Lunedi 4 settembre 2017

Thomas lotta contro il Doping

Thomas Zandonai

3 MARZO – Thomas Zandonai, 37 enne di Rovereto (Trento), dottorando presso il Laboratorio di Neuropsicofarmacologia (http://neuropsilab.blogspot.com/ ) dell’Università degli Studi di Verona diretto dal professor Cristiano Chiamulera e associato di Farmacologia, ha recentemente ricevuto il premio “Le vie del Fumo” per il progetto “Il tunnel del Craving”, realizzato in collaborazione con i colleghi Alessia Auber e Vincenzo Tedesco – tutti e tre dottorandi del corso di Biomedicina Traslazionale. Il premio è stato consegnato in occasione del convegno conclusivo su “Tabagismo: dalla pianificazione regionale all’implementazione aziendale” organizzato nell’ambito delle iniziative del piano di prevenzione nazionale del ministero della Salute e dalla Lilt (Lega Italiana per la Lotta Contro i Tumori).

Thomas dedica la sua vita e i suoi studi alla lotta contro il doping, interesse, questo, nato da una negativa esperienza personale. “Ho corso in bicicletta fin da quando avevo otto anni” spiega il ricercatore. “Dall’età di 13 anni ho iniziato ad allenarmi con corridori più grandi di me (di 17-18 anni) e ricordo perfettamente che già allora si respirava un certo “profumo di doping”. Alcuni di questi ragazzi avevano già prestazioni non normali. Ero un discreto corridore e avendo ottenuto buoni risultati sono entrato prima nel giro della Nazionale Juniores, poi nella Nazionale Militare. E al Centro Atleti della Caserma Masini a Bologna ho avuto la mia “iniziazione””

A cosa ti riferisci?

“Lì ho visto i primi flaconi di sostanze sospette girare. Ho cominciato a “toccare con mano” la realtà di quell’ambiente. Nessuno, però, mi propose l’utilizzo di sostanze dopanti. Finito il militare entrai in una squadra di Dilettanti di Venezia. Il primo anno, pur lasciandomi in generale abbastanza tranquillo, mi somministrarono sostanze descrittemi come integratori. Arrivai a farmi fino ad un’iniezione al giorno. Tempo dopo ho scoperto che mi avevano dato il Samyr, un potente antidepressivo. Sostanze che non mi avrebbero fatto risultare positivo ai controlli, ma che comunque – già a loro modo – rappresentavano un modo per educarti ad un certo tipo di pratiche. Nel febbraio del ‘94, all’inizio del secondo anno in quella squadra, il Direttore Sportivo mi propose, su consiglio dell’allora medico sportivo Michele Ferrari (personaggio noto per aver seguito numerosi atleti coinvolti in fatti di doping e lui stesso prima condannato e poi assolto per prescrizione nel 2004), di cominciare ad assumere la Eritropoietina, meglio conosciuta come EPO. Rifiutai. Avevo intuito il pericolo e anche grazie al mio medico personale, con cui mi consultai, ebbi la forza di portare avanti la mia scelta”.

Cosa successe dopo?

“Da quel momento, attraverso un sistema di piccoli ricatti, non mi fecero più correre. Venni pian piano estromesso dalla squadra e decisi di mollare, con enorme delusione. Il ciclismo fino a quel momento era stata la mia vita, ma non potevo accettare quello che mi veniva proposto. Ho dovuto rielaborare, con gli anni, questa delusione”. Purtroppo di storie come la mia, ne ho sentite e viste molte.”

La vicenda ebbe delle conseguenze?

“Nel ’96 ho scritto la mia storia alla Gazzetta dello Sport. Ci fu allora l’interesse del Procuratore della sezione Antidoping Ugo Longo e di Sandro Donati, la persona che più di tutte, in Italia, si è battuta contro il Doping. Negli anni successivi ho raccontato la mia vicenda ogni volta che si presentava l’occasione, incontrando migliaia di ragazzi con cui mi sono confrontato raccontando la mia esperienza e testimonianza. Col tempo, ho maturato la convinzione di dover fare qualcosa di concreto per combattere questo fenomeno. Espormi in maniera professionale, oltre che personale. Nel 2001, così, è cominciata la mia esperienza universitaria e i progetti legati allo studio e alla lotta al doping”.

