PierMario Morosini: un uomo vero e il suo destino

16 APRILE –

“Si stà come

d’autunno,

sugli alberi

le foglie.”

La poesia di Ungaretti esprime alla perfezione la condizione umana, terribilmente precaria. Presto o tardi si deve morire, e la vita non è così che una breve parentesi in cui si stà al mondo al pari delle foglie appese ai rami di un albero in autunno. Quel “si stà” all’inizio del primo verso sottolinea appunto una condizione di anonimato, che accentua il senso acuto di solitudine e di abbandono dell’uomo a sé stesso, a un epilogo cui non è possibile dare un senso o una spiegazione e che, intanto, ci lascia soli e desolati (le pause che separano ogni verso), in attesa di un soffio di vento che ci porterà via, per sempre.

La morte è sempre una tregedia, ma se quella di una persona di novant’anni può essere in qualche modo accettata, quella di un ragazzo giovane e sfortunato non può lasciare indifferenti.

Piermario Morosini aveva 25 anni quando al trentesimo minuto della partita di Serie B tra Pescara e Livorno, è stato colto da un malore al cuore che lo ha ucciso.

Non era stata una vita facile quella di Piermario, un ragazzo nato nella periferia di Bergamo da due genitori che lo hanno lasciato, insieme a un fratello e a una sorella, troppo presto: la mamma Camilla quando aveva solo 15 anni e il papà Aldo appena due anni dopo. Suo fratello non ha retto al dolore e si è suicidato e allora il “Moro” ha dovuto stringere i denti e andare avanti da solo prendendosi cura a tempo pieno della sorella disabile. Non ha mollato per niente il ragazzo ed è riuscito anche a continuare a inseguire il sogno di diventare un buon calciatore raggiungendo grandi traguardi come le varie convocazioni nella nazionale Under 21 e la permanenza in Serie A nella rosa dell’Udinese, da cui da gennaio era passato in prestito al Livorno. Qui aveva giocato otto partite ed era entrato subito nel cuore dei tifosi livornesi che lo ammiravano per la grinta e la tenacia che dimostrava sempre, in campo e nella vita. In volto, ricorda chi lo conosceva, portava sempre un’espressione serena e buona dietro a quei lineamenti tristi che il destino sembrava volergli ad ogni costo imporgli e, come aveva scritto pochi giorni fà su Facebook, ora era felice, grazie anche alla sua fidanzata Anna che, adesso, non riesce a darsi pace.

Questa è la vita e questa è la morte e basta un secondo per superare il limite che le separa e non essere più nulla, smettendo di esistere.

Annetta-Arletta era morta quando Eugenio Montale scrisse la poesia “la casa dei doganieri”, e per questo non si poteva ricordare più del poeta che un tempo aveva conosciuto a Monterosso. Forse però, scrive Montale, in fondo il poeta non era tanto più vivo di lei, imprigionato com’era in una condizione esistenziale immobile di perenne attesa che è alla fine pari alla morte, nonostante abbia in sè gli attributi dell’esistenza come il ricordo che, in qualche modo, la fanno sembrare vita.

“Tu non ricordi la casa di questa

mia sera. Ed io non sò chi và e chi resta.”

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