Mercoledi 2 luglio 2014

La riforma del processo penale alla luce dell’esperienza americana

21 MARZO – Si è tenuta ieri, nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Verona, la presentazione del libro di Antonello Mura e Antonio Patrono “La Giustizia Penale in Italia: un processo da sbloccare. La lezione americana”. Erano presenti, oltre allo stesso Antonio, anche Mario Patrono, professore di diritto pubblico comparato presso l’Università La Sapienza e curatore della collana giuridica “Ricerche di diritto pubblico comparato”, Adonella Presutti, ordinaria di diritto processuale penale a Verona e Giampietro Ferri, docente di Diritto Costituzionale nelle vesti di moderatore.

Al centro del dibattito, come si può immaginare, si è posta la rovinosa macchina processuale italiana, che vede contenziosi troppo lunghi e pesanti, i quali giungono a conclusione con grave ritardo rispetto agli standard degli altri Paesi europei e si risolvono spesso in una denegata giustizia.

In realtà, il sistema attuale è stato plasmato da una riforma – quella che nel 1989 portò alla redazione del nuovo codice di procedura penale, il “Vassalli”- in sé positiva. Si diede infatti la spinta propulsiva per trasformare il processo penale italiano, allora pervaso dal modello inquisitorio di stampo fascista, in un processo più moderno e garantista, plasmato sullo schema accusatorio. Nel processo accusatorio, il giudice assume fin da principio il ruolo di soggetto terzo neutrale rispetto alle parti e il suo giudizio si basa sulle prove allegate dalle parti ed esaminate da lui stesso. Nel processo inquisitorio, invece, la figura del giudice tende a fondersi con quella dell’accusatore nella persona dell’inquirente che dà l’avvio al processo, acquisisce e valuta le prove. Nonostante nel 1989 siano state modificate molte norme processualistiche in senso stretto, sono comunque rimasti inalterati altri aspetti fondamentali – ad esempio quello delle impugnazioni – che, nel corso del tempo, hanno contribuito ad intaccare nuovamente la buona riuscita del processo. Ma, d’altro canto, le riforme nascono sempre in climi culturali favorevoli, e gli istituti giuridici necessitano proprio che questo sostrato si mantenga per giungere a compimento.

Mario Patrono afferma che il volume presentato può rappresentare uno spunto importante per dare effettività ai tanti progetti di riforma. “Riguardo al metodo –precisa infatti- questa è un’opera che può dare il buon esempio poiché applica la strategia del gradualismo al processo penale. Il metodo del gradualismo suggerisce di percorrere il cammino della minore resistenza possibile per attuare cambiamenti significativi e ben accettati nelle aule giudiziali”. All’indomani della redazione del Codice del 1989, infatti, esso venne accolto con grande entusiasmo, ma ben presto il lavoro di riforma si rivelò incompleto, perché inadeguato a modificare alcuni aspetti cardine di questa complessa materia –basti pensare al tema del patteggiamento-. “Il modello accusatorio adottato con questo codice, con la sua aspirazione ad assicurare la terzietà del giudice, -continua Mario Patrono- appare incompatibile con la realtà odierna sotto più profili. Basti pensare al fatto che l’appello avviene ancora nel merito, così che il giudice di secondo grado dovrà valutare, dopo anni, prove già presentate dalle parti e di certo non più fresche. I tempi processuali si dilatano a dismisura e ne consegue il fatto che migliaia di reati si prescrivono prima ancora che si giunga a sentenza”. Una soluzione? “La decisione dovrebbe spettare al contribuente; se prendessimo l’abitudine di chiedere allo Stato il rendiconto di quanto ci costano tutti i processi di oggi, forse andremmo verso altre direzioni”.

