Giovedi 29 giugno 2017

Ricordiamo i Martiri delle Foibe

9 FEBBRAIO – Lo sterminio delle Foibe ed il conseguente esodo, rappresentano l’apice di un immemorabile conflitto per il controllo sull’ Adriatico orientale, conteso da popolazioni Slave e Italiane. Questa lotta germina con l’affermarsi degli stati nazionali in territori composti da etnie miste. Nel XX secolo molte popolazioni subirono un processo di “snazionalizzazione” ed emigrazione forzata, il cui risultato fu la distruzione di realtà linguistiche e culturali. Focalizzando l’attenzione sulla componente etnica, è d’obbligo ricordare che già prima del XIX secolo in Venezia Giulia e Dalmazia erano presenti popolazioni di lingua romanza e slava. In particolare le zone costiere e le città erano abitate da etnie di origine romanzo-italica, mentre nelle campagne e nell’entroterra risiedeva una maggiore componente slava. Tuttavia l’èlite intellettuale ed economica era di cultura e lingua italiana. A partire dagli anni 1848-49 iniziarono le tensioni di stampo nazionalistico, che portarono via via (dopo varie vicissitudini storiche) ai fatti del 1943-45.

In Dalmazia invece si perseguì inizialmente il mito di una nazione Dalmata che comprendesse origini slave e romanze, tuttavia la Croazia rivendicava il territorio dalmata come proprio. Il sentimento nazionalistico croato si esplicò in termini repressivi, coercitivi e violenti. (Nei primi anni del 900 la popolazione italiana in Dalmazia risultò drasticamente ridotta).

La genesi della rovina delle comunità italiane nei territori sopra menzionati, è da ricercarsi anche in ragioni storico-politiche-strategiche. Col sorgere del Regno d’Italia, il germinare dell’irredentismo italiano preoccupò notevolmente gli Asburgo, i quali si adoperarono per favorire il nascituro nazionalismo di Sloveni e Croati (popoli ritenuti più leali e fedeli degli Italiani). Come inevitabile conseguenza ci fu l’espansionismo serbo e una progressiva distruzione delle comunità italiane. Fatto questo breve incipit storico, è opportuno evidenziare come ai giorni nostri il dramma delle Foibe è sentito.

Per conservare la memoria delle vittime delle foibe e della tragedia vissuta dagli esuli, la Repubblica italiana ha istituito nel 2005 il Giorno del Ricordo, una solennità civile che viene celebrata il 10 febbraio di ogni anno. La legge n. 92 del 30 marzo 2004, che ha istituito la ricorrenza civile, ha decretato anche la nascita del Museo della civiltà istriano-fiumano-dalmata, con sede a Trieste, e l’Archivio museo storico di Fiume, con sede a Roma. Inoltre, sono previste iniziative per la valorizzazione del patrimonio culturale, storico, letterario e artistico e per preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate. Le foibe (dal latino fovea) sono voragini naturali; hanno struttura a pozzo subverticale e si sviluppano su diversi livelli; la profondità può anche essere di alcune centinaia di metri e terminano spesso nelle falde acquifere sotterranee.

Dall’8 settembre 1943 al 1945, nell’intento di “estirpare” la popolazione italiana della Venezia Giulia, della Dalmazia e dell’Istria, innumerevoli civili e militari italiani furono trucidati dai partigiani jugoslavi di Tito e scaraventati nelle foibe del Carso, dell’Istria e del Goriziano.

“RICORDARE” un verbo tanto semplice quanto eloquente, ricordare per non lasciare cadere nell’oblio dell’indifferenza e dell’ottusità tanta sofferenza, ricordare per fare rivivere tutte queste persone innocenti sterminate dall’odio politico-razziale.

Questo articolo non vuole essere una mera elencazione di molti luoghi, tristemente famosi, in cui perirono migliaia di Italiani, tanto meno una lezione di storia, funge invece da spunto riflessivo per analizzare con rinnovata coscienza e sensibilità un recente passato che ci appartiene. Alle volte è molto facile tralasciare, ignorare e non curarsi di questo passato, che sembra ancora così pesante, così ingombrante. Anche se sfugge il tempo per soffermarsi a ripercorrere (almeno dal punto di vista intellettuale) certi luoghi, certi sentieri, sarebbe sufficiente far proprie quelle rimembranze di chi ha vissuto tali tragedie in prima persona e ne è fortunatamente sopravvissuto, cristallizzandole in libri, racconti, interviste e fotografie.

Scrivere, studiare e ricordare sono gli unici mezzi per rendere giustizia e conferire un posto nella storia ai nostri Martiri (vilipesi dai loro aguzzini e purtroppo anche dai posteri), gli unici mezzi per riportare alla luce i loro volti, le loro storie, i loro sogni infranti e soprattutto la loro memoria. Cercare di recuperare testimonianze dagli esuli rimasti e dai loro discendenti, significa tenere vivo il ricordo di una tragedia e di un dolore mai lontano che riguardano la nostra popolazione, una tragedia troppo spesso ignorata. Ricordare è l’unico modo per spazzare via qualsiasi ideologia e rendere onore a chi durante quei maledetti giorni è stato barbaramente ucciso. Se a distanza di tutti questi anni c’è ancora chi fa della sterile polemica su questi tristi fatti d’arme, viene quasi spontaneo citare un frammento di una famosa canzone di Guccini che rappresenta egregiamente i  danni provocati dall’ignoranza, dalle ideologie e dalla cattiveria: “Ancora tuona il cannone, ancora non è contento di sangue la belva umana.”

Gli italiani uccisi dal 43 al 45 sono migliaia, senza procedere con tristi elenchi di morte è comunque opportuno informare chi legge su alcune di queste (tristemente note) cavità carsiche:

1)      FOIBA DI BASOVIZZA: oltre 1000 cadaveri

2)      FOIBA DI MONRUPINO: oltre 1000 cadaveri

3)      FOIBA DI VILLA ORIZI: 200 cadaveri

4)      FOIBA JELENCA: 156 cadaveri

5)      FOIBA DI PODGOMILLA: 80 cadaveri

In conclusione, ai fini di suggerire una riflessione spirituale, vengono alla mente le parole di un uomo di Fede: Sua Eccellenza Antonio Santin (1895-1981), Vescovo di Trieste e Capodistria.

“Questo calvario col vertice sprofondato nelle viscere della terra, costituisce una grande cattedra che indica nella giustizia e nell’amore le vie della pace.”

Francesco Arcari

Pubblicato il: 9 febbraio 2012

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Francesco Arcari

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