Evidenze scientifiche contro il Congresso mondiale delle famiglie

Il dipartimento di Scienze umane dell’Università di Verona si è fatto promotore di un documento che esprime preoccupazione per le posizioni espresse da tempo da relatori e organizzatori del XIII World Congress of Families (WCF), che si svolgerà a Verona dal 29 al 31 marzo, riguardo al ruolo della donna, la denatalità, l’aborto, l’orientamento sessuale e le configurazioni familiari. In particolare, il documento denuncia l’uso di convinzioni personali e religiose che sono presentate come verità scientifiche al fine di proporre politiche sociali e familiari che limitano libertà e diritti. Finora hanno sottoscritto il documento in 672 tra ricercatori e docenti di tutte le aree disciplinari (scienze umane, filosofia, medicina, economia, diritto, informatica, discipline storiche e letterarie…), medici in formazione specialistica, assegnisti, dottorandi, docenti a contratto e personale tecnico amministrativo. Nello specifico, il documento è stato firmato da 344 tra professoresse e professori, ricercatrici e ricercatori. Le restanti 328 firme appartengono agli altri membri della Comunità universitaria. Abbiamo raggiunto Federica De Cordova, docente di Psicologia transculturale dell’ateneo scaligero e tra le promotrici del documento.

Federica De Cordova

La raccolta firme dell’appello di Scienze umane contro il convegno mondiale delle famiglie di fine marzo continua a crescere. Come docente firmataria e facente parte del dipartimento da dove è nata l’iniziativa come ha reagito a questa presa di posizione di moltissimi colleghi?

«L’iniziativa nasce dal fatto che alcuni di noi sono entrati in contatto da tempo con le posizioni delle realtà che organizzano il WCF, e le argomentazioni che le sostengono. Che l’evento, quest’anno, si tenesse proprio a Verona ha fatto sì che ci sentissimo chiamati in causa direttamente, non solo come singoli ricercatori e docenti, interrogati sulla funzione pubblica e istituzionale e sulla responsabilità culturale che l’università ha in rapporto al proprio territorio, in primis.

Queste riflessioni sono state condivise prima informalmente tra membri del dipartimento, fino a decidere di porre la questione in Consiglio di dipartimento. Da lì è nata l’idea di far sentire la nostra voce attraverso un documento che è stato proposto a tutti e tutte le college, che poi si è poi diffuso nell’ateneo. Sì, noi ne siamo stati promotori, ma in brevissimo tempo ha cominciato a vivere di vita propria, trovando volani di diffusione autonomi e nel giro di pochissimo è diventato qualcosa di trasversale, sottoscritto da tante persone appartenenti alla comunità universitaria nel suo complesso, strutturati, ricercatori e docenti precari, tecnici e amministrativi.»

Anche il rettore Nicola Sartor non ha fatto mancare le sue dichiarazioni a favore della vostra iniziativa. Che aria si respira in queste settimane all’Università? 

Riccardo Panattoni

«Come dicevo prima, la nostra istanza era di richiamarci all’università come luogo di cultura e di ricerca scientifica, nel senso più ampio e profondo del termine. Così ci è stato subito chiaro che il punto non erano le opinioni dei singoli, ma la condivisione di un posizionamento istituzionale. Questo aspetto è stato fatto proprio dal direttore del dipartimento, Riccardo Panattoni, che ha perseguito questa via con convinzione e ciò ha portato ad un sostegno pieno da parte dell’Ateneo.

Questo passaggio è stato, a mio avviso, un punto fondamentale per la diffusione del documento, e per la creazione di un clima che ci ha consentito di andare al di là delle nostre differenze. Le persone che hanno firmato sono tante, anche con posizioni molto diverse, per esempio per opinioni politiche o religiose. C’è stata la possibilità di riconoscersi in una postura, in un modo di affrontare le questioni che ci accomuna. Il punto che intercettiamo rispetto alle proposte del WCF non sta nelle domande che pongono, ma nelle risposte che offrono e nel metodo che utilizzano per costruire tali risposte.