Che opinione ti sei fatto sul tema?

“Prima di tutto ritengo che non sia corretto il massacro mediatico che si scatena ogni volta che qualcuno viene trovato positivo. Senza assolutamente giustificare nessuno o assolvere a priori, sono tutti ragazzi che si fidano del loro direttore o medico sportivo. Io ci sono passato e conosco la metodologia utilizzata dalle squadre per portare questi atleti ad avere, un’insicurezza personale per cui se non prendono le sostanze in realtà non si sentono in grado di fare bene. Spesso, inoltre i giovani atleti, non riescono a sopportare la pressione dell’ambiente che li circonda.”.

Venendo al problema in senso stretto?

“E’ tutto il sistema che non funziona. A cominciare dalla forte contraddizione legata ai controlli antidoping. Il Coni, l’Ente pubblico cui è demandata l’organizzazione e il potenziamento dello sport nazionale che promuove la massima diffusione della pratica sportiva, si occupa allo stesso tempo dei controlli antidoping. Può il controllore essere anche il controllato? Si tratta di un vero e proprio conflitto d’interessi. I controlli dovrebbero, a mio parere, essere assegnati ad organi indipendenti e autonomi. Dal ’99 in poi, dopo il caso Festina (’98), si è creata a livello mondiale la World Anti-Doping Agency (WADA) che detta le linee guida della lotta al doping con il compito di effettuare i controlli agli atleti e analizzare le provette (attraverso Laboratori che devono avere l’accreditamento WADA). Però anche la WADA è troppo “legata” all’ambiente sportivo, lo stesso CIO a cui fanno riferimento i vari enti (fra cui il Coni) e le relative federazioni non garantiscono un’ indipendenza di chi controlla. Il sistema non cambia anche perché dirigenti e tecnici, “chiaccherati” o addirittura coinvolti in inchieste legati al doping mantengo il loro posto ai vertici di Federazioni o in gruppi tecnici di lavoro.

Ma qualcosa di buono è stato pur fatto, nel recente passato…

C’è da dire che se va dato merito all’Italia di essere uno dei paesi più impegnati e severi in questa lotta. In Italia nel 2000 è stata varata la legge 376, una delle più severe in ambito sportivo, così come in Spagna e in Francia sono state emanate importanti leggi. Ogni Stato regola la materia a suo modo, creando però poca uniformità nell’applicazione delle leggi a livello internazionale. Basti pensare all’assoluzione di Contador. Al di là dell’intervento, scorretto, delle autorità politiche spagnole in favore dell’assoluzione del corridore, la Federazione Ciclistica Spagnola (Rfec) non ha sanzionato l’atleta, “incolpando”  una bistecca contaminata arrivata dalla Spagna durante l’ultimo Tour. Per un caso analogo (positività al clenbuterolo), un corridore italiano ha ricevuto un anno di squalifica. La stessa WADA sembra un po’ spiazzata da questa vicenda e assieme all’UCI (Unione Ciclistica Internazionale) sarà costretta, se vorrà dare un po’ di credibilità a tutto il sistema antidoping, a ricorre in appello al TAS (Tribunale internazionale dello sport). Altri esempi si possono fare nelle procedure dei controlli. In Italia un atleta, per i controlli a sorpresa, deve essere disponibile 24 ore su 24. In Spagna, l’atleta non può essere controllato la fra le 8 di sera e le 8 di mattina. Ci vuole uniformità di trattamento per tutti gli atleti. Ribadisco in Italia si sta facendo molto. La legge 376 ha permesso di intervenire anche in ambito penale. Permette, inoltre, alla Procura Antidoping del CONI, che agisce in ambito sportivo, di collaborare anche con le varie procure territoriali”. La strada è ancora lunga.”

