Zucconi, una vita per il giornalismo

La scomparsa di Vittorio Zucconi rappresenta un grave lutto per il mondo del giornalismo. Editorialista di “Repubblica”, inviato negli Stati Uniti, Direttore del quotidiano online “Repubblica.it” e di “Radio Capital”. Zucconi è stato per decenni uno dei giornalisti di punta del panorama giornalistico italiano. Figlio d’arte (suo padre Guglielmo fu giornalista de “Il Resto del Carlino” e direttore de “Il Giorno” e “La Domenica del Corriere”), Zucconi è stato il corrispondente per le più prestigiose testate nazionali dai vari angoli del pianeta: Mosca, Tokio, Bruxelles e Washington, dove si è fermato a vivere dal 1985 fino agli ultimi giorni di vita. E proprio dagli Stati Uniti ha saputo raccontare, dosando ironia e lucida capacità d’analisi come pochi altri, l’America dell’ultimo quarto di secolo. Aveva anche un rapporto speciale con Verona, che lo apprezzava tanto da averlo premiato, con il prestigioso “12 Apostoli” (premio che aveva ricevuto anche suo padre).  

Una sera di alcuni anni fa (era il 2010) l’abbiamo incontrato per il settimanale “Verona Fedele”, in occasione della presentazione del suo libro dal significativo titolo: Caratteraccio. (Il) Come (non) si diventa italiani, un originale saggio sul perché “siamo quel che siamo”. Dall’unità d’Italia al Berlusconismo, dalla Grande Guerra a Tangentopoli, un affresco storico e politico che spiega, secondo l’opinione del suo autore, come si è arrivati all’attuale situazione sociale e alla nascita del controverso carattere italiano. Un libro attualissimo, così come risulta ovviamente ancora estremamente attuale l’intervista che ci ha concesso all’epoca (era il febbraio 2010) e che, per omaggiare la scomparsa di questo grande giornalista, vi riproponiamo qui di seguito.

Zucconi, che cos’è, dunque, questo “Caratteraccio” degli Italiani?

«Con caratteraccio non voglio intendere necessariamente “brutto carattere”. Per me vuol dire carattere complicato, difficile, instillato da una storia cattiva. Una storia che ci ha insegnato a diffidare di tutti, a essere sempre un po’ cinici, a essere un popolo apparentemente molto bonario, ma sempre con qualche magone dentro.»

Nel suo libro afferma che gli italiani scoprono di essere sempre “anti” qualcosa: anticomunisti, antifascisti, antiberlusconiani, anticlericali. È l’identità che nasce dalla contrapposizione?

«Sì, infatti. Definire l’identità italiana è sempre difficilissimo. E lo dice uno che vive all’estero da molti anni. Chi siamo noi storicamente, fisicamente, culturalmente non l’ho ancora capito. Se però mi confronto con qualcuno che non è italiano lo riconosco subito. Quindi è una maniera di definirsi “in negativo”, “per opposti”. Io non sono africano, asiatico, cinese, sudamericano. Sappiamo tutti quello che non siamo, ma non quello che siamo. Non a caso la scoperta dell’identità italiana sta avvenendo soprattutto negli ultimi anni, da quando – con l’immigrazione – sta arrivando  qualcuno che non è come noi. Non è certo un bel modo di scoprire chi siamo. Ecco poi perché siamo sempre arrabbiati.»

Anche se, nel suo libro, lei usa un’espressione provocatoria: “revolutio interrupta”. Ci indigniamo, ci arrabbiamo, ma poi non succede mai nulla.

«È una caratteristica italiana. Noi siamo il popolo che tira i sassi, ma in realtà non succede alcuna rivoluzione. Facciamo un po’ di baccano, assaltiamo i forni, grandi manifestazioni. E poi? Poi accettiamo, sopravviviamo, ci adeguiamo. Grandi purghe storiche, terribili, noi non le abbiamo mai fatte. Non ci sarà mai in Italia una Rivoluzione francese o una Rivoluzione d’Ottobre. Non ci sono grandi uragani che rompano definitivamente con il passato. Noi ci portiamo dietro questo fiume in piena con tutti i detriti della nostra storia… allaghiamo, esondiamo, ma sempre quelli restiamo.»

Per rimanere ai tempi più recenti ricordo l’episodio della famosa “Onda”, il movimento giovanile di protesta contro la Riforma Gelmini.

«Un altro dei tanti esempi che si potrebbero fare. Tu parli con uno che aveva vent’anni nel Sessantotto. L’immaginazione al potere, le rivoluzioni, eccetera . Ma poi? E’ finito tutto a tarallucci e vino. Movimenti così ce ne saranno probabilmente altri, in futuro. Quando le condizioni storiche sembrano mature per grandi rivolgimenti noi ci avvizziamo come prugne secche tentando, come si suol dire, di “tirare a campare”.»

Giovani che stanno vivendo una situazione economico-lavorativa piuttosto difficile…

«Adesso dirò una cosa che potrà suonare ridicola: essere giovani non è mai facile. Quando ero giovane detestavo i vecchi: pensavo che fossero un ostacolo per noi ragazzi, degli elefanti seduti sui binari della nostra vita. Pensavo che un giorno me ne sarei liberato…e ci sono riuscito: oggi sono io l’elefante con il sedere sui binari di qualcun altro! Adesso è particolarmente difficile perché si sono create enormi illusioni ed aspettative, attraverso la scuola per tutti, i titoli, i master. Al giorno d’oggi se non si ha un master non si va nemmeno a fare la commessa. In realtà quest’enorme flusso di speranze, illusioni, conoscenze spesso si traduce in nulla di fatto. Dunque non è che oggi la condizione sia peggiore rispetto a quella di una volta: è semplicemente più forte la sproporzione fra le aspettative create e le possibilità reali. Questo è molto frustrante e non invidio i giovani. I nostri genitori avevano generalmente così poco che era legittimo aspettarsi di avere di più. Oggi è il contrario.»