Tanto per intenderci, nella veste di ricercatrice non metto in discussione la legittimità di una piattaforma politica a fare una proposta, che so, di favorire politiche di sostegno al lavoro casalingo per ridurre la disoccupazione o favorire lo sviluppo demografico. Nel momento in cui, però, questa proposta venisse sostenuta sulla base di presunti dati scientifici che proverebbero una diversa configurazione e funzionamento del cervello maschile e femminile e quindi, per esempio, attitudini al lavoro intrinsecamente diverse in base al genere, allora sì che mi sentirei chiamata a prendere posizione nel mio ruolo professionale. Una scelta ideologica, politica e religiosa è più che legittima, ma non va confusa con evidenze scientifiche consolidate.

L’aria che respiro è un senso di comunità che non sperimentavo da tempo. Credo che il documento abbia consentito di prendere parola rispetto a un disagio diffuso, cioè la necessità di marcare una differenza dove si propone invece una confusione di piani. Abbiamo preso parola anche per rimarcare che assumere una prospettiva scientifica significa parlare di qualcosa di diverso rispetto a quando si abbracciano altri punti di vista, come quello della fede religiosa o politico. È chiaro che, per esempio, scienza e politica, sono in relazione e dialogano costantemente. Questo però non significa confondere o identificare il dominio della politica con quello della scienza, le loro regole e modi di costruzione dei loro discorsi. Mi pare questo il punto che il rettore ha messo in evidenza in questi giorni, la necessità di riconoscere un’autonomia della ricerca scientifica e di questi diversi registri, proprio per fondare la possibilità di dialogo. Se non si distingue, mantenendo invece una sorta di confusione e mistificazione, qualsiasi discorso equivale ad un altro, minando alla base la possibilità del dialogo e del confronto.»

Quanto ha influenzato nella vostra azione anche l’idea dell’ateneo di esporre lo striscione con sfondo arcobaleno durante la settimana contro ogni forma di razzismo?

«Non c’è stata una relazione diretta tra i due eventi, però lo striscione esprime dei valori fondanti la comunità scientifica, a cui noi stessi abbiamo fatto riferimento nel documento. In questo senso vedo una totale continuità tra le due iniziative e l’atteggiamento che le sostiene.»

Quali sono le accuse mosse al convegno mondiale delle famiglie?

«Non credo che si possa parlare di accuse da parte nostra. Certamente in termini di contenuto abbiamo espresso delle preoccupazioni: per una concezione della donna subalterna, per visioni del mondo che concepiscono categorie molto rigide di normalità e anormalità, in particolare legate al genere e alla sessualità. Queste stesse visioni hanno sostenuto l’azione di alcuni governi europei verso politiche restrittive della libertà di ricerca e del dibattito scientifico, fino a giungere alla chiusura di dipartimenti che affrontano determinati ambiti di ricerca. Proprio per il lavoro svolto in questa direzione alcuni rappresentanti di questi governi sono stati invitati come relatori al WCF, e questo è un fatto che ci impensierisce. Sulla base dei contenuti utilizzati negli anni dai soggetti organizzatori del convegno per argomentare i loro punti di vista, abbiamo preso posizione, letteralmente. Il documento è un posizionamento, una dichiarazione di dove ci collochiamo rispetto a quanto viene affermato dai protagonisti del WCF. E il perimento della nostra collocazione è definito da decenni di ricerche, da linee guida prodotte da ordini professionali e condivise a livello internazionale, dichiarazioni di indirizzo di associazioni accademiche etc., perimetro che segna uno spazio diverso da quello entro cui si muovono i relatori del convegno.»

La scelta su Verona di questo congresso mondiale che valenza ha secondo lei? 

«Non saprei dare una risposta precisa a questo riguardo, perché non conosco la città profondamente. Posso dire che Verona è una città composita, spesso rappresentata semplicisticamente come poco accogliente verso le differenze. In realtà la mia esperienza è di un contesto che può mostrare durezze molto significative, così come il suo opposto, ma il modo in cui si configurano e si intrecciano questi piani molteplici è spesso inatteso e difficile da cogliere.»

La comunità accademica scaligera già da alcuni anni è attaccata, soprattutto su temi centrali che saranno oggetto di discussione del WCF, in particolare femminismi e diritti delle Comunità Lgbtiq. La mobilitazione di così tanti docenti non era ancora emersa in modo netto e pubblico. Il cambiamento è dovuto solo alla presenza in città del congresso o ci sono anche altri eventi che hanno reso necessaria questa azione collettiva?

