Sabato 21 ottobre 2017

Donne, esistenze a rischio nella Sodoma di oggi

foto by ipnm.wordpress.com

25 NOVEMBRE – Oggi 25 Novembre è la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne.

Questa data non è casuale anche se è solo dal 2005 che nel nostro Paese è celebrata: ben 51 anni fa sono state assassinate le sorelle Mirabal, martiri che hanno offerto la loro vita per combattere la dittatura – durata trent’anni – vigente a quell’epoca nella Repubblica Dominicana.

La violenza sulle donne può assumere molteplici aspetti. Interrogando una persona qualsiasi per strada su che cosa sia, come si concretizzi questa negazione dei più elementari diritti, immediatamente ci verrà risposto con riferimenti a vari crimini, rientranti nell’ambito di competenza del Codice Penale.

Stando ai dati ISTAT il 31,9% delle donne tra i 16 ed i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nella propria vita. Accanto alla violenza fisica vi è poi la violenza psicologica che, stando sempre alle stime, colpisce circa 7 milioni di donne.

È sulla base di tali cifre che il precedente governo si è adoperato per la conversione in legge, la 38/2009, del decreto legge 11/2009 recante misure urgenti in tema di sicurezza, violenza sessuale ed atti persecutori.

Questa normativa, oltre a prevedere un inasprimento di pena nei casi per esempio di violenze sessuali, ha introdotto una nuova fattispecie di reato, già presente in altri ordinamenti europei: gli atti persecutori noti al grande pubblico come “stalking”.

Tale fenomeno – di cui le vittime sono nel 80% dei casi donne – non è certo nuovo, ma per troppo tempo lo si è considerato in modo marginale. A lungo infatti lo stalking è stato reputato una “seccatura” di poco conto: un ex – nella maggior parte dei casi è di questi soggetti che si tratta – che scrive insistentemente all’ex compagna, la cerca e non riesce a darsi pace per la fine della relazione.

Sottile è il confine tra la semplice insistenza e la fattispecie delittuosa introdotta dal nostro legislatore.

In particolare è richiesta dal nostro codice, perchè si configuri questo reato, una condotta reiterata tale da “cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto”.

Gli atti persecutori che, nelle forme più “lievi” si configurano come violenze psicologiche, possono addirittura sfociare in altre fattispecie di reati,ben più gravi quali la violenza sessuale o l’omicidio, se non affrontati in modo consono.

Da quando è stata introdotta una specifica previsione all’art 612bis ovviamente del codice penale, nonché un numero telefonico apposito – 1522 – tantissime sono state le denunce e le segnalazioni.

Tuttavia nonostante vi sia il numero sempre attivo, che può offrire un valido sostegno anche in via anonima, secondo le stime 96 volte su 100 la vittima non denuncia lo stalker. Immaginate quindi quanto questo fenomeno sia diffuso e quanti delitti siano ancora impuniti.

La mancata notifica alle forze dell’ordine può trovare origine nei motivi più disparati: vergogna per la propria condizione, imbarazzo, paura o incoscienza, sottovalutando il rischio.

Niente di più sbagliato.

Parlarne e denunciare è infatti il primo passo verso la soluzione del problema.

Recenti studi dimostrano come la persona che subisce un simile delitto possa restare, in modo indelebile, traumatizzata da questi comportamenti ossessivi che si concretizzano per esempio in sms, mail, chiamate telefoniche…

La violenza psicologica è perciò a mio avviso, passatemi l’espressione, ancora più significativa di quella che può essere per esempio una violenza fisica concretizzantesi in lesioni o percosse.

Sono ben consapevoli di questo quelle donne che sono costrette ogni giorno a prostituirsi, dietro minaccia.

Quando pensiamo alla prostituzione in generale, la nostra mente vola subito all’immagine della donna per strada che offre prestazioni sessuali in cambio di denaro.

Molti, per questo, provano disgusto per queste prostitute, pochi tuttavia si interrogano rispetto a che cosa si celi dietro a questa immagine.

Le medesime spesso non hanno scelta. Vivono con il quotidiano terrore per ciò che potrebbe fare loro il “gestore” del complesso meccanismo che si nasconde dietro tutto ciò e per i clienti che incontreranno. Qualche volta ci capita di leggere nella cronaca nera di meretrici uccise.

