La musica senza frontiere di Hugo Race

Hugo Race è un musicista di classe, dalla voce roca, bassa e sussurrata. Un bluesman, oggi, ma capace di attraversare nell’arco della sua lunghissima carriera (nato nel 1963, era già attivo nei primissimi anni Ottanta) i generi più diversi. Il suo battesimo, però, è da leggenda: è entrato giovanissimo a far parte dei Bad Seeds, il gruppo di Nick Cave, icona mondiale della musica, con cui ha collaborato per gli album Kicking against the pricks, Tender prey e Murder ballads. Race, però, non ha disdegnato di intraprendere altri progetti. Anzi. Nel corso degli anni Ottanta, infatti, ha prima fondato i The Wreckery e, poi, i True Spirit, con i quali ha pubblicato diversi album, puntando su un suono che spazia dal blues alla psichedelia. Il suo mondo, però, non si è certo fermato lì: ha partecipato, come musicista e compositore, ai dischi di Mick Harvey, La Crus, Nikki Sudden, Robert Forster, Micevice e moltissimi altri. In tempi più recenti, ha dato vita al gruppo di rock blues etnico Dirtmusic, con i quali ha pubblicato quattro album e ha creato, insieme ad Antonio Gramentieri e Diego Sapignoli il progetto Hugo Race Fatalists.

Hugo Race è un poeta dalla scrittura profonda, che spesso si addentra nei luoghi oscuri del vivere, i suoi testi sono ricchi di metafore, rimandi dai significati complessi, immagini evocative, riferimenti alla morte, strazianti dichiarazioni d’amore e altrettanti abbandoni. Per certi aspetti il suo stile di canto ricorda quello di Leonard Cohen e – ironia della sorte – proprio nel locale scaligero dedicato al grande musicista canadese scomparso due anni fa, il meraviglioso Cohen Club gestito da quel vulcano che porta il nome di Elena Castagnoli, lo abbiamo incontrato. In riva all’Adige si è esibito nella sua ultima data italiana – in un minitour in solitaria che lo ha visto toccare altre città come Siena, Genova, Cremona e Milano – prima di ritornare nella Terra dei Canguri. In quella che poi è la sua casa. Anche se, a dire la verità, la casa di Race è il mondo.

Hugo, hai ormai concluso questo tour in Italia. Cosa ti porti in Australia da questa esperienza?

«È stato un bel giro. Ho incontrato delle persone molto belle, ho fatto delle conversazioni interessanti, ho imparato tante cose. Personalmente sono molto soddisfatto della reazione del pubblico per il quale ho suonato. La musica che faccio è emozionale, non fredda, e quindi ci vuole un pubblico caldo, che qui in Italia, ovviamente, ho trovato. Quindi direi che è andato tutto benissimo.»

Prima del tour, però, sei stato in Europa più di due mesi per sviluppare diversi progetti. Di cosa si tratta?

«Sì, in questa fase mi sento fortunato, perché non ho dovuto girare troppo, ma ho potuto concentrarmi in sala di registrazione e suonare con gli amici, creando nuove canzoni e nuovi dischi. In Italia ho contribuito alla realizzazione dell’album di Cesare Basile, un cantautore senza paragoni, che mi piace moltissimo. Poi ho fatto tour europeo, in estate, con i Dirtmusic, un progetto internazionale che vede la partecipazione di musicisti che arrivano dalla Grecia, dalla Repubblica Ceca, dalla Turchia e dagli Stati Uniti. È stato un modo per creare contaminazione, un’idea a me cara. Ho, infine prodotto anche un altro disco, quello del cantautore fiorentino Massimiliano Larocca… abbiamo finito le registrazioni poche settimane fa e subito dopo ho iniziato il mio tour da solista in Italia.»

Nel corso della tua vita hai vissuto praticamente in tutti i cinque Continenti del mondo: Europa, America, Asia e Africa, oltre ovviamente all’Oceania, dove sei nato. Cosa ritroviamo nella tua musica di queste esperienze di vita?

