Design al Pepe Verde

Anton Hougaerts

13 APRILE – In questi giorni il meglio della creatività e del design italiano e mondiale è in mostra a Milano per il 50° Salone del Mobile, uno degli eventi più attesi nella città meneghina. Quale momento migliore per una chiacchierata con chi in questo mondo ci lavora tutti i giorni, per raccontarci (si) il design odierno e futuro.

Incontro Anton Hougaerts, ligthing designer, nella cucina di casa sua. Un luogo distante anni luce dal salone milanese, ma che serve subito ad indirizzare i nostri discorsi: “In questo momento storico – esordisce Anton – ‘multidisciplinarietà’ è la parola d’ordine per ricercare nuovi canali d’espressione, e il mondo del design non si è certo tirato indietro”.

Evitiamo subito gli equivoci; che c’azzeccano ricette e fornelli con i vostri progetti?

“Se intendiamo il design come un metodo per, sì, rendere bello un oggetto e privilegiarne l’estetica, ma anche per renderlo funzionante ed utile allo scopo, è chiaro il parallelismo esistente con la cucina e in particolare con alcune tradizioni orientali, per le quali il piatto non deve solamente essere ricco e sostanzioso, ma va gustato anche visivamente ed esteticamente. Da questi principi si è sviluppato ad esempio il Food Design, reinterpretazione occidentale di antichi concetti, con la volontà di unire estetica e sostanza, per nutrire tutti i sensi dell’uomo.”

Mentre parliamo, Anton dispone gli ingredienti per il suo piatto, filetto al pepe verde, sul tagliere. Le mani si muovono svelte e sicure. Il sottoscritto dimostra subito poca grazia fra i fornelli, mi limito quindi al vino, due calici per rendere più fluide le parole. La scelta di una ricetta molto semplice è casuale o funzionale al nostro discorso?

“L’ho scelta perché si sposa con alcuni dogmi del design. Creare un prodotto/piatto che unisca forma e funzione (leggi: estetica e nutrimento) e che al contempo sia fruibile dalla maggior parte delle persone. Sono sempre più convinto che il cucinare, come il progettare, significhi principalmente Saper Fare, ed in cucina come in uno studio tutto ciò che si produce è frutto di progettazione.”

Il profumo spaziato di carne che sale dalla padella si fa sempre più invitante, non sconcentrarti!

Oggi sembra che tutto sia design. L’idea è divenuta il momento principe della creazione, quasi eliminando lo studio e l’esperienza che ne stanno alla base, per farci sentire tutti un po’ designer. Ma, cos’è il vero design? Per uno che lo vive tutti i giorni da anni..

“Penso si debba restare sui semplici concetti guida che hanno permesso ad architetti e ingegneri, negli anni ’60 e ‘70 di fare di Milano la capitale italiana del design. È necessario sposare l’intuizione e l’ingegno personale col proprio background di cultura, studio dei materiali ed esperienza sul campo, per capire ed interpretare i veri bisogni della gente. Come hai detto, oggi si considera già come design l’idea in quanto tale, sminuendo ciò che le sta dietro. In realtà credo che nella creazione di un prodotto la percentuale di intuizione rimanga il 5%, mentre il 95% è dato da lavoro, cultura ed esperienza.”

Un filo di cognac sul filetto, per me poco sale, grazie. Il discorso mi intriga, ma vorrei spogliarlo del vago sapore vintage che sembra avvolgerlo. I principi e le percentuali di cui parli, a quali scelte dovrebbero portare per il design del futuro?

“Credo che ormai debba esserci una selezione più stretta dei prodotti, siamo inondati da oggetti che arrivano da ogni parte del mondo, ma alla fine sono sempre poche le cose che vale la pena di avere. Il design, come altre realtà, dovrà legarsi alla creazione dell’evento e di un’ immagine che rappresenti il nome del brand e ne rafforzi l’idea. Una sorta di icona. Lo sviluppo dei progetti, poi, non può non passare dalle nuove tecnologie eco-sostenibili e dal terzo mondo; nuove tecniche, come il fotovoltaico, da usare “per e nei” paesi in via di sviluppo.”

Siamo seduti a tavola, con un piatto invitante e un buon Bulciano a fianco, mi spingo più sul personale. Col tuo lavoro ti occupi principalmente di illuminazione per esterni architetturali, che significa per te la luce, illuminare?

“Significa rendere fruibile uno spazio per una comunità, far sì che le gente abbia voglia di uscire. Significa valorizzare le opere e gli edifici presenti, creando qualcosa di bello, ma senza pensare che debba essere la luce l’unica protagonista. Devo sempre ricordare che per metà della giornata il mio lavoro non andrà comunque visto. Il sogno è ovviamente di progettare dei Plan Lumiére funzionali sia per elementi delle grandi città che dei paesi più piccoli.”

Il vino ed il cibo fanno scivolare il discorso su altri temi, nella testa rimane l’immagine del designer che col suo lavoro trasforma la materia, il mondo che lo circonda e se stesso. E un’idea fissa, devo imparare a cucinare!

Anton Hougaerts nasce nel 1980. Laureato al politecnico di Milano, dopo un’esperienza in Giappone nel campo dell’auto-motive, collabora con SIMES nella progettazione di soluzioni illuminotecniche per esterni architetturali. È uno dei giovani professionisti selezionati per la pubblicazione del volume “Le ricette del designer”.

www.zilioli.fr

Matteo Dani

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