Contrasto al cyberbullismo. San Bonifacio in prima fila

Ormai non appena le parole bullismo o cyberbullismo appaiono sulla stampa, risuonano in tv o sui social, ci aspettiamo, o almeno il sottoscritto, il peggio.  Ci sarà sicuramente qualche giovane vittima di flaming (insulti), di sexting (diffusione di materiale a sfondo sessuale), di catfish (sostituzione di persona) di happy slapping ( letteralmente schiaffeggio allegro, ma che di allegro non ha niente se non ridicolizzare la vittima tramite ceffoni violenti ripresi dal cellulare e messi on line), ecc… . Insomma ci aspettiamo che la nostra ansia quotidiana aumenti.

La scuola di San Bonifacio

E invece no, questa volta diamo una buona notizia: l’Istituto statale comprensivo di San Bonifacio diventa la prima scuola italiana a essere certificata (Csqa Certificazioni) per la prevenzione e contrasto al bullismo. In altre parole qui si fa la lotta al bullismo e cyberbullismo perché vengono svolte tutta una serie di attività – dalla formazione degli insegnanti a quella degli educatori – alle quali si affiancano campagne di sensibilizzazione dei genitori e ovviamente dei ragazzi. Insomma, la scuola si deve far carico sempre di più di un tema che paradossalmente esce dalla scuola e che, in qualche modo vi rientra, perché poi i ragazzi a scuola stanno molto. Cosa intendo? Il riferimento è soprattutto al cyberbullismo che non ha più un luogo fisico, se non quello on line con ricadute sulla vita off line. La vita on life come la chiama il filosofo Luciano Floridi.

In altre parole se il “vecchio” bullismo avveniva soprattutto a scuola: durante la ricreazione, prima di entrare o all’uscita, nei tragitti di andata e ritorno, durante le gite; oggi la situazione è cambiata. Il cyberbullismo dilata la dimensione spazio/tempo, destruttura i confini scolastici. Avviene ovunque e in ogni istante. Proprio per questo, la dimensione territoriale scolastica svanisce, anche se i docenti si trovano di fronte ragazzi ansiosi, depressi, in difficoltà nelle relazioni con i pari e con conseguenti scarsi risultati scolastici. La scuola si muove comunque. Da una ricerca svolta circa un anno e mezzo fa nelle scuole veronesi dal titolo: “Conquistare e difendersi nel far web”, la scuola risulta il luogo dove più si apprende sul tema del cyberbullismo (49%), mentre sui media (41%), dai compagni (17%) e dai genitori solo il 9%. Dove sta il problema? Non certo in quello che mediamente viene fatto a scuola ma in quello che non viene fatto a casa o in famiglia.

Una certa non conoscenza è fisiologica: il tema è complesso, richiede nuove competenze, spesso specialistiche, e molto tempo; ma il dato racconta, a mio avviso, una mancanza di consapevolezza della diffusione del fenomeno e della sua gravità. Durante un incontro in una scuola media un ragazzino mi scrisse un messaggio: «Secondo mio padre per contrastare il cyberbullismo basterebbe non badare ai messaggi e io gli ho risposto che non è così facile e non basta fregarsene. Cosa posso fare per fargli cambiare idea e farlo rendere conto dell’importanza della cosa?»  Queste parole sintetizzano la superficialità con cui viene affrontato il tema in famiglia. Non badare ai messaggi non è come non badare ad un’offesa fatta in presenza, urlata. Quelle parole scritte restano e vanno a toccare la web-reputation dei ragazzi. Non si può non badare. È sciocco, per non dire altro.

C’è, però, un altro problema. Se a San Bonifacio le scuole sono virtuose questo non significa che il problema sia risolto o comunque contenuto. Non tanto perché ci sarà sempre qualcuno che metterà on line contenuti offensivi e umilianti ma perché in rete non esiste il concetto di isola. Se si agisce bene in un luogo e non in quello accanto non serve a molto, anzi rischia di fagocitare tutto il buon lavoro già fatto. È per questo che non basta perseverare sul tema del cyberbullismo ma agire in maniera totale, raggiungendo più attori sociali possibili. Agire in maniera coerente tra scuola, istituzioni e famiglie è necessario, altrimenti tutto va perso ed è probabile che i ragazzi, nella percezione del caos, si trovino ancor più smarriti e arrabbiati.

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Riccardo Giumelli

“Gli è meglio fare e pentirsi, che non fare e pentirsi”. Mi sono sempre sentito così e continuo a farlo come quel toscanaccio di Machiavelli, che così scrisse citando Boccaccio. Ho provato, non sempre riuscendoci, a gestire quel daimon interno attraverso la conoscenza e forse anche per questo sono diventato sociologo della cultura e della comunicazione. Ho insegnato all’Università di Firenze, Trento e adesso a Verona, “sociologia dei processi culturali”, “sociologia del giornalismo” e adesso anche “educazione ai media”. Sono columnist per "La Voce di New York" e Presidente dell’Associazione Italia Stati Uniti di Verona. A volte mi sembra di farne troppe, ma è il solo modo per capire ciò che amo fare. Amo Verona, Firenze e Parigi! Città che mi hanno dato tanto. Verona, ho imparato ad amarla giorno dopo giorno, città dove sono nate le mie figlie. Più la conosci più scopri realtà meravigliose. Sono interista, croce e delizia. La perfezione, infatti, è altrove.

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Riccardo Giumelli

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