Lunedi 24 luglio 2017

Adozione del figlio del coniuge: la Cassazione dice no se non c’è il consenso del padre naturale

23 DICEMBRE – Nel nostro ordinamento sono consentiti quattro tipi di adozione, con procedure e regole distinte e con conseguenze giuridiche differenti: l’adozione nazionale piena, l’adozione di maggiorenni, l’adozione internazionale e l’adozione in casi particolari.

L’adozione in casi particolari, così come previsto dell’art. 44 L.184/1983, è consentita in ipotesi tassative, anche quando non sia stato dichiarato lo stato di abbandono del minore. Una di queste ipotesi è la possibilità per il coniuge di adottare il figlio, anche adottivo, dell’altro coniuge; ciò per assicurare, a chi di fatto già svolge le funzioni di genitore, la possibilità di adottare il minore. Il legislatore ha riconosciuto l’opportunità che il figlio, entrato in un nuovo nucleo familiare, ponga in essere significative relazioni con colui o colei che, non solo di fatto ma anche sul piano giuridico, quotidianamente adempie alle funzioni di padre o di madre, senza tuttavia tranciare i rapporti con l’altro genitore o con i parenti di questi.

Devono però essere rispettati dei presupposti; è necessario distinguere tra consenso e assenso dei soggetti implicati. In particolare è richiesto il consenso dell’adottante e dell’adottando che abbia compiuto il quattordicesimo anno di età. Se l’adottando ha compiuto gli anni dodici deve essere personalmente sentito; se ha una età inferiore, deve essere sentito, in considerazione della sua capacità di discernimento. In ogni caso, se l’adottando non ha compiuto gli anni quattordici, l’adozione deve essere disposta dopo che sia stato sentito il suo legale rappresentante.

Per l’adozione è necessario altresì l’assenso dei genitori e del coniuge dell’adottando. Quando è negato l’assenso, il Tribunale, sentiti gli interessati, su istanza dell’adottante, può, ove ritenga il rifiuto ingiustificato o contrario all’interesse dell’adottando, pronunziare ugualmente l’adozione, salvo che l’assenso sia stato rifiutato dai genitori esercenti la potestà o dal coniuge, se convivente, dell’adottando. Parimenti il Tribunale può pronunciare l’adozione quando è impossibile ottenere l’assenso per incapacità o irreperibilità delle persone chiamate a esprimerlo.

La recente giurisprudenza1 ha previsto come ulteriore presupposto fondamentale il fatto che l’adozione avvenga in un contesto di convivenza armonica e di affetto tra i coniugi. Valutazione fatta alla stregua dell’interesse del minore considerando la specifica fattispecie: tra il minore e coniuge deve sussistere un valido rapporto affettivo. Per questa ragione la cessazione della convivenza matrimoniale tra il richiedente e il genitore del minore non dovrebbe sempre e comunque escludere l’interesse del minore all’adozione, ma deve essere esclusa se l’adozione non realizza il preminente interesse del minore, ma viceversa sia nociva perché si realizza in un contesto inidoneo allo sviluppo armonico del minore.

Le conseguenze giuridiche dell’adozione prevista dall’art. 44 sono differenti rispetto all’adozione piena e legittimante, ossia qui non viene rescisso completamente il rapporto con la famiglia di origine, infatti, l’adottato conserva i diritti successori nei confronti della famiglia d’origine e assume quelli della famiglia adottiva, conservando altresì il cognome della famiglia d’origine, al quale si aggiungerà quello della famiglia adottiva. Il genitore adottivo assumerà tutti gli obblighi di mantenimento, istruzione, assistenza e assume la titolarità e l’esercizio della potestà genitoriale e non acquista alcun diritto successorio nei confronti dell’adottato.

In tema di adozione in casi particolari, la Cassazione, con sentenza n. 10265 del 2011 ha negato la possibilità di adozione del figlio del coniuge perché senza il consenso del padre naturale. Nella specie, il coniuge della madre naturale chiedeva l’adozione della figlia della stessa avuta da una breve relazione con un altro uomo durante il matrimonio. Il padre naturale, pur avendo sempre manifestato disinteresse per la minore, non prestava il consenso all’adozione, asserendo che i suoi rapporti con la minore si erano interrotti a causa della scelta della donna di riprendere la convivenza con il coniuge. Il coniuge della madre, invece, aveva sempre svolto le funzioni di padre, assistendo la minore moralmente e materialmente e per tale ragione richiedeva l’adozione.

La Corte, nonostante ciò, ha affermato che il consenso all’adozione ex art. 44 richiede il consenso degli esercenti la potestà. Il fatto che i coniugi non convivessero più non ha fatto venire meno i poteri connessi all’esercizio della potestà genitoriale in capo al genitore naturale non convivente. Pertanto la Corte ha attribuito efficacia preclusiva al dissenso manifestato dal genitore naturale, impedendo alla minore di avere un secondo padre.

Dott.ssa Barbara Beozzo

Laurea in Giurisprudenza, presso l’Università di Trento

Specializzata in diritto di famiglia e minorile

Master in Situazioni di Affido e Adozione, presso l’Istituto di Pedagogia Familiare di Roma

Tutore legale di minori

1 Cassazione, sent. n. 21651 del 2011.

Pubblicato il: 24 dicembre 2011

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L'autore
Barbara Beozzo

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