2029: odissea nello stadio

È una giornata bellissima nella mia Verona, il sole splende e l’aria profuma di castagne. anzi, oggi è una giornata meravigliosa, perché stasera è la sera del football.

Central Park ai suoi albori

Me la voglio godere, di strada per lo stadio, con una tappa obbligatoria a Central Park, dove famigliole preparano i loro picnic per il pranzo, pazzi invasati si allenano per la mezza maratona o si lanciano in slanci di cross-fit e adorabili bambini giocano sulle altalene e si rincorrono nei prati. Il bucolico pensiero corre, non senza un sospiro di sollievo, ai vecchi tempi, quando nei parchi cittadini i veronesi non mettevano piede, demotivati dalle erbacce incolte, la scarsa illuminazione e l’ancor più carente controllo della polizia. Mi torna in mente quel vecchio servizio alla tivù sullo spaccio di stupefacenti e penso a quanto è stato facile risolvere tutto, semplicemente legalizzando e regolamentando. Festeggio passando un attimo dal tabaccaio a comprare una canna già rollata, me la voglio proprio gustare in santa pace sulla panchina davanti al laghetto dei cocai.

In serena disposizione d’animo raggiungo l’Arsenale, il fiore museale della città, risplendente della lodevole ristrutturazione che ne lascia ammirare le linee austere, ingentilite dal meraviglioso orto botanico all’interno. Non è stato facile arrivare a questo risultato, lo ricordo bene. Prima doveva chiamarsi Museo di Storia Naturale ma all’amministrazione dell’Impero Nuovo non era chiaro cosa si sarebbe trovato all’interno, se fossili o armi da fuoco, se scheletri di mammut oppure effigia sabaude. Alla fine, stremati dalla futilità dei litigi, ci misero di tutto e l’Assessore alla Chiarezza Lessicale propose di chiamarlo Museo di Storia Umana, Animale e dei Libri, forse alludendo a come gli esseri umani diventino bestie di fronte alla Storia. La mia testa è già allo stadio ma, visto che ora i musei sono tutti gratis, faccio una scappata all’interno.

Gunners Palace

Nel padiglione sulla storia di Verona, e dei suoi mille invasori di tutte le razze, un angolo è dedicato al senatore romano (con cestino di uva della valpolicella offerto dalla cantina Vinbon) che ferma la discesa di Attila Flaggelloddiddio e gli dice di sedersi, che tra un po’ arrivano i Goti. Segue un percorso multimediale che attraversa dominio longobardo, Carlo Magno, signoria Scaligera, Serenissimi, fino agli Austriaci e Francesi, quelli che non arrivano a mangiare la colomba. Colpisce un dipinto di Shakespeare che ammira le balconate cittadine, con lo sguardo perso di chi ne sta inventando una. Nella piccola stanza Quadrilatero si può gustare una pastissada indipendentista eccezionale e, nello spazio riservato ai più piccoli, “farghene un quarantoto”. Dove uno si aspetterebbe il racconto delle grandi guerre campeggia un invito a visitare il Museo delle Nobili Cause Perse, recentemente inaugurato nella splendida cornice di Castel San Pietro. Il giro finisce nella sala che ripercorre le vicende politiche cittadine, il periodo della Democrazia poco Cristiana, quello del Popolo delle nuove Libertà, fino alle più recenti alternanze tra i Fiorellini rossi, la Slega della Lessinia e il Panda ormai felicemente di casa.

Soluzioni antiche per tempi moderni

Mi parte la fregola da stadio, si sta facendo tardi. Salgo sul potente filobus che, con ben 42 secondi di anticipo sui desueti autobus metaniferi, mi porterà proprio sotto allo stadio. Il viaggio si svolge in un silenzio taumaturgico: il filobus fluttua senza un cigolio, i passeggeri son persi nel cellulare e devo dire che un po’ mi mancano le urla dei vecchietti contro i ragazzetti e dell’autista contro il teppista. Ma è inutile vivere nel passato, il presente è qui per noi ed è bellissimo.