«Quando si passa un po’ di tempo in un qualsiasi posto si ricevono degli input – anche a livello inconscio – che ti cambiano inevitabilmente un po’. Si aprono gli occhi ad altre realtà. Questa è stata la mia strada, l’essere aperto a queste esperienze. Io ho lavorato praticamente in tutto il mondo, è vero, e questa esperienza entra nel mio modo di comporre. È difficile capire in che modo, ma posso dire che difficilmente avrei potuto creare le mie canzoni senza i miei viaggi. Bisogna imparare sempre di persona, con l’esperienza sensoria personale che è fondamentale per creare arte e musica. Non sono cose che si possono imparare attraverso internet, ad esempio.»

Oggi ti dedichi soprattutto al blues, ma in passato hai suonato il rock, la psichedelica, la new wave e tanto altro. Generi che sono, di per sé diversi dal blues. Cosa ritroviamo di quelle influenze musicali, oggi, nelle tue canzoni?

«Sai, per me il blues è fondamentale per la musica moderna. Dal blues sono nati il pop, il rap, l’r&b. Con il blues non devi cambiare corda della chitarra per realizzare una canzone… c’è in questo una sorta di concetto di monotonia che a me piace molto. In passato ho lavorato con musicisti africani e lì, si sa, si trovano le radici della musica del XX secolo. Ho realizzato un progetto in Italia, chiamato Sepiatone, basato sulla melodia, l’estetica, l’armonia utilizzata dai musicisti italiani degli anni Sessanta e Settanta. Un modo di suonare per me sempre difficile da capire, ma quando sono da solo torno sempre in questa sorta di confort zone rappresentata dal folk-blues, che trovo idoneo a coinvolgere le persone. Io canto in inglese e so che non tutti capiscono i miei testi qui da voi e la nostra diventa più che altro una conversazione musicale. Ma va bene anche così.»

Canti in inglese, è vero, ma ti senti praticamente a casa nel nostro paese. Com’è nata questa “relazione”, non solo musicale, con l’Italia?

«È nata quando ero adolescente. Ho incontrato una ragazza italiana, figlia di emigrati italiani in Australia. Insieme abbiamo fatto una famiglia e all’inizio, negli anni Ottanta ci siamo trasferiti in Europa: abbiamo vissuto a Londra e Berlino e poi siamo venuti a vivere in Italia, nel 1990. Oramai tanto tempo fa.»

Nei testi delle tue canzoni ritroviamo il tuo mondo e le tue visioni sul mondo. Essere uno storyteller oggi vuol dire anche avere una responsabilità nei confronti del proprio pubblico. Che ne pensi?

«A me non interessa realizzare le cose solo per stile o perché vanno di moda. A me piace anche la musica più superficiale, come quella pop, perché esistono canzoni davvero irresistibili. Però non ho mai avuto il desiderio di suonare queste cose. Ho la tendenza ad andare sempre in profondità e le canzoni che scrivo e canto raccontano sempre qualcosa di intimo e personale. Io la musica la vedo così, come un qualcosa di sé che si condivide con le persone.»

Da qualche anno sei tornato a vivere in Australia. Cosa ti manca dell’Italia e dell’Europa?

«Il problema è, forse, nel come ho condotto la mia vita prima di quest’ultimo periodo. Sono stato un po’ ovunque, ho girato tantissimo. È stato bellissimo, ma mi mancava una base, delle radici. Quando è morto mio papà, dieci anni fa, sono tornato in Australia per prendermi cura delle sue proprietà. All’inizio avevo paura di non riuscire più a scappare da quella situazione: l’Australia è un mondo a parte, lontanissimo da tutto, e viaggiare da lì è sempre molto costoso. Non ero sicuro di riuscire a muovermi con facilità. In realtà da allora la mia vita è migliorata molto. Ora ho la libertà di abitare a Melbourne, dove sono nato, ma posso tranquillamente girare il mondo e realizzare la mia musica senza perdere nulla della mia professione. Ho seguito i miei istinti e alla fine è andata bene.»

Non hai limiti anche perché il mondo, in fondo, te lo porti dentro con te, nei tuoi viaggi, con la tua musica.