«Secondo me sono intervenuti un insieme di fattori. Come dicevo, mi pare di registrare un disagio diffuso dato dalla difficoltà di poter nominare e affrontare i conflitti, senza che ciò implichi automaticamente la negazione delle istanze stesse che entrano in conflitto, o dei soggetti che le portano avanti. Il clima di polemica violenta, di contrapposizione a priori che pervade qualsiasi dibattito nel momento in cui raggiunge una qualche dimensione pubblica, che spesso ha investito anche l’ambito accademico, ha raggiunto livelli di inaccettabilità. La ricerca scientifica si nutre della pluralità delle idee, e della tensione che a volte nasce da questa pluralità. Ma sempre più spesso assistiamo a un’azione di banalizzazione e riduzione dei concetti, dei ragionamenti che ci stanno dietro, con un effetto di strumentalizzazione. Il lavoro di un ricercatore, quale che sia il suo campo, è teso a sviluppare strumenti per pensare e ad agire sulla realtà, che è o che potrà essere. Sempre più sentiamo invece il nostro lavoro strumentalizzato per dare ragione agli uni o agli altri, e noi stessi veniamo rappresentati come paladini di alcune posizioni o invece nemici da abbattere. Credo che si senta il bisogno, da parte nostra, di riappropriarsi del senso e delle finalità ultime del nostro lavoro.»

Come studiosa della psicologa sociale e docente di Psicologia transculturale, quali sono i punti che contesta del programma del WCF?

«Le questioni che si aprono sono diverse e complesse, e una presa di posizione argomentata merita un contesto specifico e un livello di approfondimento adeguato. Per questo motivo abbiamo organizzato come centro di ricerca PoliTeSse e del dipartimento di Scienze Umane, insieme a docenti di vari altri dipartimenti, un seminario aperto al pubblico il prossimo mercoledì 27 marzo, dalle 16.30 alle 19.30 in aula 2.3 del Polo Zanotto. Scopo di questo incontro è proprio quello di fare il punto sulla ricerca scientifica, entrando nel merito delle questioni elencate nel documento sottoscritto. In questo contesto posso dire che, occupandomi della relazione tra comportamento, mondo psichico e cultura, sicuramente una prima fondamentale questione riguarda l’uso del concetto di “naturalità” proposto come giustificazione di una resistenza a cambiamenti percepiti come culturali, sociali, tecnologici ecc. È naturale un trapianto di midollo che consente a un bambino con la leucemia di sopravvivere? È naturale un esoscheletro che permetterà nel futuro prossimo ad una persona paralizzata di muoversi autonomamente nello spazio? È naturale la tecnologia che consente di rianimare e far sviluppare un grande prematuro?

In quanto umani ci fondiamo su una dimensione di natura che ci pone nella necessità di una cultura. Le faccio un esempio: la maggioranza di noi viene al mondo con un apparato fonatorio che ci mette nelle condizioni di parlare. Tuttavia si tratta di una potenzialità: se non siamo esposti a una lingua, cioè a una cultura, in un certo momento della vita questa “natura” non si manifesterà. E quanto più approfondiamo la conoscenza del funzionamento cerebrale, per esempio con lo sviluppo delle neuroscienze, tanto più ci rendiamo conto di come le potenzialità insite nella nostra “natura” siano profondamente e indissolubilmente connesse con l’esperienza e l’esposizione all’ambiente. Insomma, l’essere umano sembra costruito per essere “naturalmente” culturale, e questo sovverte non solo l’idea di un “destino naturale”, ma anche la linearità della sua manifestazione, pretesa dentro questa immagine di “natura”.»

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Elena Guerra

Elena Guerra, giornalista e addetta stampa, laureata magistrale in Giornalismo, ha svolto ricerche nell’ambito del giornalismo interculturale grazie al gruppo di ricerca Prosmedia di cui è co-fondatrice. Si occupa di media relations, organizzazione di eventi culturali al fine di promuovere l’incontro di persone e culture diverse.

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