Martedi 13 dicembre 2016

I “vù cumprar” dell’Europa: l’Italia.

15 LUGLIO – Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni è definibile con un solo semplice aggettivo: squallido. È infatti squallido e frustrante che la nostra politica, quella del nostro Governo, sia giudicata da analisti d’oltre Oceano che, attraverso voti paragonabili a quelli scolastici, decidono del destino della nostra economia. Le principali agenzie di rating sono oggi il giudice supremo dei paesi di tutta l’Europa, e dell’Italia in modo particolare. Siamo in piena dittatura di mercato, con un mercato che viene regolato da questi voti virtuali che sembrano essere il risultato di una forza suprema che, in modo metafisico, agisce sul mondo.

Cosa sta avvenendo in realtà? Ciò che ormai è confermato è il fatto che ogni decisione politica viene valutata in base alle cifre con cui siamo classificati, cifre che hanno lo scopo di “indirizzare il mercato”. Sembra che, oggi, il fine della politica italiana, ed europea più in generale, sia semplicemente convincere il mercato. Viene però spontaneo chiedersi come sia possibile riproporre l’Italia come un paese virtuoso, se ancor prima di vedere gli effetti delle gravose riforme del Governo Monti, i mercati vengono subito messi all’allerta per quanto riguarda gli investimenti nel nostro paese. E ancora più penoso è lo spettacolo cui si assiste sempre più spesso, quello del nostro Presidente del Consiglio che si reca negli USA per convincere i mercati, per implorare gli investitori a tenerci a galla. Perché, dietro alle formalità, è proprio questo che sta avvenendo.

Le agenzie di rating stanno diventando l’unico elemento realmente decisivo della nostra politica. Ma come reagire di fronte a un giudice che non ha criterio? Fortunatamente, dopo l’ultima votazione, che portava il nostro paese al fatidico livello baa2 sia il nostro Presidente del Consiglio che l’Unione Europea hanno ribadito l’impegno dell’Italia, che è forse presa come un capro espiatorio anche degli altri paesi. Sebbene il nostro paese sia gravato da un forte debito sovrano, è bene infatti ricordare che, a livello economico (soprattutto per quanto riguarda la crescita del PIL), una situazione analoga è presente in Spagna, Grecia e Portogallo. Tuttavia, sembra che il paese che fa affondare l’intera eurozona sia l’Italia.

Affermare che la crisi non esiste sarebbe assurdo, una follia certamente, ma bisogna ricordare che il panico generale che si va sempre più creando può essere uno strumento per indirizzare i mercati e i cittadini verso soluzioni che magari potrebbero apparire molto impopolari. La crisi che stiamo vivendo è infatti finanziaria, oltre che prettamente economica. Quella lavorativa è molto distante da quella finanziaria, e forse ne è il rifletto principale. Per quale ragione, infatti, siamo ormai in balia di un indice di spread che va su e giù senza alcun ritegno? Fino a un anno fa, nessuno parlava degli spread, e le questioni più urgenti erano l’evasione fiscale e la crisi lavorativa. Oggi, invece, sembra che lo spread sia diventato l’unico fattore determinante, e che tutto ruoti intorno a quell’indice. Viene da chiedersi in quale modo e chi regoli quei numeri di fuoco. Nessuno, o pochi, hanno infatti spiegato cosa effettivamente sia lo spread, e improvvisamente il debito sovrano sembra essere diventato l’unico elemento degno di attenzione.

Parimenti, è bene ricordare che l’Euro è stato più volte una moneta molto più forte del Dollaro, malgrado questa spaventosa crisi. Si sta forse strumentalizzando la paura del mercato, questa entità astratta tanto indefinibile quanto pressante. Infatti, se le agenzie di rating sono le sole ad emettere giudizi sugli stati, o se sono, comunque, le sole ad essere prese realmente in considerazioni, come possiamo pensare di avere la libertà di ribattere? Se l’unica voce ascoltata dal mercato, da questi ipotetici investitori così forti, sono le valutazioni delle agenzie, il mercato è in mano a questi palazzi del potere. Si sta creando, per così dire, un mondo di numeri in un mondo virtuale, dove a contare non è più il dato economico, ma l’indice che lo rappresenta. Questo era chiaro già anni fa, quando si cominciava a vedere che l’economia virtuale era ipertrofica, gonfiata, lontanissima da quella reale.

I grandi capitali sono oggi quelli finanziari, sempre più gonfi, mentre i valori degli immobili, del lavoro, dei beni, dei prodotti alimentari, si fa sempre più labile. Si consideri poi l’assurdità di voler giudicare un paese nella sua complessità economica attraverso un indice, come se fosse possibile riassumere tutte le dinamiche in un solo numero. È effettivamente grottesco, e ancor più umiliante è pensare al fatto che stiamo praticamente implorando i mercati di salvarci. Siamo ormai i “vù cumprar” del mondo.

Enrico Cipriani

Pubblicato il: 15 luglio 2012

Stampa Stampa
L'autore
Enrico Cipriani Enrico Cipriani

Seguici

Ricevi le notizie nella tua casella di posta elettronica


Oppure se utilizzi Facebook clicca