La fine prima dell’inizio: l’arte veronese contemporanea racconta la morte.

Se non puoi parlarne, allora trova un altro linguaggio. Se non ci riesci, chiedi agli artisti. Loro forse sapranno cosa fare di tutto quel mistero, di quell’indicibile che si chiama morte. Improvviso allora un excursus sommario, sicuramente incompleto, tra alcuni luoghi e autori veronesi del Novecento e della contemporaneità, per raccogliere interpretazioni e visioni che vanno oltre l’iconografia dell’arte funeraria e raccontano dei nostri dubbi umani più dolorosi.

Nel salire la gradinata del Cimitero monumentale non si pensa che si stia per accedere a uno spazio espositivo, invece l’esperienza è molto simile a un museo all’aperto, in cui diversi artisti, prevalentemente veronesi ma non solo, hanno dato forma al lutto, alla fede dei loro committenti, ma anche all’enigma della fine ultima. Sembra ad esempio che scorra un fiume tra due opere, il monumento funebre Drezza di Egidio Girelli, una figura femminile che pare essere prostrata dall’intensità delle sue preghiere, e il soggetto assorto e muscolare, realizzato nel 1925 da Eugenio Prati per il monumento funebre Sartori, il quale sembra in preda a pensieri senza soluzione.

foto di Associazione culturale Mario Salazzari, fonte Archivio Scultura Veronese dell’800 e del ‘900.

 

La morte diventa narrazione anche oltre lo spazio del sacro, fuori dai cimiteri e dalle pale d’altare. In Grande croce con mela gialla e alpino alato, 2 febbraio 1970 di Carlo Zinelli, visibile nel suo archivio digitale, il simbolo cristiano, qui completamente nero, catalizza le energie della composizione, in cui i tanti elementi narrativi si presentano come in un’icona. Ci si deve fermare a decifrare forme e significati, tra soggetti che affiorano dal mondo personale di Carlo, ma che appartengono a tanti racconti che sanno di guerra, morti, rinascite, forza generativa della vita naturale.

Grande croce con mela gialla e alpino alato, particolare

Un nero similmente terreo, freddo, si sviluppa nei volumi di un’altra opera veronese, l’imponente Spino del filo spinato di Pino Castagna, dal 2009 in piazza Isolo. Dedicata alla memoria delle vittime della Shoah, questa scultura parla costantemente non solo con lo spazio, la luce, il tempo, ma anche con tutto ciò che non sappiamo di quell’altrove. Irrompe tra le pietre, si fa spazio in una parte di città fatta di traffico e di passaggio. “Loro” parlano a “noi”, si impongono, non ci danno riposo, ci invitano ad ascoltarli in uno spazio civico, privo di mediazioni religiose.

Lo spino del filo spinato, Pino Castagna

 

Lo sguardo che non vediamo, quegli occhi che pensiamo ci stiano ancora osservando, possiamo immaginarli come finestre spalancate sul buio nella serie Dentro l’ombra di Carla Collesei Billi, un ciclo nato per rendere tangibile l’esperienza della perdita e la fatica di elaborare il lutto. Ma anche una rappresentazione che dà forma a chi è altrove, dentro l’indefinibile e di cui non comprendiamo natura o emozioni.

 

È in una casamatta che Francesca Sganzerla, artista di origini veronesi ma vissuta in diversi continenti, nel 2007 realizza una cappella. All’Arsenale Novissimo di Venezia, dove ha sede la fondazione Thetis, un piccolo edificio dalla forma di ogiva si traveste da tempietto votivo, per l’artista un’eredità del tempo vissuto in Vietnam. La volta d’impianto ottagonale del Bunker/Chapel – questo il titolo del lavoro – si riferisce al legame numerico tra finito e infinito, e riluce grazie alla finitura a foglia d’oro, che ricorda i mosaici della laguna, e al candelabro votivo proveniente dalla chiesa di S. Polo. Pochi elementi che bastano ad accendere la preghiera anche in un luogo a scopo difensivo. Pochi dettagli che rendono plausibile un viaggio di trasformazione, nonostante il dolore.

Francesca Sganzerla, bunker/chapel, 2007, installazione allo Spazio Thetis

Sempre nera un’altra croce, quella collocata da Davide Coltro per la Quaresima e la Pasqua del 2013 nella chiesa di San Raffaele a Milano, Crux, per crucem ad lucem, installazione di quadri elettronici che riproducono porzioni di cielo. Nel rigore della forma e l’apparente freddezza dei materiali, in questo lavoro non c’è solo l’invito alla contemplazione, ma anche il coraggio di una forma di rivelazione. La meditazione di questi moduli elettronici suggerisce l’evoluzione di ciò che si compie durante la Settimana Santa, ma anche chiede a chi guarda di alzare lo sguardo verso un cielo fisico e metafisico. Il movimento naturale delle nuvole racconta di mutevolezza costante, di trasformazione di tutto ciò che è vivo ma anche di ciò che sfugge, che non è contenibile. E quella croce nel suo significato cristiano è la chiave interpretativa, il codice che rivela il senso del nascere e del morire.

Crux, per crucem ad lucem, Davide Coltro

 

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