Eureka: il primo TED non si scorda mai!

Si parte
Appena entro nell’enorme salone della Gran Guardia, mi rendo subito conto che sto facendo una cosa che mi cambierà. Nonostante il freddo mi morda le caviglie, è immediatamente percepibile un calore, una fonte energetica, un fermento di voci, sorrisi, tensione. Creazione.

L’allestimento interno della Gran Guardia

C’è qualcosa qui, una forza positiva che ci attrae tutti verso il suo interno. Dove casualmente si trovano anche un caffè caldo e una sfogliatina, ma sono solo coincidenze. Partecipo finalmente a un TED, con un ritardo di dieci anni sulle mie intenzioni (sei se contiamo gli anni in cui la mia città ne ha ospitato il format indipendente, TEDxVerona), ma in anticipo rispetto al caporedattore e mi sento perduta, in balia di una marea di persone fichissime, che immagino geniali e pronte a cambiare il mondo, tutte ben più giovani di me. Dato oggettivo, mica lagna: ci sono ragazzi delle superiori, alcuni dei loro insegnanti più illuminati (e giovani), studenti universitari che parlano della prossima sessione, qualche persona della mia età, con una faccia seria da chaperon di fine Ottocento; ma l’impressione iniziale è che potrei essere la mamma di almeno un 90% dei presenti.

Eppure, io non mi sento fuori luogo. Io mi sento esattamente al mio posto. In mezzo alla meglio gioventù, alle “testine fine” (come mi chiamava il mio papà) io ci sto benissimo. Sono intelligente, preparata, sveglia, aggiornata; se solo il Kieffer arrivasse per dirmi cosa fare di queste mani che non so dove mettere, sarebbe tutto perfetto!

L’effetto centrifuga atomica mi resta addosso fino alla fine della giornata ma, dopo un’uscita beccheggiante, mi lancio nell’infinito oceano della conoscenza umana, mi accomodo nella mia poltroncina e mi godo la vita di persone meravigliosamente normali eppure straordinarie.

Si inizia (e finisce, come leggerete) ballando: un video-collage tra film e cartoni famosissimi, montato con precisione maniacale su Bruno Mars che ci invita a «don’t believe me, just watch!» (Uptown Funk – Mark Ronson); i tempi sono ben dettati, secondo le regole della casa: brevissime presentazioni e 15 minuti per ciascun oratore, da solo all’interno del grande bollino rosso e circondato dal calore dello spettro dei colori, oltre che da un folto pubblico, che non lesina applausi e ululati in vero US-style. Non c’è un momento di noia, le pause si riempiono di altri video, mantengono accesa l’attenzione, con temi che spaziano liberi tra le lettere dell’acronimo: Tecnologia, Eureka e Design. Ok, mi avete scoperto: la E sta in effetti per Entertainment ma Eureka, in fondo, è la parola del sogno per qualsiasi Intrattenitore (che in italiano inizia con la I e mi rovinava il giochino).

Gli interventi
Ogni gruppo di interventi è composto da quattro oratori, tra un gruppo e l’altro ci sono le interviste con la stampa. La stampa, capite? Cioè IO!! La mia prima volta al TED coincide con la mia prima volta in sala stampa, non mi faccio mancare le emozioni. Di nuovo, mi butto nella mischia. Faccio il mio solito casino, balbetto, ho momenti di esaltazione (“questa è la domanda più bella che mi abbiano mai fatto”), mi rilasso un attimo e vado dritta per la mia strada. Lo vedo lo scafato giornalista che mi ha trascinato in questa orgia di genialità, sta intervistando uno famoso; gli scatto una foto ricordo senza che se ne accorga, mi ringrazierà.

L’impressione generale, tra tutte le persone magnifiche con cui sono riuscita a scambiare una breve intervista, è che quel calore che sentivo all’inizio venga proprio da loro. Amano profondamente quello che fanno, tradiscono emozioni belle quando la domanda vira dall’oggetto al soggetto; non si sentono quella persona che sta avendo successo e realizzando un’opera importante, come avrebbero tutto il diritto di fare. Obiettivamente, incontro qui uomini e donne che ci sono riusciti, hanno avuto successo superando tanti ostacoli, e invece di atteggiarsi a dei dell’olimpo, sono quasi imbarazzati per le domande fuori dai binari che gli propino io, nella mia beata inesperienza. Ho l’idea chiara di persone che visualizzano il Sogno, che si sentono scelte dal Sogno come strumenti per realizzarlo. Parlano anche del duro lavoro, delle tante ore svegli, dei fallimenti e dei nuovi tentativi; ma io vedo solo occhi che brillano, con l’orgoglio dell’obbiettivo raggiunto, o almeno più vicino.

