Domenica 5 maggio 2013

La lingua italiana esiste ancora?

31 MAGGIO – Stiamo registrando, oggi più che mai, un passaggio estremamente rapido da una cultura di tipo scrittorio a una di tipo visivo. Questo fenomeno riguarda soprattutto il mondo giovanile che, attraverso l’utilizzo della rete, è sempre più in contatto con immagini e video, piuttosto che con scritti. La parola scritta sta diventando sempre più rara e nelle comunicazioni oggi si utilizza la scrittura digitale, che comporta una grande brevità e che ha portato alla nascita di una serie di usi linguistici particolari, con simboli (quali gli smiles, occhiolini e altri) che stanno modificando il nostro modo di comunicare: un’azione sintetizzata in un simbolo. Oltre a questi usi c’è anche la tendenza ad un’economizzazione della scrittura, per cui i giovani utilizzano il segno “x” per dire “per” o abbreviano le parole tenendone solo alcune lettere. Sono stati fatti degli studi che hanno dimostrato che i ragazzi delle scuole medie leggono “Diperio” anziché “Dixio”, a causa dell’abitudine di scrivere con il cellulare.

Queste sono però piccolezze, che derivano dalla differenza che corre, sentita in ogni epoca, fra la parola scritta, cristallizzata dalla norma linguistica grammaticale, e la parola orale che è sempre molto varia e rappresenta lo strato della lingua più mutevole e duttile. Ciò che preoccupa è invece la mancanza di vocabolario di molti ragazzi di oggi, che hanno sempre meno confidenza con la lingua, a causa della comunicazione digitale sempre più sintetica ed essenziale. C’è un’effettiva inversione di rotta per quanto riguarda l’alfabetizzazione dei giovani, visto che oggi i figli parlano un italiano peggiore dei genitori, che invece appresero l’italiano con la televisione. Il percorso linguistico è molto complesso, ma si potrebbe riassumere in alcune tappe fondamentali. L’italiano che oggi conosciamo, il fiorentino colto, era parlato fino agli anni Cinquanta solamente da persone di estrema cultura (quali prelati, notai, professionisti e professori) mentre era compreso, dopo la diffusione della radio nelle famiglie, da quasi tutti gli italiani.

Fu Mike Bongiorno il primo a portare nelle case italiane la lingua italiana, con un basic italian adatto a un gioco televisivo e non certamente forbito comunque. Con lui gli Italiani cominciarono a parlare italiano. Quando poi la televisione si espanse e si crearono nuovi canali, allora, e soltanto allora, il livello della lingua parlata aumentò rapidamente, facendo sì che, oggi, un qualsiasi italiano parli la lingua ad un buon livello, certamente non pensabile fino a cinquant’anni fa. È stata la televisione, il mezzo di comunicazione degli ultimi cinquant’anni, a diffondere l’italiano, che prima era invece una lingua cristallizzata, ferma e solida, ancora legata agli standards petrarcheschi (non è un esagerazione dirlo). Ecco perché oggi la lingua parlata da un laureato e quella parlata da un diplomato sono molto simili. Potremmo quindi dire di essere arrivati ad un punto di equilibrio, in cui il livello linguistico medio è più che soddisfacente. Tuttavia, con l’arrivo del nuovo mezzo di comunicazione, che sta soppiantando sempre più velocemente la televisione, internet, anche il mondo linguistico sta cambiando, con effetti molto improvvisi e, forse, preoccupanti.

La parola orale domina su quella scritta, visto che qualsiasi notizia è oggi ascoltabile, magari in tempo reale, prima che leggibile e la visione sta soppiantando la lettura, che richiede molto più tempo. Questo naturalmente riguarda soltanto la classe giovanile, abituata ad usare la rete, piuttosto che la generazione dei genitori, che è ancora legata alla televisione e ai giornali. Se ne possono vedere gli effetti non solo nella scuola, con gli studenti sempre meno capaci di scrivere e parlare, ma anche nella stessa letteratura, che, per adattarsi, si modifica. Oggi sono molto apprezzati gli autori di thriller o fantasy o romanzi di un certo tipo, spesso sentimentale, che si caratterizzano per una scrittura molto secca, breve, concisa e rapida, fatta di frasi molto brevi e talvolta slegate, che avvicinano il libro al film. Che oggi la percezione sia cinematografica, è cosa appurata, giacché il nostro occhio è ormai come una cinepresa. Ragioniamo e percepiamo per scene. Gli autori americani infatti hanno molto successo, non soltanto perché “contaminati” dalla cultura filmica dello stato da cui provengono, ma anche perché la lingua inglese, e americana ancor più, è particolarmente concisa, rispetto ad altre, come quella italiana, che sono molto più lunghe e varie.

La lingua segue sempre più criteri di essenzialità, dove la sintesi è la regola base. Inoltre, il sempre maggiore bombardamento di informazioni a cui siamo sottoposti, fa sì che impariamo a selezionare quanto vogliamo sapere, senza voler approfondire ma piuttosto cercando l’idea principale per poi scartare il resto. C’è poi da registrare un sempre maggior numero di prestiti linguistici, in particolare dall’inglese, che ha fatto nascere una moda che spinge a voler esprimersi in inglese prima che in italiano. È sintomatico il fatto che i giovani siano sempre meno a conoscenza della loro lingua, ma riescano a capire l’inglese. Anche questo è, ovviamente, un effetto della globalizzazione. La preoccupazione sorge però non tanto per un desiderio della classe intellettuale italiana, che comunque ha sempre questo atteggiamento, di mantenere la lingua legata a norme molto rigide, ma per il fatto che un popolo che non ha una lingua o, meglio, che non sa parlarla, è un popolo perduto, visto che questo elemento è un chiaro segno di problemi profondi, radicati ormai nel Paese. C’è poi la questione del dialetto: esso è sempre più forte, nel senso che si registra un’ulteriore inversione di tendenza. Da una parte, i genitori spingono i figli a non parlare più il dialetto e a continuare, come fanno loro, a parlare un italiano corretto, dall’altra i figli vogliono parlare dialetto.

Certamente l’italiano non è visto come un elemento di unificazione nazionale (infatti esso non gode nel paese della stessa forza simbolica di altre lingue molto più antiche, parlate da secoli e radicate, quali, come esempio migliore, il francese), se non da coloro che spingono perché i vari dialetti diventino lingue degli stati nazionali (i secessionisti appunto). Tuttavia i dialetti sono ancora parlati dai giovani, che anzi li stanno recuperando, elevandoli talvolta a veri e propri simboli d’origine, forse per compensare alla mancanza di uno spirito nazionale comune. Da una parte, quindi, i dialetti, dall’altra l’inglese, che diventa la lingua dominante. Il quadro finale che si ottiene è di una lingua parlata nel caos, fuori da ogni controllo come lo è la comunicazione. Oggi infatti la lingua comune, dell’uso quotidiano, è più che mai variabile e risulta veramente difficile, anche per lo studioso, orientarsi in un quadro del genere, ancor più per quanto riguarda la lingua italiana, che era cristallizzata da settecento anni in determinate regole mai scardinate. Regole che oggi, forse, restano soltanto nella lingua scritta.

Enrico Cipriani

Pubblicato il: 31 maggio 2012

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