Quante però sono morte nel silenzio più assordante? Quante non hanno voce o mezzi per ribellarsi alla propria condizione? Un pensiero in questo giorno, ma non solo, deve perciò sicuramente andare anche a loro, così come il nostro biasimo spetta invece a quanti, secondo le più elementari leggi economiche che regolano la domanda e l’offerta, fruendo di quei servizi, incrementano tali violenze e anzi, in un certo qual modo, le giustificano, in virtù del guadagno che, chi sta a monte, ricaverà.

Questi fenomeni analizzati, sono quelli che generano maggior allarme sociale, ma non sono gli unici esistenti. La violenza contro le donne, come ho già avuto modo di sottolineare, può assumere molteplici vesti.

La punta dell’iceberg è infatti rappresentata da quella miriade di fenomeni legati all’ambito penalistico, tuttavia guardando oltre le ovvietà, ci accorgeremo ben presto di come moltissime donne subiscano violenze ancora più subdole, poiché spesso nascoste, ogni giorno; persino nel mondo del lavoro.

“Non ho mai nutrito l’illusione di trasformare la condizione femminile, essa dipende dall’avvenire del lavoro nel mondo e non cambierà seriamente che a prezzo di uno sconvolgimento della produzione” scriveva Simone de Beauvoir parecchi anni fa; in molte realtà purtroppo le donne sono ancora oggi discriminate.

I modi attraverso cui queste discriminazioni si compiono, sono variegati: preferendo uomini al momento dell’assunzione indipendentemente dalle competenze specifiche dei candidati, non promuovendo una dipendente a favore del collega maschio… già il fatto che si avverta la necessità di stabilire “quote rosa” è una discriminazione, una violenza!

Se fossimo infatti realmente considerati tutti uguali, non vi sarebbe bisogno di queste.

Gli eventuali problemi nel campo lavorativo possono non fermarsi ad una “semplice” mancata promozione.

Ogni anno vi sono numerosi episodi del cd “mobbing”, di che cosa si tratta? È una sorta di patologia sociale, per la quale per esempio un collega fa tutto ciò che è in suo potere per ostacolare la vittima in questione sul posto di lavoro. Dalle angherie agli insulti, tutto è “valido”.

A lungo andare tutto ciò può esser causa di un forte stress e danni a livello psicofisico per il lavoratore, o in questo caso la lavoratrice, preso di mira.

Notevole importanza riveste a tale proposito la sentenza della Cassazione Penale n. 23923/2009, in cui è stata confermata la responsabilità del dirigente vessatore e si è sancito che le testimonianze dei colleghi possono inchiodare il superiore che causa un tale stress al dipendente, mediante comportamenti particolarmente aggressivi, tali da ingenerare in quest’ultimo stati ansiosi e depressivi che, nel caso di specie per esempio, hanno reso necessari per la cancelliera di cui tratta la sentenza menzionata, addirittura 20 giorni di malattia.

L’episodio oggetto di questa sentenza tuttavia non rappresenta la prassi.

Quello del mobbing è infatti un fenomeno difficile da combattere per diverse cause: innanzitutto non vi è ancora nel nostro ordinamento una previsione ad hoc. Bisogna necessariamente ricorrere ad esempio agli artt 32 e 41 della Costituzione, agli artt 2043, 2049, 2087 del Codice Civile nonché allo Statuto del Lavoratori (legge 300/70) oppure, in materia penale, all’art 590 del Codice.

Inoltre è complicato provare – fortunatamente come aiuto in tale direzione è arrivata la sentenza ricordata – che lo stato di forte malessere e disagio in cui si versa è causato dal comportamento di un collega o di un superiore.

Nonostante tutto questo, nutro forti speranze che tali situazioni possano verificarsi sempre meno spesso. Con il sostegno di ciascuno di noi, pensando che la donna vittima di questi soprusi, di queste violenze, può essere chiunque, nostra madre, nostra sorella… sarà possibile migliorare la società in cui viviamo.

È naturale che in occasione della giornata di oggi, un pensiero speciale vada a quelle donne che ovunque si trovino, stanno lottando per la parità e perchè queste violenze possano cessare; auspico che il ricordo delle sorelle Mirabal e di tutte le altre come loro, ci accompagni sempre e non solamente nella giornata odierna.

Giuliasofia Aldegheri

Pubblicato il: 25 novembre 2011

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L'autore
Giuliasofia Aldegheri

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