Cheers, Celtic Pub!

La notizia sembra di quelle che fanno poco scalpore: chiude l’ennesimo locale storico di Verona, un fenomeno a cui purtroppo ci stiamo abituando, sia che si tratti dei blasonati nomi della moda di Via Mazzini oppure del piccolo artigiano o l’osteria storica. O il più vecchio pub in città.

Se ne parlava da qualche mese, almeno tra i frequentatori assidui; Corrado Ballarini, al timone del Celtic Pub da sei anni, sarà costretto a lasciare. Come spesso accade, la proprietà fissa una cifra molto elevata, nel tentativo di monetizzare il successo finché è al massimo, con il gestore che si ritrova in un certo senso a dover pagare di nuovo, dopo tutto il tempo, le energie, le idee immesse nel progetto, per trasformarlo dall’anonimo locale preso in carico sei anni fa, in un punto di ritrovo riconosciuto e molto redditizio. Corrado ammette di non avere i mezzi per sostenere questo maggior costo e soprattutto gli oneri per i lavori di ristrutturazione non più procrastinabili. Le numerose inondazioni di Via Giardino Giusti/Santa Chiara hanno in effetti lasciato un segno e, in assenza di un piano per risolvere l’annoso problema in sede di amministrazione comunale, i gestori sono lasciati soli ad occuparsi della prevenzione e dei danni.

Corrado Ballarini

«Doloroso, mi chiedi? – Corrado mi guarda con i suoi occhi brillanti – Non ho parole per descrivere come mi sento. Sono arrivato qui da incosciente senza esperienza, avevo 24 anni e una pazza idea. Mi hanno aiutato tante persone, in particolare ricordo i consigli, anche recenti, di un esercente di lungo corso, Piero Caramazza. Negli anni ho riportato il Celtic Pub nel cuore dei veronesi, con una proposta che non si limita al “solito bar” ma importa di fatto nella nostra città la cultura anglosassone: la birra come scusa per creare legami, lo sport in tv come elemento di aggregazione e, perché no?, di rissa furibonda… E la musica che, nel piccolo del mio pub, ha sempre trovato un angolino per esprimersi, in controtendenza rispetto alla città.»

Un paio di settimane fa, Corrado ha annunciato pubblicamente l’imminente chiusura, lanciando una festa d’addio non stop, che inizierà sabato pomeriggio e finirà con l’ultimo cliente, all’alba di lunedì. Ci saranno panini speciali forniti da Jack Ballarini, il cugino proprietario dell’adiacente burger bar “Bun’s”, tra cui uno dedicato proprio al barbarossa, il Ginger Sandwich. La storia professionale dei due cugini si è incrociata per un gioco del destino proprio nello stesso periodo e sono state numerose le collaborazioni, con grande soddisfazione di entrambi e soprattutto dei clienti. Si dice che, oltre al mitologico tunnel per portare i leoni in Arena, esista in effetti anche un passaggio segreto tra i vicoli della Giarina che permette a birre e hamburger di materializzarsi da un locale all’altro.

In un pomeriggio infrasettimanale, uno di quelli senza storia, in cui normalmente avrei trovato le solite facce, noto un fermento particolare. Ci sono persone “fuori orario” ma sicuramente non fuori posto, ragazzi che bevono, girano tra i ricordi di mille viaggi appesi alle pareti, fanno foto alle foto appese ai muri. Se non fosse che non vedo tra gli avventori il prete ufficiale del pub, don Nicola, l’impressione sarebbe quella di un pellegrinaggio in un luogo sacro.

«Verissimo, son giorni che non smetto un secondo di lavorare, è sempre pieno anche negli orari di solito tranquilli. È proprio un pellegrinaggio laico, se non profano. Stanno passando per l’ultima pinta tutti i miei regular, ovviamente, tutti gli amici di una vita ma anche tantissimi occasionali a cui abbiamo lasciato un bel ricordo. Ammetto che è una sorpresa, per me, un motivo ulteriore di orgoglio».

