Domenica 16 aprile 2017

Intervista al criminologo Massimo Picozzi

 

30 MAGGIO – Durante la sua lunga carriera Massimo Picozzi (psichiatra e criminologo molto noto, famoso per le numerose pubblicazioni a tema e soprattutto per la trasmissione “Linea d’ombra” in onda per alcune stagioni su Rai 2), ha affrontato nella sua lunga carriera criminali incalliti come Renato Vallanzasca, terroristi come i Palestinesi che sequestrarono l’Achille Lauro, boss mafiosi e assassini occasionali. In particolare, negli ultimi anni, si è occupato di casi tristemente saliti alla ribalta delle cronache come quelli delle tre ragazzine di Chiavenna che uccisero una suora, di Erik e Omar a Novi Ligure, della Franzoni a Cogne, di Rosa e Olindo ad Erba, di Michele Profeta a Padova, di Donato Bilancia a Genova. Dulcis in fundo, si fa per dire, quello forse più inquietante di tutti: le Bestie di Satana. Tutti casi in cui la perizia psichiatrica ha avuto un ruolo fondamentale per tracciare il profilo delle persone incriminate e, in qualche occasione, anche per dare una soluzione all’enigma. Un’esperienza davvero importante, che spazia in lungo e in largo nell’abisso della natura umana e che pone Picozzi fra i massimi esperti di Criminologia, non solo in Italia.

Dottor Picozzi, fra i casi di cui lei si è occupato vi sono anche quelli di adolescenti che si sono macchiati di orribili crimini. Quando influisce, in questi episodi, l’ambiente sociale?

Si potrebbe dire che l’ambiente sociale è tutto. Ma la realtà è che non c’è una risposta ad ogni delitto, che va studiato caso per caso.

Ma possiamo parlare di disagio giovanile che, in qualche caso, sfocia in delitti efferati?

Difficile dirlo. Parliamo pur sempre di pochissimi casi (una decina all’anno) di minorenni assassini su una casistica sterminata di omicidi. Secondo lei possiamo davvero parlare di disagio? Soprattutto laddove le statistiche parlano di un netto calo del numero di omicidi in generale. I delitti volontari in Italia sono crollati da 1800 a 600 all’anno negli ultimi quindici anni. Le violenze sessuali, nello stesso periodo, sono circa l’8% in meno, ma in realtà il dato è del 20% in meno, visto che questo è un crimine che adesso si denuncia più che in passato.

Una spiegazione andrà pur cercata?

Certo. Si può tentare di fare un’analisi sociologica, ma, ripeto, caso per caso. Non esiste una regola che valga per tutti gli omicidi. Su Pietro Maso, per rimanere a Verona, si disse che era figlio di una realtà sociale particolare, nel nord est ricco e privo di valori. Ma allora come si spiega lo sterminio di tutta la sua famiglia da parte di Doretta Graneris, a Vercelli nel 1975? Altra realtà, altra epoca, altra situazione. Ma delitto simile. In realtà il disagio dei ragazzi può a volte tradursi in atti, ma è impossibile prevederli e soprattutto catalogarli.

Periodicamente dobbiamo tristemente registrare stragi maturate in ambienti scolastici, in Europa come negli Stati Uniti.Lei crede che film, spettacoli, immagini di violenza possano suggestionare la mente dei ragazzi?

Prima di pensare alla televisione, provate a pensare a quanto influiscano su questi adolescenti i cosiddetti social network di internet come Facebook o Youtube. Ormai alla Rete vengono sempre più affidati i proprio pensieri, le proprie paure, in qualche caso il proprio testamento, prima di compiere un crimine programmato. La televisione, in realtà, sbarella chi è già sbarellato.

In Italia rischiamo questo pericolo?

Sono molto preoccupato. Lo dico piano in senso scaramantico, ma temo che fra un po’ si possa arrivare anche in Italia a queste stragi nelle scuole. Negli ultimi undici anni ci sono state 53 stragi scolastiche e le ultime non sono state negli Stati Uniti, bensì in Europa:in Finlandia e in Germania.

Il bullismo nelle scuole rimane un problema da affrontare…

Sono convinto che il bullismo sia più che altro una moda. Va’ ovviamente combattuto. Non ho ricette per questo, però una riflessione la faccio: ogni scuola in Italia ha un gruzzoletto da spendere per l’aggiornamento di professori e studenti, ma non si fa sistema e ognuno si organizza le sue attività in proprio, senza magari mettersi d’accordo con le scuole della stessa zona, con cui invece sarebbe utile intraprendere un percorso formativo più completo.

Sono sempre più i reati “in famiglia”, spesso dovuti a gelosia, paura di rimanere soli in vista di una separazione, etc.. Cosa sta cambiando nella società di oggi?

Di solito si tratta di delitti d’impeto, di natura passionale. E purtroppo la donna è tragicamente quasi sempre la vittima di queste violenze. Spesso è la depressione a causare questi omicidi, soprattutto laddove i segnali non vengono riconosciuti. Altre volte, invece, si perde semplicemente il controllo e si va oltre le reali intenzioni.

Secondo lei dovremmo imporre una regolamentazione al diritto di cronaca su questi aspetti? Ottenere, cioè, meno spettacolarizzazione di delitti efferati?

I mass media, a volte, aiutano ad alimentare un clima di paura. Ma è anche vero che non credo sia possibile un’autoregolamentazione, soprattutto oggi che i giornali stanno chiudendo e, indubbiamente, la cronaca nera aiuta le vendite.

In un’intervista lei ha dichiarato che “il male esiste” e che “non c’è bisogno del diavolo perchè il diavolo esista”. Può spiegarmi quest’affermazione?

Il bisogno di uccidere è talmente oscuro da essere totalmente impossibile da prevedere, intuire. E’ chiaro che chi uccide non è normale. Ha quasi sicuramente qualche disturbo di personalità, ma non vuol dire che non possa decidere diversamente, per una soluzione diversa. In questi casi non è la capacità d’intendere e di volere a mancare. È la coscienza morale.

Ernesto Kieffer

Pubblicato il: 30 maggio 2011

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