Partecipare o vincere?

3 AGOSTO – Le Olimpiadi moderne sono nate sul finire del XIX secolo su proposta del  Barone Pierre de Coubertin. Il suo motto era “L’importante è partecipare”; frase densa di significato che si contrappone a: “L’importante è vincere e non solo partecipare”. Ed è quest’ultima frase, forse associata a torto a certi personaggi del XX secolo, che è sempre stata presente in tali avvenimenti. Durante le Olimpiadi svoltesi durante la guerra fredda vi era una forte rivalità tra le due Superpotenze di allora: gli USA e l’URSS. Entrambe le nazionali olimpiche si ponevano come obiettivo quello di superare l’avversaria nel medagliere olimpico. La sfida venne vinta dagli USA nel 1952,1964 e 1968; negli altri casi vinse l’Unione Sovietica. Ma questa non si basava solamente sul numero di medaglie collezionate, spesso una delle due superpotenze puntava a mostrare la propria superiorità vincendo in competizioni di cui l’altra era regina.Basti pensare alle Olimpiadi di Monaco 1972, quando nella finale di Basket maschile ci fu la storica vittoria dell’Unione Sovietica contro gli USA per un risultato complessivo di 51 a 50. Vittoria che pienamente si può ricollegare alla seconda frase qui sopra riportata. Infatti questa rappresentò una modalità per dimostrare la superiorità dell’URSS nei confronti degli USA. Belov, il cestista sovietico che segnò il punto della vittoria sullo scadere, venne accolto in patria come un eroe; gli USA vendicarono comunque la loro sconfitta grazie al genio di Bobby Fischer al Campionato del Mondo di Scacchi, che si svolse tra luglio e settembre dello stesso anno, proprio sul campione sovietico Boris Vasil’evič Spasskij . Le Olimpiadi svoltesi durante la guerra fredda rappresentavano quindi per le due Superpotenze un modo non violento di mostrare la propria superiorità nei confronti dell’altra . Si riprendeva lo spirito presente nelle antiche Olimpiadi quando queste rappresentavano un momento di pace tra i vari popoli greci.  

Del resto, le vittorie e le sconfitte dell’Italia olimpica in questi giorni stanno comunque ampliamente dimostrando questi due principi. La sconfitta di Valentina Vezzali può rappresentare pienamente il secondo esempio. Basti pensare al momento della premiazione, quando la campionessa olimpionica a stento nascondeva la sua rabbia per essere stata sconfitta dalla sua connazionale ed a non essere riuscita a portare a casa quell’agognato oro olimpico che l’avrebbe lanciata nella storia. Dall’altra abbiamo la sconfitta, indubbiamente bruciante, quella di Federica pellegrini. Nello sguardo della campionessa di Pechino non vi era però la rabbia e la frustrazione della Vezzali, ma forse più un’aria di rassegnazione. Del resto é giusto ricordare che il fioretto é la gara principe dell’Italia. Il nostro paese vanta una secolare tradizione in merito e ha sempre sfornato grandi campioni quali: Franco Riccardi, oro ad Amstredam 1928 e Berlino 1936, e Edoardo Mangiarotti: campione olimpico a Berlino 1936, Helsinki 1952, Melbourne 1956 e Roma 1960. Il nuoto, nonostante l’Italia sia il paese del mare, è invece stato spesso un taboo nei giochi olimpici e solo di recente, proprio con le vittorie della “Divina”, è diventata disciplina in cui abbiamo potuto raccogliere qualche medaglia. d’altronde il nostro Paese ha ottenuto, in tutta la sua storia, solamente 4 ori olimpici, a differenza dei 47 ottenuti dalla scherma. Poche vittorie e i pochi campioni italiani rappresentano una rarità. Quindi, per riassumere, l’importante senza dubbio è partecipare, ma al tempo stesso è importante anche vincere, nelle discipline in cui si deve eccellere.

 

Michele Soliani

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