Lunedi 20 marzo 2017

La via per il futuro nel ritorno alle origini agricole

26 FEBBRAIO – L’economia italiana non è caratterizzata solamente dall’industria dei grandi nomi o dal turismo, un ruolo di primo piano è ricoperto dall’agricoltura, dall’allevamento e dalla pesca.

Negli ultimi anni la classe politica di rado ha posto l’accento sulle condizioni in cui versa il settore primario, dimenticando quale risorsa sia per il nostro Paese e non solo; è grazie ai 2 miliardi di persone impiegate in questo campo che noi riusciamo a trovare ogni giorno i vari cibi sulle nostre tavole.

Il settore primario non è fermo come immaginano i più alla zappa ed al carretto trainato dai buoi, è infatti alla pari – nella maggior parte delle realtà – con le più moderne innovazioni tecniche.

Nel XXI secolo due sono le sfide per il futuro: il tentativo di realizzare un’agricoltura sempre più eco-compatibile con un impatto zero sull’ambiente e nello stesso tempo riuscire ad arginare quella piaga che miete ancora migliaia di vittime ogni anno, che è la fame nel mondo.

Entrambi questi obbiettivi sono in potenza realizzabili, salvo trovare un ostacolo in noi stessi, ogni qualvolta dimentichiamo che questo settore è tra i più colpiti dalla crisi economica.

Come risollevare questo ambito economico dalla crisi?

La risposta è bipartisan: l’agricoltura biologica. Questo in linea di principio è assodato, il problema è che per rendere adatto un terreno a questo tipo di coltivazione e per produrre con tali modalità, i costi sono elevati di conseguenza anche i prodotti cerealicoli biologici – per fare un esempio – costano molto di più di un prodotto ottenuto invece con l’uso di diserbanti.

Nella logica del mercato succede quindi che alla qualità di un prodotto viene preferito un minor esborso monetario.

Un altro ostacolo che incontrano gli agricoltori italiani è ad esempio quello rappresentato dalla globalizzazione. In Italia ci sono controlli stringenti sui bene destinati alle nostre tavole, che siano d’origine vegetale o animale. Quando ci sono stati fenomeni quali la mucca pazza o l’aviaria, questi non hanno mai infatti investito prodotti autoctoni, ma sempre esteri.

Nonostante questo però, il nostro Paese costringe i produttori locali a coltivare rispettando determinati standard, in termini di remunerazione dei lavoratori, ma anche di sicurezza e qualità del prodotto, salvo poi importare dall’estero cereali in alcuni casi di qualità decisamente inferiore o con certificati contraffatti. Soltanto pochi mesi fa la Guardia di Finanza di Verona ha scoperto quintali di cereali provenienti dalle grandi distese dell’Europa dell’est, con certificati biologici falsificati.

Un mercato sempre più globalizzato danneggia l’economia non soltanto degli agricoltori, ma anche di allevatori e pescatori; teniamo presente però che non è il solo fattore che sta rendendo sempre più difficile vivere con queste professioni.

Spesso sentiamo di aiuti statali concessi a questa o a quella industria, un caso emblematico è la FIAT che fino a pochi anni fa ha vissuto quasi esclusivamente grazie a “bonus” elargiti dallo Stato; per l’agricoltura invece negli ultimi 30 anni gli aiuti pubblici sono scesi dal 18% al 6%.

Questo perchè non si è tenuto assolutamente in considerazione il fatto che il prezzo dei cereali è rimasto pressochè inalterato dagli anni ’70.

Un quintale di mais costa circa 20 euro quanto un paio di kg di gelato.

Da quando si è insediato il governo Monti che ha dovuto imporre agli italiani una cura, amara si, ma necessaria; i media hanno dato sempre grande importanza alle manifestazioni di protesta delle varie categorie colpite dalle manovre economiche. Il 22 febbraio coltivatori diretti ed allevatori si sono recati a Milano per ottenere udienza presso la Regione Lombardia, in segno di protesta per i rincari insostenibili a cui devono far fronte. Costoro non sono stati certo al centro delle cronache a differenza dei taxisti romani per esempio, perchè? Forse gli agricoltori non portano sulle proprie spalle il prezzo della crisi?

Tutti i lavoratori che utilizzano l’auto per recarsi a lavoro ogni giorno conoscono bene il grado di incidenza dell’aumento dei carburanti sul reddito famigliare.

