Venezuela: un angolo di paradiso dove il demonio ha messo casa


Il racconto di Marco Archetti, giornalista de “Il Foglio”, sul martoriato Paese sudamericano

«In questi ultimi tempi di quell’angolo paradisiaco è rimasto poco, sembra più che altro un inferno». Sono le parole di Marco Archetti, che fanno da titolo a un suo illuminante reportage: Venezuela, inferno per “Il Foglio”*. Si tratta di impressioni di viaggio raccolte nel novembre 2018, quando, ospite dell’Ambasciata italiana, ha partecipato agli eventi della settimana della lingua italiana.

Marco Archetti

Archetti ha raccontato nei giorni scorsi, in un incontro che si è tenuto in Società Letteraria di Verona, quei momenti. E se era già un inferno a novembre, cosa può essere mai diventato oggi?
Veneziola, la piccola Venezia, in spagnolo Venezuela; così Amerigo Vespucci e il suo accompagnatore Alonso de Ojeda chiamarono quella zona a nord del continente Sudamericano, durante un’esplorazione nel 1499. Le palafitte dell’area di Maracaibo gli ricordavano la città lagunare veneta.

Il Paese è ricco di materie prime come gas, bauxite, ferro, carbone, uranio, coltan, oro, ma soprattutto petrolio, di cui detiene una tra le più grandi riserve al mondo. E quando ci si presenta con un biglietto da visita così è facile pensare che prede e predatori vi si concentrino. Ascoltando Archetti, le parole entrano subito in sintonia con i miei ricordi. Le sue sensazioni all’arrivo in aeroporto si sovrappongono alle mie, quando circa quattro anni fa vi andai per un progetto con le comunità italiane. Un arrivo nella desolazione più completa, perché l’aeroporto sorge nel mezzo di niente. Come successe a lui, anche a me vennero a prendere, protetto, perché appena fuori dalla zona internazionale il disagio aumenta a dismisura. Al ritorno, infatti, fui condotto in una stanza e lasciato da solo per più di un’ora. Controllarono tutto quello che avevo in valigia, lasciandomi ad aspettare letteralmente in mutande. Pensavo, addirittura, che i miei libri in valigia potessero insospettire e infatti furono sfogliati e guardati con molta attenzione.

I voli internazionali, oggi, sono pochissimi. Il turismo non esiste più, e quindi, se i locali si accorgono di una presenza estranea, lo assediano offrendo di tutto pur di riuscire a ottenere qualche soldo.

La commistione povertà/violenza ti si aggrappa subito sulle spalle e non ti lascia più. Archetti continua il racconto di alcune delle esperienze più significative di quei giorni per far capire meglio la situazione. Vedere persone in coda, tra cui bambini, di fronte a un cassonetto della spazzatura in attesa di rovistare tra i rimasugli è un pugno allo stomaco. Ma un senso più profondo di quanto sta accadendo si comprende quando racconta di un sacco gettato, nella spazzatura, pieno di banconote, perché queste ormai valgono meno della carta su cui sono stampate. Non valgono niente, magari solo per poterci fare sopra qualche disegno.

Non parliamo poi dell’inflazione (il Fondo Monetario Internazionale la stima tra i 7 e i 10 milioni per cento), e dei cinque indici di cambio (fino all’agosto scorso si contavano il DIPRO, cambio ufficiale; il DICOM, cambio ufficiale variabile; il tasso della Banca centrale; il tasso calcolato a Miami basato su DollarToday e quello di Cúcuta in Colombia), ai quali si aggiungono quelli non ufficiali e le criptomonete, che hanno messo in ginocchio l’economia del paese. Non ci sono beni e medicine di prima necessità e quel poco che si trova, riesci a ottenerlo dopo interminabili code, con la concreta possibilità che sia finito tutto quando arriva il proprio turno.

La popolazione è allo stremo, sfinita. Una signora venezuelana dice ad Archetti: «Sono una morta che continua a vivere». Il Paese sembra popolato da persone che assomigliano più a zombie che a essere umani.

Ricordo, del mio viaggio, molti sorrisi anche se la situazione già allora stava sprofondando. Rispetto a quei giorni a peggiorare non è stata solo l’economia e la situazione politica, ma anche la pericolosità e la criminalità. Caracas da terza è diventata la città più pericolosa al mondo, escluse quelle in situazioni di guerra. Ho fatto un calcolo: vivendo continuamente settant’anni là si ha una possibilità su sette di venire uccisi.

Quando arriva la notte, non ci si ferma più ai semafori, il rischio di assalti e rapimenti è elevatissimo. Lo racconta anche Archetti. Fermo in macchina per una coda a un semaforo rosso, senza che la notte sia ancora calata, il giornalista nota la tensione del suo accompagnatore alla guida: guarda costantemente lo specchietto retrovisore. Poi viene  informato: «Se si avvicina una moto e tirano fuori una pistola, resta calmo… qui ho un cellulare vecchio, glielo diamo e dovrebbero andarsene». Non è un’eccezione. È la normalità. «Guardi questo Paese: è il sogno di Pablo Escobar realizzato», gli dice un tassista.

