Ma il vero “attapirato” è Lui(s) o la Roma?

10 GIUGNO – Pochi giorni fa, scorrendo l’home page di Twitter, mi sono accorto che Luis Enrique aveva come immagine profilo il Tapiro, “premio” di Striscia la notizia; in quel momento mi sono ricordato il momento dela consegna del premio, durante il quale, l’ormai ex allenatore della Roma, aveva dichiarato che quello era l’unico trofeo che era riuscito a vincere in stagione. Con quella simpatica battuta il tecnico asturiano aveva cercato di sdrammatizzare il deludente campionato della sua squadra: la Roma, infatti, non solo  non è riuscita a vincere alcun trofeo, ma dopo 15 anni ha fallito la qualificazione europea. A suggellare il tutto anche la doppia sconfitta nei derby con la Lazio: uno smacco incredibile per i tifosi.

Torniamo indietro di un anno: il 16 aprile 2011 Thomas Dibenedetto diventa l’azionista di maggioranza della A.S Roma, il 9 giugno Walter Sabatini viene nominato direttore sportivo giallorosso, il 20 giugno Luis Enrique diventa ufficialmente l’allenatore della squadra romana: nasce ufficialmente il “progetto Roma”, un progetto destinato a durare nel lungo periodo, che punta sui giovani e sul bel gioco dando completa fiducia all’allenatore.

Inizia il campionato e tutti gli addetti ai lavori e i tifosi si dichiarano entusiasti delle idee di gioco proposte dal tecnico di Gijon, gioco offensivo e spumeggiante, anche se a volte con idee un po’ “bizzare”: per esempio quella di schierare i veterani centrocampisti Taddei e Perrotta nel ruolo di terzini. Con il passare del tempo però, la cattiveria agonistica dei giocatori diminuisce e iniziano ad arrivare le prime sconfitte, sonore quanto inaspettate, imputabili soprattutto ad un calcio giocato male. I gol subiti sono numerosi e spesso vengono incassati in circostanze fra loro simili, segno che la squadra non riesce nemmeno ad imparare dai propri errori. Gli sprazzi di luce mostrati dalla squadra nella seconda parte del campionato sono stati ben pochi, conditi invece da numerose pessime prestazioni (sconfitte a Bergamo 4-1 e a Firenze 3-0 solo per citarne alcune). Probabilmente, Luis Enrique non è riuscito a far recepire al meglio le sue idee innovative a giocatori troppo abituati al calcio e alla mentalità italiana (nel bene e nel male) e non gli è stato data abbastanza fiducia da parte dei tifosi, che si sa, a Roma, comandano quasi come i dirigenti; tutto ciò ha influito negativamente sulla serenità del gruppo e del mister che ha perciò deciso di concludere anzitempo il suo rapporto con la squadra giallorossa.

Dopo l’addio in molti si sono chiesti cosa sarebbe potuto succedere se Luis Enrique fosse rimasto ancora un anno sulla panchina giallorosa: probabilmente i giocatori avrebbero assimilato la sua idea di gioco e grazie ad una serie di innesti la classifica sarebbe migliorata, ma dubito fortemente che la Roma avrebbe vinto qualche coppa, perché giocare sistematicamente con il sistema Barcellona senza gli interpreti adeguati è come obbligare un 100 metrista a correre maratone pretendendo risultati soddisfacenti: insomma, un’utopia.

Dopo l’addio dello spagnolo, la Roma non ha perso tempo ed ha subito ingaggiato un altro allenatore con idee di calcio “particolari”: il boemo Zeman. In questo caso appare evidente come il “colpo” di Sabatini sia stato realizzato in primis per accontentare la piazza. A questo punto solo il tempo ci dirà chi aveva ragione: se i tifosi, il tecnico o la dirigenza. Ma su un aspetto non ci sono assolutamente dubbi: anche da semplice appassionato di calcio, ritengo che al di là dei risultati, un gentiluomo (nel pieno senso della parola) come Luis Enrique mancherà (e non poco) al calcio italiano.

Alessandro Bonazza

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