Ogni volta per me è la prima volta. Avvicinarsi allo stadio mi scatena le endorfine e fa spuntare un sorriso tra le rughe dei miei occhi. La prima volta risale a 50 anni fa, avevo una decina d’anni e il mio papà mi portò in Curva Sud, quella delle mitiche Brigate Gialloblu. Quanti ricordi incredibili ho collezionato in tutto questo tempo, peccato non ci sia più niente. Il problema delle tifoserie violente, che ha occupato i giornali per tanti anni, si è risolto qui con un colpo di genio che solo a Verona: nella manifesta incapacità di togliere la violenza dalle curve, si è pensato di togliere le curve dai violenti. E così, il nuovo Stadio Osvaldo Bagnoli, intitolato al più grande eroe del Verona, è formato esclusivamente da austeri rettilinei, che seguono da vicino le linee del campo e ti permettono di vedere i peli del naso del guardalinee. Gli ultras più accaniti hanno rifatto gli striscioni auto-celebrativi che recitano ora “Lato Corto Sud” e “Lato Lungo Est” ma il tifo non è cambiato: siamo ancora gli stessi divertenti e goliardici ragazzoni di sempre, ci inventiamo mille modi per sfuggire alle maglie sempre più fitte delle Regole Auree del Bravo Tifoso e cantiamo tutto il tempo, senza sosta. Beh insomma, qualche sosta la facciamo, sennò che senso aveva costruire i 48 bar e i 96 immacolati bagni nuovi?

Vecchie storie di un’epoca un po’ più in là

Prendere una birra costa ormai 10 euro (io che mi lamentavo quando erano 5) ma il bicchiere è biocompostabile e si autodistrugge evaporando dopo due ore dall’ultimo goccio. Vi ricordate la soddisfazione di fare pipì all’aperto, le gare a chi arrivava più lontano, e quanto erano belli i graffiti di urina lungo i muri del vecchio Bentegodi? Tempi ormai andati, purtroppo. Le cose cambiano, continuamente.

Mi sembra fosse fine 2019 quando decisero, o forse inizio 2020: il Nuovo Imperatore vide nel progetto, presentato dal famoso Esperanza d’Escobar, un’occasione imperdibile per dare alla città un impianto moderno, pulito, efficiente e inclusivo a costo praticamente zero, allo stesso tempo creando un eterno monumento alla sua gentil persona. Seguirono mesi di dura lotta social, con l’opposizione che insisteva nella ridicola pretesa di vedere i conti, mentre la tifoseria si divideva in fazioni opposte. Da un lato, i MigheroaGraz, instancabili baluardi della storia del Verona e dei suoi simboli, gente che nel Bentegodi aveva visto muoversi il piede fatato di Stojković e quello scalzo di Elkjaer, duri e puri di quel calcio che non era ancora football, degli insulti territoriali (ormai scomparsi, con il decreto ItaliaUnica che abolisce la geografia nelle scuole) e delle imboscate a pugni e bastonate contro i tifosi ospiti. Dall’altra, il gruppo Sedutisulcuscino che, avendo passato troppi anni schiacciati sulle ringhiere arrugginite o in fila per l’unica turca agibile, cercando di evitare contatti con il guano di terra e di cielo, sospiravano all’idea di vedere le crepe nel calcestruzzo sostituite da marmoree colonne e le vetrate Bauhaus prestate al writer-dadaismo UniPosca rimpiazzate da maxi schermi oled.

