Lunedi 2 ottobre 2017

Voci Mutilate

25 NOVEMBRE – Quando si parla di violenza sulle donne lo scenario che si spalanca dinnanzi a noi è davvero ampio. I tanti tasselli che compongono il mosaico di questo fenomeno tristemente sempre più presente si colorano di mille tinte differenti, tanto che non di rado è difficile conoscerne a fondo i diversi aspetti, essere informati e informarsi su quelle violenze che vengono spesso dimenticate tra le affilate pagine dei giornali… Rimanendo nell’ombra.

Mi riferisco in particolare a quella violenta pratica rituale che colpisce le giovani donne dalla nascita alla prima età adulta  generalmente definita “Infibulazione”, la quale consiste nella totale recisione e sutura dell’organo genitale femminile e che, all’interno di quell’insieme di violenze sulla donna qualificate “pratiche di Mutilazione Genitale Femminile” (MGF), si distingue dalla c.d. Sunnah, che comporta lo spargimento di sette gocce di sangue e l’asportazione del clitoride, e dalla c.d. Tahara, la quale implica l’escissione del clitoride e la mutilazione delle piccole labbra. 

L’infibulazione ha origini antichissime, risale infatti alle tradizioni dell’Antico Egitto, come dimostra il ritrovamento di una mummia infibulata, ed oggi trova la sua maggiore diffusione nei paesi dell’Africa Suh-Sahariana e del Corno d’Africa ( si stima che in Somalia tale pratica sia diffusa al 98%, tanto che tale paese è stato definito “Paese delle donne cucite”) nonché nel Sud-Est Asiatico, in Malaysia, Filippine, Pakistan e Indonesia, e nella Penisola Araba.

Sarebbe tuttavia un errore pensarlo come un fenomeno lontano dalla nostra realtà. L’infibulazione, e più in generale le pratiche di MGF, sono un problema di portata mondiale: in Europa e negli Stati Uniti 2 milioni all’anno sono le donne che le subiscono e il numero, a livello mondiale, raggiunge i 130 milioni per aumentare di 2 milioni ogni anno. In Italia vivono circa 38000 donne infibulate o escisse nonché 20000 bambine a rischio in quanto appartenenti a comunità di migranti che praticano tradizionalmente la MGF.

L’infibulazione viene spesso giustificata da motivi estetici ma fondamentalmente ha lo scopo di negare il piacere della giovane donna e preservarne la purezza. I rapporti sessuali infatti sono in tal modo negati sino alla “defibulazione”(scucitura della vulva) la quale viene spesso effettuata direttamente dallo sposo prima della consumazione del matrimonio e alla quale non di rado segue una nuova infibulazione per ripristinare la condizione prematrimoniale.

Spesso le mutilazioni vengono perpetrate a pagamento da medici senza scrupoli o dalle anziane della comunità di appartenenza senza anestesia, con l’uso di strumenti rudimentali come coltelli, forbici o lame di rasoio e l’emorragia che ne consegue viene arrestata con garze, bende e, nel migliore dei casi, con punti di sutura.

Le conseguenza sono inevitabilmente tragiche: la donna perde ogni possibilità di provare piacere, i rapporti sessuali divengono dolorosi e spesso sorgono infezioni vaginale e cistiti. Il parto cagiona un terribile dolore per la donna e spesso ad esso segue la rottura dell’ utero, con la conseguente morte della donna e del bambino.

Sin dagli anni ’90 grazie al lavoro svolto dall’organizzazione “Non c’è pace senza giustizia” con il contributo della parlamentare del PD Emma Bonino, ha avuto inizio in Italia la campagna di sensibilizzazione e di informazione contro le MGF, accompagnata, a livello internazionale, da diverse Risoluzioni del Consiglio d’Europa ( Risoluzione 1247/2001 sulle mutilazioni genitali, con la quale i paesi membri venivano invitati a fornirsi di una legislazione specifica contro le mutilazioni, e la Risoluzione 2071/2008, la quale qualificava definitivamente le MGF come “grave reato” condannandole fermamente) nonché da molteplici conferenze internazionali sul tema, tra le quali spicca la Conferenza del Cairo del 2008 per l’abbandono delle pratiche di MGF, che ha visto la partecipazione di un centinaio di donne e politici di Africa ed Europa, e la 4° Conferenza Mondiale dell’ONU  sulla Donna tenutasi a Pechino nel 1995. Proprio le determinazioni di quest’ultima hanno agito d’impulso per il legislatore italiano, il quale  è giunto all’elaborazione di una normativa specifica contro tali cruente pratiche con la Legge 7/2006 recante “Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile”, la quale ha introdotto una nuova norma incriminatrice ad hoc nel codice penale italiano: l’art. 583bis “Pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili”. La disposizione prevede in particolare la pena della reclusione dai 4 ai 12 anni per chi, senza che sussistano esigenze terapeutiche, cagiona mutilazione degli organi genitali femminili, comprendendo infibulazione, escissione e clitoridectomia, nonché qualsiasi pratica che comporti effetti dello stesso tipo.