Petare e Catia sono due zone che contengono i barrios più estesi di Caracas. Si tratta di luoghi simili a quelli più conosciuti come favelas. Come ho raccontato in un precedente articolo**, insieme contano due milioni di abitanti, addossati in case di latta, muri fai da te, scale che entrano ed escono da abitazioni che non si sa come stanno in piedi. Io le osservavo dal Club Italo, che stavo visitando. In linea d’aria sono solo poche centinaia di metri. Dal punto di vista simbolico due mondi estremamente lontani: il primo fatto da piscine, campi da tennis, ristoranti; l’altro da miseria e, spesso, delinquenza. Cosa li separa? Un lungo filo spinato.

Potremmo andare avanti per pagine e pagine raccontando una normalità che a noi, dall’altra parte dell’oceano, sembra impossibile esistere. Ma ci sono altre considerazioni importanti da fare. La prima ha a che fare con un chiarimento sulle notizie che girano sui media italiani. C’è confusione, perché la situazione è complessa e al tempo stesso c’è un pullulare di fake news e informazione manipolata che circola e che lo stesso Archetti riconosce come capace di influenzare anche persone attente e informate.

Juan Guido

Juan Guido, avversario di Maduro, Presidente dell’Assemblea Nazionale, non si è autoproclamato e non ha commesso un colpo di Stato, come molti ritengono. Ha assunto la carica di Presidente ad interim, in quanto la Costituzione venezuelana glielo permette in base all’articolo 233, il quale recita che: «In caso di assoluta mancanza del Presidente eletto o del Presidente eletto prima dell’entrata in carica, si terrà una nuova elezione… entro i successivi trenta giorni consecutivi. Mentre il nuovo presidente viene eletto e si insedia, il Presidente dell’Assemblea Nazionale sarà responsabile della Presidenza della Repubblica». La questione è che la stessa elezione di Maduro è stata ottenuta contro i dettami della Costituzione, oltretutto con metodi illegali e corruzione e pertanto la sua autoproclamazione, per prima, non viene riconosciuta in gran parte del mondo. La situazione, si capirà bene, è molto intricata.

Nicolas Maduro

Altro “mito” da sfatare è la questione legata all’ingerenza esterna. Preoccuparsi di quella (possibile) statunitense sa di benaltrismo e vuol dire non rendersi conto che in Venezuela le ingerenze ci sono senz’altro, ma da parte di Cuba, Cina, Russia,  Turchia ecc.

Archetti dice una cosa preoccupante: «In questo momento prendere tempo significa perdere vite umane». Il riferimento è anche alla malaugurata decisione del Governo Italiano di porre il veto a quella dell’Unione Europea di appoggiare Guaidò.

Dobbiamo ricordarci che in Venezuela, ci sono oltre 150.000 italiani che appoggiano compattamente Guaidò, come mostra la lettera aperta inviata al Presidente della Repubblica italiana di qualche giorno fa. Si tratta di una popolazione maggiore della metà dei cittadini di Verona che vivono in condizioni difficilissime.  Buttarla su un terreno ideologico significa non comprendere, come ricorda Archetti, che la sfida non è tra una dittatura socialista e un altro modello politico, ma tra uno spiraglio di democrazia e metodi da organizzazione narcocriminale.

Guaidò ha trentacinque anni, sta rischiando la propria vita per giocare questa sfida. Dietro lo scenario del Venezuela si stanno muovendo tante pedine a livello internazionale. Nel frattempo gli aiuti umanitari vengono bloccati dallo stesso Governo venezuelano e le sofferenze della popolazione, purtroppo, aumentano. Non è possibile prevedere cosa accadrà nelle prossime settimane. Tutto può ancora muoversi in una direzione o nell’altra. I Venezuelani, però, credono ancora molto nel loro Paese, lo amano e sanno che, se le cose cambieranno presto, forse un futuro per loro potrà ancora esserci. Di sicuro c’è che in Venezuela si è ormai giunti a un bivio senza ritorno.

* https://www.ilfoglio.it/esteri/2018/11/27/news/venezuela-inferno-226427/

**http://www.lavocedinewyork.com/travel/2014/10/17/italici-a-caracas/

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Riccardo Giumelli

Riccardo Giumelli

“Gli è meglio fare e pentirsi, che non fare e pentirsi”. Mi sono sempre sentito così e continuo a farlo come quel toscanaccio di Machiavelli, che così scrisse citando Boccaccio. Ho provato, non sempre riuscendoci, a gestire quel daimon interno attraverso la conoscenza e forse anche per questo sono diventato sociologo della cultura e della comunicazione. Ho insegnato all’Università di Firenze, Trento e adesso a Verona, “sociologia dei processi culturali”, “sociologia del giornalismo” e adesso anche “educazione ai media”. Sono columnist per "La Voce di New York" e Presidente dell’Associazione Italia Stati Uniti di Verona. A volte mi sembra di farne troppe, ma è il solo modo per capire ciò che amo fare. Amo Verona, Firenze e Parigi! Città che mi hanno dato tanto. Verona, ho imparato ad amarla giorno dopo giorno, città dove sono nate le mie figlie. Più la conosci più scopri realtà meravigliose. Sono interista, croce e delizia. La perfezione, infatti, è altrove.

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