Complotto a corte

Alla politica cittadina poco interessava degli scontri continui nelle piazze di Facebook, anzi si alimentava un dissenso controllato, coltivando la frammentazione come manco Giulio Cesare ai tempi migliori. Zittozitto chetocheto, il Nuovo Imperatore portò a compimento l’opera: distraendo i tifosi con lunghe discussioni di merito e nomi altisonanti, nessuno si accorse che il vecchio stadio ci scompariva sotto i piedi, un pezzo alla volta, silenziosamente. Un bel giorno la cittadinanza tutta fu convocata per l’inaugurazione, presso il Giardino dei Tifosi da Lassù, dove nottetempo era stata installata una miniatura del Bentegodi a gloriosa et imperitura memoria. I tifosi con gli occhi lucidi girarono la testa tutti insieme, colti da improvvisa rivelazione: davanti al loro stupore apparve la bellissima costruzione neoclassica (con evidente richiamo a Bender Bending Rodriguez) e la giusta dose di led colorati sui profili degli arcovoli, opera del famosissimo archinge superstar Komperòvitz. Mandibole crollarono al suolo, occhi si sgranarono e all’unisono partì un ululato spontaneo, una collana di preziose invocazioni indirizzate per lo più alla mamma di persone note nella nomenclatura veronese.

Stadio Uragano – UK

Anche oggi, mentre il filobus apre le sue porte, resto a bocca aperta davanti al bellissimo parco regalato al quartiere, ai ristorantini e negozi che circondano gli spalti. Guardo le luci laser che si allungano verso il cielo, nel crepuscolo senza smog della mia bellissima città e penso a quanto è piacevole entrare senza quei tornelli che mi facevano sentire una bestia al macello, passando sotto un metal detector che legge il microchip tatuato sul polso. Dentro, l’atmosfera è come sempre carica, la partita sta per iniziare e devo ammettere che questa combinazione di luci perfette, sedile riscaldabile e vicinanza al campo di gioco mi fanno quasi sentire sul divano di casa. Mi viene un po’ la nostalgia delle vecchie mura scrostate, della pista di atletica sbiadita, della pearà della Ilva patrimonio dell’umanità prima delle gare… ma poi penso che probabilmente l’unica alternativa a costruire uno stadio nuovo era lasciar crollare lentamente quello vecchio, nel disinteresse della politica e delle società sportive per le cose emozionali, senza ritorno economico. Mi vien sto tarlo che forse, senza un progetto da cui spremere profitti, ora saremmo apolidi, esuli tra i campi in prestito senza una patria a cui tornare. Nessun tifoso del Verona può immaginare di rinunciare a questo rito, è l’unica vera certezza che abbiamo. Loro, quelli che comandano, cercano di allontanarci, di tenerci a casa con ogni pretesto: tessere e microchip, prezzi assurdi per i biglietti, partite a orari impossibili, calcio spezzatino, dirette televisive a costo ridicolo e certo, anche misure sempre più stringenti per l’agibilità degli impianti. Lo fanno per noi, per la nostra sicurezza.  

Mi guardo intorno, tra la gente che chiamo famiglia, e penso che tutto sommato c’è di peggio che aver dovuto rinunciare all’astronave Bentegodi della nostra infanzia. Penso alla tanta gente che ha appeso al chiodo la sua anima ultrà, si è arresa alla comodità del divano, della diretta televisiva con il gatto sulla pancia e no, non ce la faccio. Stadio vecchio o stadio nuovo poco importa, alla mia età dà fastidio tutto ma ci si abitua anche in fretta. Io sto bene ovunque ci sia il Verona.

E poi, me lo sento, il 2029 è l’anno buono per lo scudetto!!

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Barbara Salazer

Gira il mondo da una vita, collezionando facce e storie, ma torna sempre a casa, prima o dopo. Ha forse sbagliato studi e lavoro, ma non rinnega nulla e crede fermamente nel dare a se stessi una seconda (e terza...) opportunità. Ama la vita, la musica, i libri, il caffè e la stout. Odia la gente, ma non può farne a meno. Sta scrivendo una "Teoria della Lentezza" che potrebbe anche arrivare in libreria, con molta calma. Ha un solo difetto: l'Hellas Verona.

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