare fin dalla più tenera età, altrimenti – a mio avviso, quel tempo non sfruttato non si potrà mai più recuperare.

Riccardo Vecellio Segate al pianoforte_

Per quale ragione hai scelto di dedicarti anche alla poesia?

Perché la musica, senza la letteratura, è come un testo di cui si conosce la struttura formale e retorica, ma non il significato più profondo, il fine ultimo. Che, paradossalmente, è proprio l’assenza di una finalità pragmatica. La cosa è vicendevole, chiaramente. La musica eternizza, esemplifica, sublima il macrocosmo emozionale e interiore dell’uomo, accompagnandone i travagli interiori, le scoperte e i sogni. La letteratura questa eternizzazione ce la spiega a parole, ce la traduce in un linguaggio meno ineffabile, ma egualmente eterno. La poesia dunque, ci trasmette con parole e concetti quella medesima eternità ideale in cui ci immergiamo ascoltando una Sinfonia, una Sonata o un Concerto per pianoforte e orchestra. Si tratta sempre di simboli, di parentesi d’evasione, esplicati attraverso il suono o la parola. Pensandoci bene, d’altra parte, la parola non è altro che un insieme di suoni. Su questo, chi scrive e ancor più chi legge dovrebbe riflettere più spesso…

Quali gusti e quali aspettative hai cercato di coniugare nella tua produzione?

La mia produzione ha un’aspettativa primaria, da cui discendono – come corollari dal medesimo teorema – altre motivazioni minori. L’intento principale è quello di rappresentare un possibile parallelismo tra crescita umana personale e crescita artistico-lettararia, di mostrare dunque come simili situazioni e avvenimenti risuonino in maniera sostanzialmente dissimile nella mente di un preadolescente e di un quasi adulto. Questo non è un percorso lineare, come invece spesso si sarebbe portati a credere: vi sono continue alternanze d’impercettibili evoluzioni e involuzioni, nonostante a livello macroscopico il risultato sembri il frutto d’un complessivo climax ascendente. Questo le mie poesie lo rispecchiano, presentando temi che ritornano, accanto ad altri che s’aggiungono. E quelli che ritornano, evidenziano sempre una focalizzazione deviata, a volte diametralmente opposta, anche quando la distanza di composizione è di pochi mesi. Questo fenomeno è affascinante, e l’arte dovrebbe assumersi il carico d’approfondirlo, col concorso chiaramente della scienza! Unitamente a questo, mi prefiggo di raggiungere persone, soprattutto coetanee, che si sono allontanate sempre più radicalmente – spesso senza consapevolezza, dunque non per scelta ma per circostanza – dalla complessità delle manifestazioni del pensiero umano. La complessità rende la vita più difficile, le scelte più pericolose, le comunicazioni maggiormente polisemantiche, ma è anche l’entità più alta che possiamo tentare d’esplorare. Ecco, trovo che spesso in questa società vi sia la tendenza a non volerla penetrare, la complessità… E ciò costituisce una perdita immane. Che si tratti di filosofia o biologia, di storia dell’arte o di astronomia, di gastronomia o giardinaggio, è sempre la pluralità di possibilità a dare senso al nostro microviaggio esistenziale. Bisogna sempre avere il coraggio, la lucidità, a volte anche l’incoscienza di voler sapere tutto. Bisogna pretenderlo! In questo modo, ci si ritroverà – prima o poi -, a sapere almeno qualcosa.

Quali sono, a tuo avviso, i punti di forza della tua produzione?

Si tratta di un approccio alla poesia che, pur tenendo conto dei codici culturali del Novecento (Zimborska, luzi, decadentismo italo-francese) se ne vuole volontariamente discostare: cerca di non inserirsi in una corrente determinata. Questa scelta deriva dalla mia attuale impossibilità e incapacità di scegliere nel grande mare della letteratura. Vorrei inoltre spaziare oltre i confini europei, se non altro considerando la poesia degli altri continenti: non si è abituati a pensare alla poesia dell’Asia e dell’America. Altro punto è la pluralità tematica. La silloge vuole essere tutto fuorché la poesia d’amore dedicata a qualcuno di importante: la poesia deve recuperare il valore di testimonianza che denuncia i problemi sociali, in chiave artistica. Deve condurre da qualche parte, non essere mera estetica o volta soltanto a istituti culturali che vivono di vita propria: bisogna scrivere liriche attinenti il mondo attuale. Cercare di inserire le problematiche di cui la gente comune oggi soffre. C’è poi una premessa linguistica, che mi sento di fare: non bisogna adattare il contenuto alla forma, ma il contrario. Una volta stabilito il contenuto, allora si applica una determinata forma. La poesia ha anche bisogno di essere liberamente modellata sul contenuto che vuole trasmettere.

Vorrei ora farti qualche domanda sulla tua persona, per capire come vivi il fatto di essere una voce poetica nuova, malgrado la tua giovane età. Che cosa rappresenta la poesia per te?

