Requiem padano

9 APRILE – Alla fine è arrivata la caduta per il Senatur. Dopo un ventennio in cui ha segnato, nel bene o nel male,  l’intera politica italiana, Umberto Bossi ha rassegnato le sue dimissioni da Segretario Federale della Lega. Lui, il fautore dell’espressione “Roma ladrona”, è apparso alla fine come il “Ladrone”. Il Bossi che è finito sulle pagine di tutti i media nazionali non era più comunque il Bossi di un tempo. L’ictus ormai aveva tolto l’energia di quell’uomo che aveva, con le sue idee e i suoi impeti, distrutto la Prima Repubblica e con il motto “Padania Libera” ridato una speranza a coloro che assistevano al crollo dei grandi Partiti del Novecento.

Umberto Bossi è difficile da descrivere e da catalogare; di lui, prima della malattia, c’erano o il terrore o l’adorazione.  La gente del meridione che, soprattutto negli anni novanta, si recava al nord presso Brescia o Bergamo aveva paura di essere assalita dai leghisti che non accettavano i “terún”.  Ma, nonostante le critiche, vi era sempre una forma di rispetto nei confronti di quell’uomo che credeva in ciò che faceva; proprio ciò gli ha permesso, nel tempo, di ottenere ampli appoggi da parte di Socialisti, Democristiani, Liberali, Comunisti, Fascisti e Repubblicani. Inoltre anche molti “terún” avevano accettato e sostenuto le idee della Lega.

Bossi non ha mai rigettato i suoi valori, come altri esponenti di spicco Italiani; al contrario, ha condotto importanti battaglie con successo. La legge costituzionale sul federalismo, giusta o sbagliata che sia, è stata realizzata grazie alla sua volontà . Il federalismo è indubbiamente un argomento controverso, ma resta il fatto che il suo movimento è stato l’unico, tra le tante formazioni politiche, a proporre una riforma dell’ordinamento nazionale ormai entrato, anche per colpa di un immobilismo costituzionale, in agonia.

È stato il suo partito a proporre la “Devolution”, un sistema che avrebbe creato un Paese federale  con un esecutivo forte. La Devolution venne però bocciata nel referendum del 2006.  Bossi non era, però, più lui da molti anni. La malattia aveva segnato il suo fisico e non era più capace di guidare le redini di un Partito in piena ascesa. Dei suoi problemi di salute ne hanno approfittato solo persone interessate ai propri interessi, ad arricchirsi senza un preciso motivo visto che di soldi nella politica, purtroppo e a malincuore, ne girano troppi. Nel giugno 2011, a Pontida, Bossi disse: “La mia fine è con Berlusconi; nel momento in cui cadrà, io seguirò la sua stessa fine”. Parole profetiche. È impossibile, comunque, sintetizzare un fenomeno sociale quale è stato Bossi con la Lega. Inoltre, per capire le sue vere responsabilità, dobbiamo attendere l’esito delle indagini dei magistrati.

 

Michele Altavilla

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