Corrado, Anna e Tommaso

Corrado, con i suoi modi eleganti, mai sopra le righe, neanche quando deve recuperare toni e volume di un pub pieno di tifosi scatenati e alticci, ha creato un piccolo ecosistema nel quartiere di Piazza Isolo, impegnandosi anche per il rilancio della zona, con numerose iniziative in cui ha trascinato molti altri esercenti locali. Ha lavorato per sé, per la sua famiglia (spesso accanto a lui dietro il banco si trova quel raggio di puro sole che è la sua compagna Anna) ma anche per Verona. E i veronesi, per quanto burberi e diffidenti, di queste cose si accorgono e le apprezzano. È un piccolo mondo sempre uguale e sempre diverso. Vi si formano gruppetti in altri luoghi impossibili, in cui l’attempato imprenditore signor Paolo si inalbera come un ragazzino a parlare di pallone con il noto giornalista sportivo Matteo, in cui il tifo organizzato del Verona si confronta con la nutrita e colorata stirpe anglosassone presente in città, scozzesi, inglesi e irlandesi appassionati di calcio e rugby, che hanno ritrovato al Celtic la stessa atmosfera a luci basse, legno scuro e ottoni scintillanti lasciata in patria. Ci sono le macchiette di quartiere, come il mitico Paolino, e un panorama assolutamente trasversale.

Chiunque entri al pub, si trova a casa. È la casa di Corrado, certo; fin dall’inizio, ha voluto un posto che rispecchiasse la sua anima, alla faccia delle logiche commerciali, di quel che “tira nel settore”, con scelte personali che gli assetati hanno subito fatto loro, creando le basi per un successo di grande soddisfazione. L’anima si è insediata tra le quattro mura del pub e ha contagiato tante persone, creando famiglie sui generis, formate da persone che si sono scelte, in nome di un amore comune, molto lontano dall’idea popolare dell’ubriacarsi al bar: «Si è creato qui un mondo al di fuori del mondo, una cerchia di amici a cui raccontare problemi, con cui condividere gioie e tristezze. – racconta Elisa “Ace” – Ci sono persone che vedo solo qui, eppure li considero famiglia. La paura è che ci perderemo, ognuno in nuovi posti, con nuova gente».

Rugby on TV

Il Celtic Pub esiste da moltissimi anni, ha visto passare intere generazioni. Molti di noi, a fine anni Ottanta, hanno detto proprio lì, per la prima volta in patria dopo l’Interrail, le magiche parole “a pint o’Guinness, please”; alcuni hanno fatto nuove amicizie o hanno ritrovato, per puro caso, amici che non vedevamo da decenni, altri ancora ne hanno fatto la propria casa, un pied-a-terre spumeggiante in cui fare riunioni, divertirsi, fare feste e, perché no?, anche ubriacarsi.

Il Celtic Pub forse esisterà ancora, avrà nuovi gestori e nuovi clienti, nuove marche di birra e chissà cos’altro. La vita continua, certo; ma non sarà mai più lo stesso, non senza Corrado dalla barba rossa e gli occhi buoni, non senza Tommaso e Anna al suo fianco a dispensare sorrisi. Non sarà più la stessa cosa, per tutti noi che in quelle stanze accoglienti abbiamo lasciato un pezzetto di cuore.

Corrado ha fatto qualcosa di notevole per chi scrive: è l’unico veronese ad aver ampliato il mio vocabolario inglese, con la parola publican, che indica appunto il suo ruolo all’interno del Celtic Pub. Niente a che vedere con un barista, un oste; il publican è una figura che ti serve da bere, e ci mancherebbe!, ma che  ascolta e racconta, che ti fa sentire parte di un tutto caldo e comodo, che ti consiglia sul whisky come sugli amori, che si regala a te tanto quanto tu a lui. Questo atteggiamento Corrado lo porterà con sé in qualsiasi avventura lo vedrà impegnato in futuro, lo infonderà nel nuovo progetto e noi saremo lì, pronti a fargli sempre compagnia. Come direbbero gli Oasis, sempre di casa anche loro al Celtic:

Maybe I will never be
All the things that I wanna be
Now is not the time to cry
Now’s the time to find out why
I think you’re the same as me
We see things they’ll never see
You and I are gonna live forever

(Forse non sarò mai tutto quello che vorrei diventare ma non è tempo per piangere, ora dobbiamo capire perché penso tu sia uguale a me. Vediamo quel che altri non vedono, noi vivremo per sempre.)

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Barbara Salazer

Gira il mondo da una vita, collezionando facce e storie, ma torna sempre a casa, prima o dopo. Ha forse sbagliato studi e lavoro, ma non rinnega nulla e crede fermamente nel dare a se stessi una seconda (e terza...) opportunità. Ama la vita, la musica, i libri, il caffè e la stout. Odia la gente, ma non può farne a meno. Sta scrivendo una "Teoria della Lentezza" che potrebbe anche arrivare in libreria, con molta calma. Ha un solo difetto: l'Hellas Verona.

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Barbara Salazer

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