L’era della globalizzazione, dell’interculturalità e dell’incontro tra i popoli quindi mette oggi la cultura occidentale dinnanzi a fenomeni di una tale violenza da apparire immediatamente inaccettabili e incomprensibili per una concezione formatasi su valori fondanti quali la tutela dei diritti umani, la dignità della persona e il principio di uguaglianza.

Pur rifiutando quindi simili pratiche, un passo avanti però si rivela necessario nell’avvicinarsi ad esse, al fine di ricercare un dialogo concreto, un incontro e una comprensione, intesa come apprendimento approfondito e dialogico, tra culture così intimamente differenti, astenendosi da condanne sommarie e sterile dogmatismo.

La tradizione da cui proviene l’infibulazione non ha origini coraniche. Essa trova piuttosto la propria nascita nelle antichissime culture delle tribù africane e del Medio Oriente, quale “rito di passaggio” necessario affinché la bambina possa essere accolta e accettata dalla sua comunità d’origine e permetterle quindi di sviluppare la sua persona in base alle tradizioni che le sono proprie. E’ proprio questo il profilo che non deve essere sottovalutato: soprattutto per le giovani donne immigrate emerge con ancor maggiore rilevanza il bisogno di far parte della propria comunità, dove esse si rispecchiano e desiderano vivere e crescere. Ciò permette di comprendere come oggi siano proprio queste donne, in un numero insospettabilmente rilevante, a richiedere di essere sottoposte a tale iniziazione, proprio perchè solo allora potranno vivere degnamente. Infatti nella cultura di questi popoli le MGF non sono considerate una violenza ma piuttosto un segno irrinunciabile di cura e attenzione dei genitori verso la bambina, che le permetterà di ottenere il rispetto sociale senza il quale verrebbe emarginata, rifiutata e negata.

 Ecco che emerge come, inaspettatamente, il valore in base al quale viene fondato il rifiuto “occidentale” a tali forme di violenza, la dignità umana, sia lo stesso principio invocato da queste donne e dalle loro famiglie per giustificare il ricorso ad esse, senza le quali lo sviluppo umano e sociale di queste bambine sarebbe precluso. E’ importante sottolinearlo per porre attenzione nel momento in cui siamo chiamati a formulare un giudizio e ad approcciarci con queste realtà, in quanto tale profilo evidenzia come siano profondamente distanti da noi gli occhi con cui tali culture guardano il mondo e come, al fine di trovare una soluzione che ponga fine alla violenza, sia necessario sostituire le negazione al dialogo.

Il nostro legislatore ha accolto la via della repressione. La Legge 7/2006 è stata da diverse voci accusata di “perseguire scopi di intimidazioni simbolica e di orientamento culturale al fine di affermare i valori della società di accoglienza, più che per risolvere concretamente la questione”. D’altra parte tale disciplina è di certo criticabile: essa infatti, accanto ad un’impronta punitiva e categorica, non prevede i necessari finanziamenti per svolgere una concreta azione preventiva ed oggi la donne immigrate che in Italia non riescono a sottoporsi all’intervento e le loro famiglie si rivolgono all’estero, a medici compiacenti che praticano il rito dietro pagamento nei centri di chirurgia genitale o perfino ai centri specializzati in tatuaggi e piercing. Ciò emerge chiaramente dalla approfondita ricerca svolta a cura di Aldo Morrone, direttore dell’ Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e per il contrasto alle malattie nella Povertà (INMP), e Alessandra Sannella, i cui dati sono raccolti nel libro “Sessualità e culture- MGF: risultati della ricerca in contesti socio-sanitari”.

Dal 1996, presso l’ospedale San Gallicano di Roma, sede dell’INMP, è operativo uno sportello dedicato alle donne che hanno subito le pratiche di MGF, nel quale grazie al lavoro di numerosi mediatori culturali (tra i quali molte donne ex pazienti del centro) sono state curate quasi 10000 donne infibulate, sia sotto un profilo fisico che psicologico.

Per lo stesso direttore, co-autore della ricerca, la parola d’ordine oggi è INTEGRAZIONE: risulta fondamentale partire dal dialogo e dalla prevenzione, lavorando all’interno delle scuole e tramite lo strumento della mediazione culturale, senza dimenticare la necessità di riempire la profonda lacuna che oggi, su tale argomento, caratterizza l’informazione a livello nazionale e internazionale.

Elisa Chiara Fermetti

Pubblicato il: 25 novembre 2011

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L'autore
Elisa Chiara Fermetti

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