Chisura SPRAR: il controsenso del “Decreto Sicurezza”

Il Decreto Legge 113 sulle disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica, protezione internazionale e immigrazione (meglio noto come “Decreto Sicurezza”), firmato dal Ministro dell’Interno Matteo Salvini, molto probabilmente lascerà in strada, nei prossimi mesi, migliaia di migranti, oggi sistemati in varie strutture di accoglienza.
È anche questo uno dei risultati di una legge che abroga il permesso di soggiorno per motivi umanitari (vigente in Italia e in pochi altri Paesi europei), considerata dall’attuale Governo causa dell’intasamento delle Prefetture per l’enorme numero di richieste. Tale permesso viene ora sostituito dai permessi di protezione speciale riservati ad alcune categorie ben definite di persone. Si tratta di vittime di violenza domestica o di grave sfruttamento lavorativo, di chi ha bisogno di cure mediche perché si trova in uno stato di salute gravemente compromesso o di chi proviene da un Paese che si trova in una situazione di contingente ed eccezionale calamità, allineandosi così a ciò che viene fatto nella maggior parte degli altri Stati Europei. Il permesso di soggiorno per richiesta d’asilo, inoltre, pur valendo come documento di riconoscimento non consentirà più l’iscrizione all’anagrafe, dando però comunque diritto di permanenza, assistenza e cure mediche. Fra le tante disposizioni, però, prende di mira anche il sistema SPRAR (Sistema di Protezione per i Richiedenti Asilo e Rifugiati), creato dalla Legge Bossi-Fini, a cui potranno accedere da oggi in poi solo i titolari di permesso di soggiorno e affida quasi esclusivamente l’accoglienza al sistema – inizialmente nato per l’emergenza straordinaria – dei Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS).

La nuova legge, infatti, esclude di fatto sia i richiedenti asilo che i titolari di protezione umanitaria (ad esempio vittime di tratta, immigrati con disabilità, donne sole con prole, neomaggiorenni) dalla possibilità di essere accolti nello SPRAR e questa esclusione farà ricadere sui bilanci dei Comuni e delle Regioni i costi dei servizi sociosanitari, che in ogni caso sarà necessario erogare per tutti coloro che non potranno più accedere al sistema di accoglienza. Aumenterà, visto la chiusura dei cordoni, il numero di persone prive di un permesso di soggiorno presenti sul territorio, mentre il termine per i procedimenti in materia di cittadinanza è stato raddoppiato: 48 mesi dalla data di presentazione della domanda e non più solo 24, con la motivazione di alleviare il lavoro degli Uffici Immigrazione  delle Prefetture, oberati da richieste ricorsi e controricorsi. Il termine, non sarà più perentorio e le domande di cittadinanza potranno essere rigettate anche dopo i 48 mesi. Con la nuova norma, infine, la protezione internazionale viene automaticamente revocata se il rifugiato fa rientro nel Paese dal quale è fuggito, qualunque sia il motivo. Pena l’impossibilità di tornare indietro. Il sistema di accoglienza pubblico viene, infine, depauperato a favore di quello privato. Il sistema di accoglienza diffuso e in piccoli numeri viene sostituito da quello composto da pochi grandi centri e grandi numeri. Alla gestione di enti di tutela competenti e di settore si sostituirà quella di soggetti terzi.

La nuova legge, dunque, riduce drasticamente le condizioni per l’ottenimento del diritto d’asilo a partire dall’abrogazione della protezione umanitaria. La richiesta di asilo presentata da richiedenti provenienti da un Paese di origine sicuro è considerata domanda con manifesta infondatezza. Ci saranno, comunque, le altre tre modalità di richiesta di asilo: se i migranti non avranno comunque diritto alla tutela risulteranno clandestini, ma solo dopo tre anni di attesa, fra corsi e controricorsi, per la pronuncia definitiva. La legge non è retroattiva e le domande pendenti verranno comunque esaminate, ma si calcola che saranno oltre 40.000 le persone che nei prossimi mesi finiranno in strada senza aver alcun diritto di accoglienza, senza un documento, senza la possibilità di trovare un lavoro o un alloggio.

«Il Decreto Sicurezza ha delle norme che vanno a toccare direttamente il sistema dell’accoglienza – sostiene l’avvocato Enrico Varali, membro dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) –. Lo SPRAR ha avuto negli ultimi anni un grande impulso con la legge 142/15 ed è ad oggi il modello ordinario di accoglienza che ospita i richiedenti asilo e chi è riconosciuto con lo status di rifugiato e le persone vulnerabili. Con la nuova legge, invece, negli SPRAR andranno a finire solamente coloro che hanno già ottenuto la protezione internazionale. Non saranno più ammessi i richiedenti asilo. Il Decreto Salvini non chiude di fatto gli SPRAR, ma con l’irrigidimento della prassi sulle domande e il cambiamento di status per potervi accedere saranno pochissime le persone che in concreto potranno entrarvi, spostando così il peso dell’accoglienza quasi interamente sui CAS. In breve tempo, insomma, gli SPRAR non avendo più senso chiuderanno.»

Dall’aprile del 2018 c’è stato da parte dell’Italia un picco di dinieghi dello status, che si aggira attorno al 70%; quindi di gran lunga superiore alla media europea (56%). Di quel 30% rimanente la stragrande maggioranza delle persone ottiene la protezione umanitaria. «Le misure di accoglienza sono fondamentali nel percorso di inserimento per far emergere le vulnerabilità o per favorire l’inserimento socio-lavorativo qui in Italia – conclude l’avvocato Varali –. In questo senso il sistema SPRAR da più garanzie del sistema straordinario CAS, avendo standard qualitativi dei servizi erogati elevati.»

