Lunedi 23 ottobre 2017

L’Italia del lavoro che non c’é. Alcoa, Ilva e le imprese di Porto Marghera tra chiusura e riqualificazione ambientale.

lavoratori dell’Alcoa di Portovesme sul piede di guerra

8 SETTEMBRE – Dopo la fine delle dimostrazioni di protesta, indette dagli operai dell’Alcoa di Portovesme nella regione sarda del Sulcis, ora fanno la loro comparsa inquietante i candelotti di esploviso. Rinvenuti ai piedi del traliccio che assicura elettricità a Iglesias e posizionati di fronte allo stabilimento, gli otto congegni sono fin troppo facilmente riconducibili alla rabbia e alla frustrazione di chi dovrà fronteggiare, alla fine di quest’anno, il baratro della disoccupazione. Ciononostante, i sindacati si sono affrettati a condannare il gesto e a specificare la sua estraneità al modo di pensare e di agire dei dipendenti dell’azienda. Poco prima delle 17:30 di ieri, i tre lavoratori che protestavano da quattro giorni a 60 metri da terra hanno lasciato la cisterna sulla quale si erano asserragliati. Uno ad uno. Tra loro anche un cardiopatico che aveva accusato un malore e le cui condizioni stavano lentamente peggiorando. Oggi; una telefonata anonima all’Ansa e alla redazione del giornale “Iglesias” ha avvertito l’opinione pubblica della presenza dell’esplosivo.

Se ne va così la storia metallurgica di un’intera regione che, durante tutto il Novecento, catalizzò su di sé l’attenzione degli investitori e dello stesso Stato. Trovare impiego nel comparto era sinonimo di buone possibilità di lavoro e, quindi, anche di stabilità e fiducia. Ora invece tutto sfuma nell’incertezza della disoccupazione, in una regione già sfibrata nella sua struttura economica e sociale. “Riteniamo utile riconfermare che dal primo agosto non abbiamo ricevuto nessuna nuova e concreta manifestazione di interesse da parte di potenziali acquirenti dell’impianto” afferma la proprietà dell’Alcoa in un comunicato. Parole che pesano come un macigno e che, soprattutto, spengono ogni speranza dopo mesi di trattative condotte con soggetti apparentemente molto interessati all’acquisto. Rimaste sul tavolo due sole aziende, Klesch e Glencore, Alcoa si era impegnata a dare loro accesso alle sue strutture, al personale e ai suoi stessi dati. Rifiutando l’offerta della prima potenziale acquirente, perché troppo costosa per l’azienda sarda e “irrealistica in materia di fornitura di energia”, la trattativa era continuata con la seconda salvo arenarsi prima della fine del mese di agosto.

Lunedì 10 settembre, intanto, a Roma si terrà il corteo organizzato dai sindacati del Sulcis, che vedrà in primo piano circa 600 persone, tra dipendenti della fabbrica di alluminio e amministratori locali. “Glencore invii ad Alcoa, se è davvero intenzionata all’acquisto, una manifestazione di interesse” propone Rino Barca della Cisl, ma il gruppo svizzero ora tace.

D’altro canto; c’è già chi propone un radicale cambiamento nel modello di sviluppo economico di questa porzione d’isola. Salvatore Cherchi, ad esempio, sindaco di Carbonia per dieci anni e presidente della provincia, afferma: “E’ importante impostare una diversificazione produttiva che valorizzi altri settori vicini all’industria, come quello delle energie rinnovabili, e poi concentrarsi sul turismo”. In effetti sembra essere proprio il turismo, con tutti i servizi ad esso connessi, il vero filone aurifero ancora inesplorato in questi territori della parte meridionale della Sardegna. Tanto più che non sono molti a conoscere la bellezza di luoghi dall’alto valore naturalistico quali Porto Pino e Cala Domestica. Già da adesso si stima che la provincia di Carbonia Iglesias, con i suoi 55 alberghi, accolga circa il 2,4% del totale dei turisti che arrivano per trascorrere le vacanze in terra sarda. Tuttavia, bisogna ancora fare i conti con l’inevitabile inquinamento che aziende come l’Alcoa hanno prodotto tanto in terra quanto in mare.