Cosa significa tutto questo?

“Che lo sport ha le sue regole e che sono in tanti a non volerle ancora cambiare. Vi è una strenua difesa dello status quo dall’interno dell’ambiente sportivo. Non c’è reale volontà di risolvere il problema, perché il concetto di salvaguardia della salute non è messo al primo posto. Al primo posto resta la vittoria, troppo spesso a tutti i costi.”

Di quali percentuali stiamo parlando?

“I dati parlano dal 2 al 4 % di casi di positività a sostanze illecite (dati della Commissione Nazionale di Vigilanza), mentre ad esempio nel calcio siamo attorno all’1%. Ma stiamo parlando soltanto di dati relativi all’ambiente agonistico e professionistico. La realtà è che ogni anno la Guardia di Finanzia scopre un traffico di sostanze illecite e pericolose enorme che non sono destinate all’ambiente amatoriale e delle palestre. C’è da aggiungere che, la percezione del fenomeno da parte della gente– parlo di positività di atleti – è molto maggiore di quello che è realmente. C’è poca conoscenza del fenomeno”

In che modo si fa prevenzione?

“Per capire come agire bisogna, innanzitutto analizzare a fondo il problema. Cosa non semplice, visti i numerosi fattori che lo coinvolgono, economici e sociali. I dati a disposizione non sono molti. Ad esempio, attraverso una ricerca fatta anni fa dall’Università di Verona, l’80% dei ragazzi a tra i 13 e 16 anni di Verona, si informa attraverso i mass media; dati confermanti da altre ricerche. I mass media, oltre ad indirizzare i propri commenti danno, a volte, informazioni poco corrette scientificamente. Quando si parla di doping si tende generalmente a criminalizzare prima di tutto l’atleta, invece di parlare dei motivi che hanno portato a questo o spiegare, con dati oggettivi, cos’è il fenomeno”.

Cosa si sta facendo a Verona?

“La Facoltà di Scienze Motorie alcuni anni fa, ha creato un progetto dal titolo “Doping no grazie” con un sito internet (http://fad.motorie.univr.it/dopingnograzie/) dedicato a dirigenti sportivi, allenatori ed atleti; il responsabile scientifico è il professor Guido Fumagalli. Si parla di doping, sia da un punto di vista medico farmacologico, antropologico sociale e si cerca di creare una capacità critica in merito ai principi etici che devono sostenere un corretto comportamento sportivo. Il progetto, nella fase iniziale è stato finanziato anche dall’Istituto Superiore di Sanità.”

Quali sono i rischi per chi pratica il doping?

“Sono di varia natura ma è difficile fare una vera e propria casistica. Dipende da molti fattori, quantità e tipi di sostanze, reazione da parte del soggetto. Ci sono stati, ad esempio, casi di morte “sospette”. Dico sospette perché è difficile definire una morte da doping e la medicina legale raramente si sbilancia attribuendo la morte a una diretta conseguenza dell’utilizzo di una sostanza. In ogni caso si è riscontrato che l’utilizzo di steroidi anabolizzanti può creare ipertrofia cardiaca nei culturisti, mentre l’EPO aumenta la corposità del sangue e può portare a trombosi o problemi renali. Questi sono alcuni esempi dei danni, dimostrati scientificamente, che queste sostanze  – proibite nello sport – provocano alla salute. Mentre, per quel che riguarda il miglioramento della performance, ci sono dati contrastanti. Ma siamo comunque nel campo delle ipotesi perché non è possibile, eticamente, effettuare degli studi approfonditi facendo assumere ad un soggetto delle dosi di doping al solo scopo di studiarne gli effetti. La verità è che la vera sperimentazione, purtroppo, la fa l’atleta stesso, il quale rischia davvero la propria salute utilizzando sostanze sconosciute, o tentando pratiche pericolose (come nel recente caso di Riccò) non sapendo che tipo di reazione può avere il suo corpo”.

Ernesto Kieffer

Pubblicato il: 3 marzo 2011

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