E chi, come il direttore della LUISS, invita i giovani ad andare all’estero?

«Credo si tratti soltanto uno scatto di nervi. Io non invito nessuno ad andar via e non mi piace questo atteggiamento. Se ce ne andassimo via tutti “che l’ultimo spenga la luce” altrimenti paghiamo una bolletta troppo alta. L’ideale, in realtà, sarebbe andare all’estero per poi tornare, con l’esperienza accumulata. Vedere com’è il mondo, imparare qualcosa e tornare arricchiti, per poi metterlo al servizio della nostra nazione.»

Barack Obama, all’epoca dell’intervista Presidente degli Stati Uniti d’America

Qual è la situazione Stati Uniti, a poco più di un anno dal cambio del Presidente (Obama, eletto nell’autunno del 2008, nda)?

«L’umore non è altissimo per la stessa ragione legata alla delusione dei giovani: le aspettative erano eccessivamente grandi. È l’atteggiamento della ragazza che sposa il ragazzo ideale e poi scopre che mentre dorme russa. I risultati, secondo me, non sono affatto cattivi, ma ci vuole tempo. Obama ha i suoi limiti e non può certo far miracoli. Giudicheremo alla fine dell’anno. Vedremo soprattutto se sarà riuscito a far qualcosa nei confronti della disoccupazione.»

E la questione del Premio Nobel per la Pace?

«È stata una cosa ridicola. Ma il Premio Nobel per la Pace è da tempo una cosa ridicola. L’hanno dato ad Arafat, a Kissinger. Alla fine uno in più o uno in meno non fa differenza. È un premio alle intenzioni. D’altronde lo stesso Presidente l’ha accolto con molta ironia, affermando di non meritarlo.»

Si parla sempre più di Cina e India come nuove superpotenze. E ci si dimentica dell’Africa?

«In Africa c’è una disastrosa mancanza di classi dirigenti, che la gente paga. È la dimostrazione che non è mai solo una questione di risorse, abbondantissime nel Continente Nero. L’andata via delle potenze coloniali ha devastato le classi dirigenti. Quando i belgi lasciarono il Congo non rimase in tutto il Paese nemmeno un medico. In India e Cina ci sono classi dirigenti dispotiche e dittatoriali, ma comunque in grado di mettere in moto un sistema economico credibile. Ed è quello che, temo, pagheremo anche in Italia.»

Allude alla credibilità della politica italiana?

«In questo momento è pari a zero.»

All’estero come ci vedono?

«Ho scritto questo libro proprio per lenire questa mia angoscia personale. Vorrei cercare di spiegare a chi ci vede da fuori perché e come siamo arrivati fino a questo punto. Non volevo descrivere tanto chi siamo, ma come e perché siamo arrivati qui, com’è possibile che questo Paese sia arrivato a questo punto di disfacimento della cultura civile nazionale. Detto per tutti, trasversalmente.»

Nel film State of Play, al di là del giallo a cui è legata la trama, propone una visione dei media in cui la carta stampata, incarnata da Russel Crowe, ha ancora una superiorità nei confronti di internet…

«Io non l’ho interpretata in questo modo. Certo, è una visione più romantica, ma non credo fosse nelle intenzioni degli autori dimostrare la superiorità della carta stampata su giornalismo online. Una cosa, però, va detta: quello che è accaduto in Italia negli ultimi anni, nonostante tutto il fragore creato da internet, è partito dalla carta stampata. Da tangentopoli a vallettopoli fino agli scandali dell’anno scorso sono tutti partiti dalla carta stampata. Internet, in questo senso, ha ancora una funzione “ausiliaria”.»

E dei blogger cosa pensa?

«I blog raccolgono opinioni a giochi fatti. Lo stesso Travaglio ha dovuto aprire un giornale di carta per dare veramente voce alle sue opinioni. L’avvento del telefono e della comunicazione elettronica non ha fatto sparire la posta. S’era detto che il computer avrebbe fatto sparire la carta dagli uffici, ma le statistiche dicono che ce né addirittura di più. Le cose cambieranno, senza dubbio… ma ci vuole forse più tempo di quello che si possa immaginare.»

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Ernesto Kieffer

Ernesto Kieffer

Inizia nel 2000 a collaborare per alcuni periodici veronesi come “L’Altro Giornale”, “L’Adige” e “Verona Fedele” e ottiene nel 2002 il patentino di Giornalista Pubblicista. Laureato in Giurisprudenza nel 2003, è da quello stesso anno addetto stampa, organizzatore e presentatore di eventi. Oggi è radiocronista sportivo e giornalista - fra gli altri - de "Il Nazionale - Verona" dove è caporedattore Politica&Attualità. Si è dedicato, nel corso di tutti questi anni, al cinema, alla musica, allo sport, senza disdegnare l'approfondimento e la cronaca. Pratica con “inequivocabili” risultati il calcio e millanta di essere un musicista. Ma sono notizie false e tendenziose.

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