Pausa pranzo
Nel frattempo, in altre sale di altri corridoi, c’è gente che “magna”. Mi unisco volentieri al fiume di persone per raggiungere i quattro rinomati chef che hanno preparato altrettante specialità solo per noi. Anche la fila è occasione per scambiare opinioni, conoscere persone, dopo solo due ore siamo già tutti parte di una sorta di famiglia e le normali barriere relazionali spariscono davanti a un bicchiere di vino e una bruschetta. Nel vino ci sarà anche la verità, ma nel mangiare insieme viene fuori la vita, non si può mentire infilzando fusilli.

Si torna in sala, altro giro di relatori, altre storie stupende e forza d’animo, raccontata come al bar, con la semplicità di chi veramente vuole condividere e non imporre la sua idea, lo spunto da cui la sua vita ha preso un senso. Di fronte alla manifesta superiorità di certe intelligenze, mi sento sicuramente piccola, incompleta; allo stesso tempo, però, mi guardo intorno e vedo altre facce come la mia, alcuni commossi altri che ridono, tutti però rovistando nel fondo della propria anima, alla ricerca di quel progetto accantonato, di quella idea che doveva salvare l’umanità, di un viaggio mai fatto. Siamo tutti, ognuno a proprio modo, coinvolti e trascinati in un mondo migliore o più grande o più colorato del nostro, siamo spinti a fare qualcosa, a prendere decisioni, ad alzarci dalla sedia davvero diversi da come ci siamo seduti poche ore prima. La spinta viene da fuori e rimbalza dentro.

Gran finale
Finiamo la lunga giornata ancora ballando, sulle note di Elianto, un artista partito dalla strada (e da allora ne ha fatta tanta) che improvvisa stornelli in rima baciata facendoci ridere dei nostri stessi piccoli difetti. La sua chitarra diventa la musica delle nostre mani che applaudono tutti, ma proprio tutti, i ragazzi che hanno ideato, organizzato, costruito questo prodigioso evento. Formano una fila lunga quanto l’auditorium e aspettano che Francesco Magagnino, Presidente dell’Associazione TEDxVerona, li chiami a salire, i primi timidamente e poi sempre più veloci, per l’ultimo applauso, dedicato soltanto a loro.

A latere della bella intervista al più giovane dei relatori (la leggerete prestissimo da Kieffer, da non perdere), ho fatto anch’io una domandina a Giuseppe Bungaro – 19 anni da poco, cardiochirurgo in itinere e inventore di uno stent cardiaco biocompatibile che riduce i rischi post operatori, Alfiere della Repubblica, un butel come tanti insomma. Gli chiedo che consiglio avrebbe per un ragazzo della sua età, che potrebbe anche essere mio figlio, per esempio, e forse non ha idea alcuna del suo futuro. «Guardi signora – dice, lo sguardo furbino protetto da un occhiale stile Craxi – bisogna solo ricordarsi i propri sogni. Anzi, meglio. Gli dica che deve ricordarsi di non dimenticare mai i suoi sogni.»

Mi avvicino istintivamente a questo ragazzo incredibile, fosse mai che tanta saggezza sia pure contagiosa. Era il mio primo TEDx e non penso sia un caso che avesse come tema centrale lo zero, l’unico numero reale, il solo numero capace di farne crescere un altro ma che da solo non è niente. Lo zero è l’inizio di un cambiamento, ha la stessa forma dell’ovale geometrico, ma è pieno. O pronto a riempirsi.

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Barbara Salazer

Gira il mondo da una vita, collezionando facce e storie, ma torna sempre a casa, prima o dopo. Ha forse sbagliato studi e lavoro, ma non rinnega nulla e crede fermamente nel dare a se stessi una seconda (e terza...) opportunità. Ama la vita, la musica, i libri, il caffè e la stout. Odia la gente, ma non può farne a meno. Sta scrivendo una "Teoria della Lentezza" che potrebbe anche arrivare in libreria, con molta calma. Ha un solo difetto: l'Hellas Verona.

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