«Si, è vero. Anche se negli ultimi anni, con i cambiamenti geopolitici che ci sono stati e con tutta la tensione che c’è, è cambiato molto anche il concetto di frontiera. Anche in Australia c’è una guerra politica sull’argomento dei profughi e tutto ciò che ruota a questo argomento. Personalmente oggi sono più determinato che mai a seguire questa strada di viaggiare e fare delle collaborazioni con gente di provenienza e tradizioni assolutamente diverse dalla mia. Viaggiando e mischiando le culture diverse dalla nostra, in effetti, si abbattono i pregiudizi e gli stereotipi e quindi anche le forme più dilaganti di razzismo.»

Cosa ci racconti del periodo trascorso insieme a Nick Cave, tanti anni fa. A dir poco fondamentale per la tua musica?

«Si, è stato molto importante. Praticamente ho iniziato il mio percorso musicale con Nick, anche prima dei Bad Seeds. Prima ero stato coinvolto in altri progetti musicali in Australia. Ero molto giovane e quando ho incontrato Nick avevo solo 17 anni. Lui era già un mostro musicale, solo che non era ancora riconosciuto. Ho fatto con lui due anni molto duri. Nei primi anni Ottanta tra di noi, nel nostro giro di musicisti a Melbourne, era quasi impossibile pensare che lui avrebbe avuto il successo che invece ha oggi. Eravamo tutti outsider della scena musicale e anche l’Australia all’epoca non era molto accogliente nei nostri confronti a causa della nostra visione. Anche per questo motivo ci siamo spostati all’estero e siamo emigrati per poter realizzare la nostra musica.»

Cosa ti piace di una dimensione così intimistica come quella del Cohen Club o di altri luoghi dove hai suonato, piccoli e con il pubblico a diretto contatto con il musicista?

«Quando sono partito dall’Australia tanti anni fa non avevo una lira e ho cominciato a suonare da solo, perché in precedenza avevo suonato con una rock band. Così ho imparato tante cose e ho capito che suonare da solo mi piace molto. La musica folk e blues, le radici della nostra musica,  storicamente è sempre stata condivisa in situazioni molto intime. Perché non era una musica istituzionale, ma passionale, della gente come noi. In questo modo c’è l’opportunità di comunicare direttamente con le persone la propria storia personale, che poi dà anima alla musica. Se il pubblico è sempre a 50 metri da te e tu sei su un palco, con le luci sparate in faccia… è sempre una bellissima sensazione, ma c’è anche una sorta di alienazione. Durante la scorsa estate con i Dirtmusic abbiamo partecipato solo a festival molto grandi in Europa, con un pubblico composto da migliaia di persone. È stato davvero molto bello, lo ammetto, ma comunicare con le persone è stato più complicato.»

Per finire, cosa ti aspetta nei prossimi mesi?

«Spero nelle prossime settimane di riuscire a prendermi una pausa. Poi a gennaio uscirà a Melbourne un disco di musica elettronica: non è sotto il mio nome, si intitola Gemini IV e poco dopo uscirà un disco con gli Hugo Race Fatalist, un disco registrato in Italia con tutti musicisti italiani. Uscirà ad aprile e poco dopo inizieremo il tour promozionale.»

Le foto a corredo di quest’articolo, scattate durante il concerto al Cohen Club di martedì 4 dicembre 2018, sono di Paolo Ferrazzi.

Ernesto Kieffer

Inizia nel 2000 a collaborare per alcuni periodici veronesi come “”L’Altro Giornale”, “L’Adige” e “Verona Fedele” e ottiene nel 2002 il patentino di Giornalista Pubblicista. Laureato in Giurisprudenza nel 2003, è da quello stesso anno addetto stampa, organizzatore e presentatore di eventi. Oggi è radiocronista sportivo e giornalista - fra gli altri - de "Il Nazionale - Verona" dove è caporedattore Politica&Attualità. Si è dedicato, nel corso di tutti questi anni, al cinema, alla musica, allo sport, senza disdegnare l'approfondimento e la cronaca. Pratica con “inequivocabili” risultati il calcio e millanta di essere un musicista. Ma sono notizie false e tendenziose.

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