“Katyn” di Wajda e il mistero di un crimine mai raccontato

13 APRILE – Il film del regista polacco Andrzej Wajda Katyn riesuma dalle ceneri una delle pagine più ambigue della storia, un fatto affogato per molti anni nel sangue delle vicende dolorose della Seconda Guerra Mondiale. La verità sulla morte di uomini innocenti e dediti alla patria è sempre stata oscurata dai fronti ideologici dei due grandi totalitarismi del ‘900. Da una parte i nazisti dall’altra i sovietici si giocavano la responsabilità della strage lanciandosi reciprocamente la palla.

Ma i tempi sono cambiati e  il corso della storia ha voluto che prendesse finalmente il sopravvento la libertà di pensiero e che non ci si nascondesse più dietro a bandiere di carta.

Nel 2007 l’uscita del film ha rappresentato per la Polonia un punto di svolta, soprattutto nel 2010 quando venne trasmesso dal canale russo “Kultura”, perché la proiezione fu subito seguita da un dibattito sulle responsabilità del regime staliniano e su quella che sarebbe stata la commemorazione delle vittime a Smolensk , che avrebbe visto come protagonisti Putin e il Presidente polacco Kaczinsky.

E proprio l’attribuzione della responsabilità di quella dolorosa strage è il punto focale dell’opera cinematografica di Wajda. Non c’è infatti una rappresentazione asettica di una vicenda sconosciuta ai più, ma c’è l’orgoglio di una nazione alla ricerca di verità e giustizia. Concetto incarnato nella forza delle figure femminili che narrano in un qualche modo le loro singole vicende. Sono donne che hanno saputo aspettare il marito, il fratello, durante i cinque interminabili anni di guerra, nella speranza di un loro possibile ritorno e che hanno combattuto perché non si affossasse la strage nella menzogna, ricucendo al contempo un senso di identità comune con i vivi.

Per questo motivo si superano i confini dell’appartenenza politica per evidenziare i valori più profondi su cui si basa un Paese.

Il film, in particolare, si apre con uno scenario molto significativo: su un ponte dei polacchi scappano dalla minaccia tedesca proveniente da Ovest, mentre un’altra parte fugge nella direzione opposta schiacciata ad Est dai russi. Le due folle restano bloccate su entrambi i fronti e in mezzo ad esse si trova Anna, moglie dell’ufficiale di cavalleria Andrzej, appena fatto prigioniero dai sovietici insieme ai suoi compagni d’arme. Ma la storia di Anna, che insieme alla figlia piccola riuscirà a rifugiarsi a Cracovia, dove si trova la madre di Andrzej, è solo una delle tante vicende personali che si intrecciano attorno al massacro di Katyn. Altre donne, altre vittime dell’eccidio aspetteranno pazienti i loro cari destinati a non tornare più: è il caso di Agnieszka, sorella di un ufficiale dell’aviazione polacca, che in nome della verità dei fatti tenterà di rendere visibile a tutti la lapide del fratello contrassegnata dalle cause della morte. Purtroppo questo gesto avrà come esito il suo arresto da parte dell’Armata russa.

Dati i contenuti, che si avvalgono di testimonianze storiche autentiche, stupisce la scarsa diffusione che Katyn ha avuto in Occidente.  Nonostante il Golden Globe e la candidatura al premio Oscar del 2008 come miglior film straniero si è parlato di problema commerciale e socio-culturale o addirittura di “boicottaggio”.

In Italia Katyn, distribuito dalla Movimento Film, è stato trasmesso in pochissime sale sebbene fosse stato ampiamente voluto dall’ex direttore Nanni Moretti per il festival di Torino. Mancanza di un’adeguata campagna pubblicitaria? O problemi di compatibilità ideologica?

Resta comunque il fatto che il racconto di Wajda ha saputo coinvolgere un Paese intero (si parla di ben 3 milioni e 600 mila polacchi che hanno riempito le sale cinematografiche), trovando un riscontro nella memoria collettiva dei suoi connazionali. Perché come disse a suo tempo al Corriere della Sera: “Non voglio che quei generali muoiano due volte”.

 

Linda Tonarini

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