E’ una visione della realtà. La poesia rappresenta ciò che nel mondo di oggi non è molto ascoltato: rappresente cose apparentemente inutili ma che, se correntemente veicolate, hanno una forza espressiva immane: essa ha influenzato il percorso dell’uomo, le istituzioni, le forme sociali. Nel mondo odierno bisogna considerare le espressioni artistiche come qualcosa di sostanziale in ciò che distingue l’uomo fra le altre creature viventi. L’arte ancora più crea unione, perché non ci possono essere più arti: è un modo unico dell’uomo di vivere la vita, perché ha un nome unico.

Come definiresti la tua opera? Come la classificheresti?

Questa pubblcazione, Teneri e Precari, è colta e seria, ben distante da molte altre pubblicazioni che oggi vengono proposte, soprattutto al grande pubblico. E’ più facile, nel mondo editoriale, attenersi a canoni di largo consumo, commerciali. Sarebbe stato semplice pubblicare testi di qualità bassa che vendono molto. Il problema si pone quando si sceglie di pubblicare poesia colta. E’ una pubblicazione, quindi, colta e anche seria. Ha dei fini e un approccio alla letteratura ben definiti. Sono consapevole che ho molto da fare ancora, ma avere alla mia età una visione chiara del fine che oggi deve avere la poesia è una cosa originale e non scontata. Sebbene al mio “stadio iniziale”, ho una visione definita e colta alle spalle.

Oggi la poesia, come è stato spesso, è poco conosciuta. Come vivi il fatto di essere una delle più importanti voci giovani della poesia? E qual è il tuo rapporto fra te e gli altri poeti giovani?

C’è una tendenza a definirsi poeti fra i giovani nel momento in cui si scrivono messaggi sentimentali. Si confonde poesia con testo patetico-sentimentale: essa non è un concentrato di dolcinerie ma assorbe il contenuto emozionale e lo restituisce reinterpretato al lettore. C’è un percorso ben preciso per quanto riguarda la poesia. Non va confusa con questi testi. Il livello letterario purtroppo sta venendo a cadere a causa della scuola: non si insegna più a scrivere. Si legge tanto e si veicolano contenuti e nozionismo ma non si traduce tutto questo in concetti di larga applicazione, cosa invece necessaria per ogni disciplina. La scuola non è più in grado di farlo. Secondo me, la mia pubblciazione rappresenta un’eccezione per fortuna. La letteratura, per essere incisiva, deve poter essere slegata da qualunque logica ravvicinata. Il giornalismo, quindi, non è letteratura. Tutti i libri che troviamo in una libreria e che non sono liberi da temi politici, monetarie e economiche non sono letteratura. Non è tanto sentirsi una voce autorevole in arte fra i giovani, quanto il sentirsi in grado di condividere queste emozioni con gli altri giovani. Il patrimonio deve diventare collettivo, non bisogna fermarsi a posizioni accademiche. Ciò che più interessa, al di là dell’aspetto economico (non si guadagna con la poesia), sarebbe arrivare nelle scuole e parlare di letteratura ai miei coetanei.

Qual è il rapporto fra te e i coetanei?

Il rapporto con i coetanei è difficile: sin dalla gioventù, sono stato abituato a passare il tempo con persone moto più grandi, perché cercavo di veicolare un pensiero preciso: non è semplice nel mondo giovanile di oggi, perché si è scambiati per “moralisti” o per “egocentrici sfrenati”. Se si volesse raggiungere il successo o un marketing, tutte le strade sarebbero buone fuorché il pensiero complesso, visto che non porta al successo di pubblico. Chi svolge un itinerario un po’ diverso è costretto a doverlo mascherare o a renderlo esageratamente evidente, altrimenti non avrebbe alcun riscontro. Dall’altro lato, il rapporto con i coetanei è estremamente significativo perché entrare a contatto con la propria età significa non perdere quella parte di crescita che è naturale. Torni ad essere un ragazzo della tua età: condividi valori che, per quanto discutibili, fanno parte di una società di massa che va conosciuta per poi incidere in essa.

Tutti i ragazzi della tua età hanno dei modelli, delle persone che rappresentano dei punti di riferimento. Quali sono i tuoi?

Per quanto riguarda la poesia, considero un modello Virs Slavaz Zimborska (nobel 1996) per una vita trascorsa sempre ai margini della notorietà e per il messaggio alternativo che ha saputo trasmettere rispetto ai coevi letterari del Novecento.
Per il pianoforte, ho grande stima per Aldo Ciccolini, mostro sacro del pianoforte mondiale. Il suo suonare ha un’estetica ma anche una concezione filosofica e ideale della società: aiuta il giovane a recuperare la figura del magister, voci che devono ricominciare a diventare pedagogiche. Non basta essere grandi ma voler anche scendere per diventare esempio pedagogico per le nuove generazioni. Ho un pensiero particolare per Rita Levi Montalcini che, nonostante lo scenario triste della politica, è riuscita a coniugare il sapere scientifico ad un impegno costante a livello politico e umanitario.

Enrico Cipriani

 

Pubblicato il: 26 gennaio 2013

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