Adonella Presutti, nel suo intervento, ha evidenziato come non si sia mai seguito un autentico modello accusatorio nel nostro processo penale. La riforma del 1989 non fu, infatti, accettata di buon grado dagli “addetti ai lavori”, che sollevarono numerose eccezioni di illegittimità. Fu così che, già nel 1992, la Corte Costituzionale emanò tre sentenze di rottura con il modello contemplato originariamente dal Codice Vassalli. “D’altra parte –afferma la docente- gli Anni Novanta sono stati contraddistinti da numerose stragi mafiose e il 1992, in particolare, vide la morte dei giudici Falcone e Borsellino”. In un clima così teso, la volontà di dare attuazione al modello accusatorio passò in secondo piano per riprendere piuttosto il vecchio sistema inquisitorio. “Da allora –continua- si è assistito ad una faticosa ricostruzione del procedimento accusatorio; tramite novelle pur sempre prive di organicità (…) Ad oggi attendiamo tutti una riforma incisiva del Codice Penale e, con esso, del sistema penale punitivo nel suo complesso. Attualmente le voci di reato sono assai numerose e tutto, o quasi, è punito con la pena detentiva, cui è attribuita certamente una posizione privilegiata. Questo influenza il processo penale, che viene travolto da una domanda di giustizia smisurata. Le valvole di sfogo sono molteplici, basti pensare ai casi in cui l’esecuzione della pena è sospesa, tuttavia questo non è sufficiente ad alleggerire il sistema nel suo complesso”. Così, la relatrice sottolinea come si dia spesso luogo ad un utilizzo improprio anche dei riti cosiddetti “deflattivi” – patteggiamento, giudizio abbreviato e procedimento per decreto – perché, se da un lato questi dovrebbero evitare il dibattimento, dall’altro invece vedono frequenti elusioni, soprattutto in vista di ottenere la prescrizione del reato. Pur non essendo d’accordo con l’autore riguardo ai correttivi proposti, di certo lo è in riferimento alla necessità di riformare il sistema delle impugnazioni. “Oggi le impugnazioni sono favorite dal fatto che il primo grado di giudizio offre scarse garanzie. Se così non fosse, l’apparato delle impugnazioni potrebbe essere alleggerito”.

Infine si è avuto l’intervento dello stesso Antonio Patrono, il quale ha esordito affermando che lo scopo del suo libro non era tanto quello di valutare il sistema americano in base ai valori che lo permeano, quanto piuttosto in riferimento alla sua funzionalità. Un punto a favore del processo penale statunitense è legato, indubbiamente, alla sua celerità. Questo aspetto, però, è frutto di scelte ben precise, anzitutto il fatto che l’unica prova utilizzabile in processo è quella che si forma di fronte al giudice. “Così –afferma l’autore- si arriva ad istruire solo il 10% dei processi che altrimenti si avrebbero. Allora qual è la differenza fondamentale tra il sistema italiano e quello americano? In Italia, per l’imputato colpevole è conveniente andare avanti nel processo sperando avvenga qualcosa che comporterà un alleggerimento della sua posizione. Negli Stati Uniti è l’esatto contrario: il colpevole ha maggiore interesse nel confessare subito anziché nel far perdere tempo al giudice, anche perché la pena è più certa”.

Ma non è la sola differenza. “La prescrizione, negli Stati Uniti, non decorre durante la fase del dibattimento e non esiste neanche per ipotesi l’idea di un appello nel merito, come invece avviene in Italia. Negli USA, inoltre, l’azione penale è discrezionale, non si ammette l’istituto della contumacia né il diritto di mentire, infine il verdetto è assunto da una Giuria e non è motivato”.

Un sistema accusatorio, quindi, che fa impallidire il nostro sotto più profili, soprattutto perché l’unico rito davvero alternativo è la dichiarazione di colpevolezza.

Silvia Dal Maso

(foto Nicola Galetto)

Pubblicato il: 21 marzo 2012

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  1. [...] MARZO – Sulla scia dell’incontro della scorsa settimana, la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Verona ha aperto le porte al dibattito sul [...]

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