Nel contesto italiano, comunque, la chiusura degli SPRAR non riguarda la maggioranza dellaccoglienza: ad oggi sono 877 i progetti varati, che coinvolgono circa 1.800 Comuni e 36.000 beneficiari, contro i 130.000 accolti nei CAS. A Verona e provincia, in particolare, su 90 Comuni gli SPRAR sono solo cinque, di cui tre dedicati ai minori non accompagnati. «Tra tutte le misure previste dal Decreto Salvini questa sugli Sprar verrà sentita in maniera leggera nella nostra città. Sono in totale circa 2.200 gli immigrati nella nostra provincia, ma gli SPRAR in generale ospitano circa 70 persone. Un numero relativamente basso» ci spiega Eliana Bombieri, cooperante dell’Associazione Le Fate, che si occupa dei progetti di inserimento lavorativo, ricerca e supervisione, dedicati alla cittadinanza straniera e residente. «Ciò che, però, risulta grave è che viene smantellato un modello di eccellenza italiano, addirittura studiato all’estero. Quello degli SPRAR è un modello inclusivo, di integrazione e interazione. Con il sostegno e l’accompagnamento all’interno della società dei nuovi arrivati ne beneficia l’intera collettività. Tutti i progetti SPRAR sono strutturati all’interno del contesto sociale e secondo i dati più recenti (Dossier statistico dell’immigrazione, giugno 2018, nda) circa il 43% delle persone che sono state inserite nel progetto SPRAR alla fine del percorso risulta autonomi. Il restante 57% ha la possibilità di una proroga per continuare il percorso di inserimento.»

Bombieri fa parte anche del movimento Per cambiare l’ordine delle cose, nato nel 2017 e ispirato ad un film di Andrea Segre, che ha fornito una delle poche occasioni in Italia per guardare da vicino i rapporti Italia-Libia. «Per chi ci Governa oggi risolvere il problema immigrazione significa concentrare l’accoglienza sui centri straordinari e non certo su ciò che già funziona e non è emergenziale – continua –. In questo modo lo straordinario diventa standard e ciò che funziona viene invece abolito. Pare molto strano che chi debba andare a risolvere un problema come quello dell’immigrazione smantelli un sistema che funziona.» Il sistema SPRAR prevede una serie di requisiti. Il personale deve essere qualificato, sono previsti una serie di servizi di base, come un’assistenza legale, una formazione, la possibilità di svolgere un tirocinio, con l’inserimento nel mondo lavorativo e nella società, anche grazie al partenariato della collettività (ad esempio a Fumane i ragazzi hanno fatto il tirocinio in tre aziende agricole della zona). «Sono effettivamente servizi che hanno un costo – prosegue Bombieri –. Nell’immediato parrebbe un sistema costoso, ma se alla fine del percorso il 43% di loro risulta autonomo alla fine è un ottimo investimento. Perché chi è autonomo diventa parte integrante della società e della produzione lavorativa. E i residenti stranieri, in Italia, (dati de Il Sole 24 Ore, nda) producono l’8% del PIL nazionale.» I costi degli SPRAR sono sostenuti dall’ANCI, in collaborazione con il Ministero dell’Interno attraverso il progetto Cittalia, ma sono quasi totalmente compensati dai fondi europei.

Chi, ad esempio, è arrivato nel 2015 ed è stato inserito in uno SPRAR, ha atteso circa un anno e mezzo o due per ottenere l’esito della commissione sul suo status. Nel frattempo gli si è dato vitto e alloggio ed è stato inserito in un percorso lavorativo con tanto di tirocinio professionale. Nel frattempo passa un altro anno e mezzo e questa persona è qui da tre anni. Si è investito su questa persona, ma se non ha ancora trovato una soluzione con il Decreto Sicurezza tutti questi investimenti rischiano di diventare del tutto inutili. Al momento, infatti, non si sa ancora bene cosa succederà a chi è ospitato negli SPRAR, ma in mancanza di indicazioni da parte del Governo la soluzione più probabile è che finiscano in strada. «Chi finisce in strada non ha un documento, non ha una casa, non ha una possibilità di trovare lavoro. La via per delinquere è certa. Forse si sta facendo il contrario di ciò che si dovrebbe fare. L’emergenza sociale sembra quasi creata apposta» conclude Bombieri. Per la cronaca, i migranti richiedenti asilo colti a commettere reato (come l’accattonaggio o lo spaccio di droga) possono essere accompagnati alla frontiera per motivi di sicurezza, ma quando si tratta di semplice soggiorno irregolare perché la domanda viene rigettata, i migranti possono essere allontanati dal Prefetto, ma solo su base volontaria. Se poi vengono “pizzicati” ancora sul territorio italiano essere, a quel punto, rimpatriati. Ma, come spesso succede, nella stragrande maggioranza dei casi questi soggetti fanno semplicemente sparire le proprie tracce.

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Ernesto Kieffer

Inizia nel 2000 a collaborare per alcuni periodici veronesi come “L’Altro Giornale”, “L’Adige” e “Verona Fedele” e ottiene nel 2002 il patentino di Giornalista Pubblicista. Laureato in Giurisprudenza nel 2003, è da quello stesso anno addetto stampa, organizzatore e presentatore di eventi. Oggi è radiocronista sportivo e giornalista - fra gli altri - de "Il Nazionale - Verona" dove è caporedattore Politica&Attualità. Si è dedicato, nel corso di tutti questi anni, al cinema, alla musica, allo sport, senza disdegnare l'approfondimento e la cronaca. Pratica con “inequivocabili” risultati il calcio e millanta di essere un musicista. Ma sono notizie false e tendenziose.

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