Tutela dell’ambiente o tutela dei diritti di chi lo abita?

15 GIUGNO – Il nuovo oro del Kenya si nasconde tra i tronchi delle sue foreste. Non per niente Nairobi, sensibile ai temi ecologici quanto a quelli economici, non si è lasciata sfuggire la possibilità di notevoli  guadagni risultanti dalla vendita di  miliardi di dollari di crediti di carbonio alle aziende europee e americane.  Ma gli effetti collaterali di questo nuovo commercio sono già piuttosto evidenti.

É infatti cronaca quotidiana, in Kenya, l’espulsione di un elevato numero di persone che abita e abitava da generazioni i piccoli villaggi sparsi nelle foreste.“La maggior parte degli abitanti non ha un regolare contratto di proprietà” lamenta un funzionario regionale keniota. Appellarsi al diritto consuetudinario, diffuso nell’intera Africa, poi, non ha valenza legale e alimenta così continui espropri che costringono gli autoctoni a lasciare le loro case e le loro piccole coltivazioni di sussistenza.

L’uomo di punta del Ministero delle finanze del Kenya, Erastus Wahome, sostiene che non si sono verificate espulsioni di nativi della foresta. Dichiarazione che si scontra però con le violente intimidazioni cui sono stati oggetto gli abitanti del piccolo villaggio Sierra Leone nelle zone meridionali della foresta Mau e il clan degli Ogiek,  esiliato dalle sue terre e costretto ora a vivere in capanne d’argilla e teloni di plastica in improvvisati campi profughi.

Dall’altro canto l’istituzione di una borsa africana delle emissioni di anidride carbonica a Nairobi, ha catalizzato l’attenzione di numerose aziende straniere che si sono proposte di salvaguardare le foreste, affittandone a pochi dollari centinaia di ettari. Infatti, nonostante i crediti forestali non siano ad oggi ancora scambiabili sul mercato delle emissioni Onu, le aziende possono comunque riceverli in cambio dei loro progetti nella tutela del suolo forestale. L’acquisto dei crediti da parte di grosse banche, sta inoltre riproponendo il paradosso, simile a quello del boom immobiliare americano, della compra-vendita di  articoli  non tangibili.

Ma in cosa consistono precisamente le merci di questo nuovo traffico del verde ? È necessario fare un passo indietro e ricordare i meccanismi flessibili nati per attendere più facilmente alle richieste del protocollo di Kyoto circa la riduzione di emissione di elementi inquinanti. Per favorire tale proposito è stato creato l’Emission Trading, un mercato che vede i crediti, ovvero le quote di CO2 non emesse da un paese,  venduti ad uno stato acquirente che  non è riuscito a rispettare l’impegno di riduzione. Non emettere gas nocivi non è l’unico modo per farsi accreditare dei crediti verdi. È infatti possibile, realizzando un progetto nei paesi in via di sviluppo, come nel caso della tutela delle foreste in Kenya, mostrare la quantità di emissioni evitate grazie all’attuazione del programma sostenibile e guadagnare quindi crediti da vendere a banche o ad altri paesi.

È quindi presto spiegato il bramoso interesse verso le rigogliose distese di verde da parte delle aziende straniere e da  parte del governo keniota promotore di indifferenziati espropri in nome della tutela delle foreste. Gli alberi sono infatti i principali serbatoi di carbonio della terra che permettono, secondo le stime della Fao, l’assorbimento di ben 289 miliardi di tonnellate di CO2 ogni anno.

Sono numerosi i fili che oggi disegnano il complesso arazzo della scommessa ecosostenibile. Ci sono mastodontiche aziende straniere che affittano terreni a poche centinaia di dollari, banche occidentali che si arricchiscono  con il mercato del verde, capi villaggi che si lasciano sedurre da guadagni facili, piccoli azionisti keniani che firmano contratti che non capiscono. Ci troviamo di fronte ad un quesito: tutela dell’ambiente o tutela dei diritti di chi lo abita? Forse una non deve necessariamente escludere l’altra.

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