È forse sfuggito a qualcuno che nelle campagne i trattori – usati ore e ore ogni giorno – vanno a carburante e non ad energia solare?

È evidente a chiunque come l’aumento delle accise sui carburanti colpisca in modo inaudito questo settore, già gravemente penalizzato anche dall’introduzione dell’IMU.

Con il vecchio sistema di imposizione fiscale, non si pagava l’ICI sui fabbricati rurali rientrando questi a pieno titolo nella somma dovuta come reddito dominicale. Il reddito dominicale infatti, a carico del proprietario del fondo, fa riferimento alla tariffa di estimo catastale,calcolata sulla base del valore del terreno e delle varie migliorie apportate. Quando saranno stati precisati i criteri in base ai quali effettuare il calcolo del dovuto, il reddito dominicale verrà sostituito dall’IMU che, affiancata alla nuova classificazione catastale voluta dal governo, per gli agricoltori comporterà un aumento della pressione fiscale da 2 a 4 volte rispetto a quella in vigore fino a ieri.

Come se tutto ciò non fosse ancora sufficiente a descrivere la situazione in cui versa questa categoria dimenticata dai più, il governo da anni approva piani energetici destinati ad incrementare il numero di stabilimenti di biogas sul territorio nazionale,mediante incentivi consistenti.

Il biogas è si energia rinnovabile, ma ha dei costi spropositati quanto a risorse.

Non vengono infatti utilizzati unicamente gli scarti per produrre l’energia, bensì in buona parte prodotti di prima qualità.

A fronte di carestie come quella recente che ha colpito duramente il Corno d’Africa, è assurdo sprecare risorse alimentari per la produzione di energia, quando si potrebbe ricorrere, in una penisola come l’Italia, ad altre soluzioni quali l’energia eolica o solare.

Per citare un recente rapporto FAO,”il diffuso degrado e la crescente scarsità delle terre e delle risorse idriche stanno mettendo a rischio un gran numero di sistemi di produzione alimentare chiave in tutto il mondo, costituendo una seria minaccia alla possibilità di riuscire a sfamare una popolazione mondiale prevista raggiungere i 9 miliardi di persone entro il 2050″. Tutto ciò è, in una parola, paradossale.

In aggiunta, gli incentivi che lo Stato assicura ai produttori di biogas sono di una tale entità che costoro riescono ad affittare grandi distese per produrre sempre più energia, a prezzi fuori dalla portata del comune agricoltore che così, oltre ai carburanti ed ai prezzi delle merci ridicoli, deve fronteggiare anche tassi d’affitto al limite dell’usura.

Uno spiraglio arriva dall’attuale premier.

Da grande esperto di economia quale è, evidentemente ha acquisito, rispetto ad altri, una maggiore consapevolezza della nuova scure che ben presto si abbatterà sull’economia agricola italiana, a seguito dell’approvazione da parte dell’UE di un accordo con il Marocco per gli scambi (o forse sarebbe il caso di dire “per l’importazione”) di prodotti agricoli e ittici.

Secondo Coldiretti infatti questo accordo bilaterale, approvato a metà febbraio, non tiene assolutamente in considerazione i “diversi standard produttivi in termini ambientali, fitosanitari e di qualità dei prodotti originari del Marocco”. In sintesi per l’associazione in questione, l’UE ha ignorato, nello stabilire le modalità di ingresso nei Paesi dell’Unione di questi prodotti extracomunitari, i diversi costi di produzione e di manodopera.

Il Presidente del Consiglio Mario Monti nel suo intervento alla riunione del Consiglio governativo del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo, si è così espresso: «stiamo mettendo una pressione insostenibile sulle risorse naturali mentre continua ad esistere il problema della fame: un mondo così è ingiusto e di conseguenza anche instabile».

Il Capo dell’Esecutivo ha infine risposto agli appelli dei vari sindacati interessati, promettendo maggiori investimenti in questo settore cardine dell’economia italiana.

Concludendo, per guardare al futuro dobbiamo sempre aver ben chiaro chi siamo e da dove veniamo; l’uomo viene dalla terra e non può pensare, in nome di una ricchezza individuale ed effimera, di accantonare la propria origine e avere successo.

Giuliasofia Aldegheri

Pubblicato il: 26 febbraio 2012

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Giuliasofia Aldegheri

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