Mercoledi 17 gennaio 2018

Scienza: importante scoperta per la cura del Parkinson

Scienza: importante scoperta per la cura del Parkinson

Il morbo di Parkinson è una malattia del sistema nervoso neurodegenerativa, caratterizzata da forte tremore agli arti che a lungo andare impedisce i normali movimenti, ne era affetto anche l’amato Papa Giovanni Paolo II.

 

Le scoperte fatte nel 2017: la colpa è di alcune molecole

Finora questa malattia, non aveva purtroppo una vera e propria cura. Chi si ammalava di Parkinson, poteva solo cercare di rallentare il decorso della malattia. Oggi, nel 2017, una nuova speranza si fa breccia, nel buon proposito di trovare presto una cura definitiva. Lo studio condotta da un Team di ricerca internazionale ed alla quale hanno contribuito, anche alcuni ricercatori italiani, come Fabrizio Chiti (docente di medicina, e membro del gruppo di ricercatori fiorentini); ha scoperto la presenza di alcune molecole che sotto forma di piccoli aggregati proteici, sarebbero le dirette responsabili di un azione di sabotaggio, ai danni del buon funzionamento di alcune cellule del sistema nervoso. Questo sabotaggio darebbe origine al morbo di Parkinson.

Le molecole tirate in causa sarebbero formate da oligomeri di a-sinucleina.

Gli studi effettuati hanno appurato la presenza di due tipi di molecole, una sarebbe tossica e causerebbe lo sviluppo della malattia, mentre l’altra sarebbe innocua. Gli studiosi ne hanno individuata la struttura e le modalità di integrazione con le membrane biologiche, e hanno visto il modo di interagire sulle membrane biologiche di entrambe le molecole.

Lo studio è stato possibile, grazie a nuovi macchinari e strumenti, come la nuova risonanza magnetica, eseguita in due modi, allo stadio liquido e solido delle molecole.

 

Cosa succede in pratica

La molecola trovata e tutt’oggi oggetto di studio, attacca la membrana biologica, si insinua nella cellula nervosa e destabilizza la sua consona struttura e ne modifica il funzionamento. In un individuo normale, queste molecole presenti normalmente nell’organismo non danno particolari problemi, in quanto gli oligomeri presenti in esse, vengono tenuti sotto controllo ed in alcuni casi automaticamente neutralizzati, da un complesso sistema difensivo.

Nell’individuo anziano questo controllo inizia a venire un po’ meno. Ecco quindi che le molecole tossiche trovano la strada per attaccare le cellule, agendo indisturbate in determinate aree del cervello, scatenando la malattia.

 

Come si intende procedere

Le scoperte fatte, sono così incoraggianti che in america il governo ha autorizzato da Maggio 2017, una sperimentazione su 40 pazienti che dimostravano di essere affetti dal morbo di Parkinson. I ricercatori non si sbilanciano, come è sempre opportuno in questi casi, ma i primissimi risultati sembrano molto incoraggianti. Continuare lo studio delle molecole tossiche, è molto importante ai fini della ricerca per individuare delle cure efficaci.

 

Il team che ha condotto la ricerca

I test di tossicità della molecola oggetto di studio, sono stati eseguiti in larga parte presso il Dipartimento di Scienze Biomediche e Cliniche “Mario Serio” dell’Università di Firenze. Con a capo il professor Chiti, lo studio è stato poi coordinato da Alfonso De Simone dell’Imperial College di Londra e dai laboratori dell’Università di Cambridge, sempre nel Regno Unito, e quello  dell’Università di Saragozza Spagna e l’Università di Southampton ancora una volta nel Regno Unito. Hanno preso parte alle ricerca anche altre due studiose toscane, Cristina Cecchi e Roberta Cascella.

 

Altre ricerche sul Parkinson

La nuova ricerca, butta le basi sulla possibilità di trovare una cura, tuttavia vari studi effettuati in merito, nel corso degli anni passati, hanno messo in luce importanti scoperte, che seppur non curandola, rallentano la malattia.

La più rilevante riguarda il fatto di praticare attività fisica nel momento in cui si scoprono i primi sintomi degenerativi.

Lo studio condotto da studio da Daniel Corcos, professore di fisioterapia e scienze motorie alla Scuola di Medicina della Northwestern University; ha dimostrato che per rallentare i sintomi il paziente dovrebbe aumentare dell’80/85% la frequenza cardiaca, svolgendo una regolare ed intensa attività fisica.

Sembra che lo studio condotto da Corcons, abbia coinvolto circa 128 pazienti, tra i 40 e gli 80 anni, i quali si trovavano nella fase iniziale della malattia e non assumevano nessun tipo di farmaco.

Ai pazienti, suddivisi in tre gruppi è stato chiesto di svolgere attività fisica, a diversi livelli di intensità, alta, media ed assente. L’attività fisica doveva essere svolta almeno tre volte a settimana ed avere una durata di almeno sei mesi.

 

I risultati

Trascorsi i sei mesi, ogni singolo paziente di ogni singolo gruppo ha avuto un punteggio di valutazione. E’ quindi emerso che chi aveva svolto attività fisica intensa, non aveva subito peggioramenti, chi aveva svolto attività moderata era peggiorato leggermente, chi non aveva svolto alcuna attività era peggiorato sensibilmente.

E’ indubbia quindi la correlazione tra attività fisica e morbo di Parkinson, quello che è ancora oggetto di studio, è l’individuazione di quali esercizi siano meglio indicati.

Di sicuro queste scoperte porteranno tutte ad una cura efficace e, speriamo, risolutiva di questa atroce malattia.

Pubblicato il: 29 luglio 2017

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L'autore
Marco Panato

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