gli stabilimenti dell’Ilva di Taranto visti dall’alto

Altra questione spinosa riguarda i dipendenti dell’Ilva di Taranto, fabbrica famosa per la lavorazione dell’acciaio ma anche per l’inquinamento prodotto nel territorio e l’alta mortalità che colpisce chi ha vissuto nelle zone circostanti. Nel corso dell’incidente probatorio che vede indagati per disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, sversamento di sostanze pericolose ed altri capi d’imputazione anche il direttore dello stabilimento siderurgico e il responsabile dell’area agglomerato, sono state depositate presso la Procura di Taranto due perizie delle quali una chimica e l’altra epidemiologica. Nella prima, che riguarda l’anno 2010, si evidenzia come l’Ilva abbia prodotto emissioni esorbitanti di monossido e biossido di carbonio, molte delle quali disperse in modo incontrollato. La perizia epidemiologica, invece, ha stimato in 11.550 le morti che negli ultimi sette anni sono state causate da malattie cardiovascolari e respiratorie connesse al grave inquinamento ambientale e circa 30.000 i ricoveri annui per cause cerebrovascolari, cardiache e, ancora, respiratorie. Dopo che, lo scorso 26 luglio, il GIP di Taranto ha disposto il sequestro senza facoltà d’uso dell’intera area, si è però alzato il grido di dolore di altre centinaia di operai impiegati nell’industria ormai considerata a rischio.

Così, mentre Giorgio Napolitano a Venezia auspicava “una soluzione non traumatica” per l’azienda tarantina, Mario Monti in queste ore ha ribadito che il governo non ha dimenticato la situazione difficile e delicata in cui versa la città. “E’ un problema che si chiama sfida al mondo produttivo moderno –ha affermato- E’ possibile produrre certi beni in piena coerenza con le esigenze dell’ambiente? Sarebbe tragico se dovessimo concludere che due beni fondamentali per l’uomo, quali il lavoro e l’ambiente, sono incompatibili”. Il ministro dell’ambiente Clini, intanto, è atteso a Taranto il 14 del mese.

Anche in Veneto, nel frattempo, l’industria metallurgica è in crisi da tempo e si cercano soluzioni per la salvaguardia ambientale. In tempi recenti; Porto Marghera è balzato agli onori della cronaca per via dell’Accordo di Programma per la Bonifica e la Riqualificazione ambientale firmato dallo stesso ministro Clini, dal presidente della regione Luca Zaia, dal sindaco di Venezia Orsoni e dalle altre principali autorità locali. Proprio questa presa di posizione forte ha ispirato, a Taranto, il candidato sindaco Sergio Bonelli della lista ecologista “Aria Pulita” a diffondere il motto: “A Porto Maghera lo hanno fatto!”. Si tratta, per la precisione, di chiudere i siti industriali maggiormente inquinanti cercando al contempo di avviarne la riconversione, senza perdere un solo posto di lavoro.

le industrie di Porto Marghera viste dalla laguna

Ma la crisi industriale, a Marghera, ha colpito duramente anche i settori della cantieristica navale, della produzione chimica e l’ambito metalmeccanico. In soli cinque anni, la disoccupazione ha raggiunto cifre impressionanti e, soprattutto quella giovanile, riguarda circa il 20% della popolazione. Ciò che ha aiutato, almeno in parte, a salvare alcuni posti di lavoro è stata la specializzazione unita alla diversificazione delle attività produttive. A differenza, cioè, che in molte altre regioni d’Italia, anziché puntare tutto su una monoproduzione incentrata solo sulla lavorazione di alcune materie prime, ci si è specializzati in più ambiti. Ora, però, il maggior incremento di disoccupazione lo si riscontra proprio nelle microimprese, mentre nella grande impresa tende ad essere minore (nel primo caso, durante il 2011 l’aumento ha raggiunto circa le 4000 unità, mentre nel secondo si è arrestato a quota 1.500). A differenza di quanto possibile nel Sulcis e a Taranto, inoltre, sebbene Venezia sia una delle città più visitate al mondo, i disoccupati di Marghera stentano ad essere riassorbiti nel settore turistico.

 

Silvia Dal Maso

 

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