Giù le mani dalla scuola

Il Consiglio Comunale di Verona ha approvato una mozione (proposta dal consigliere Bacciga) per distribuire nelle scuole un fumetto che racconta la vicenda di Sergio Ramelli. Ma i dubbi sull’operazione sono molteplici.

Il Consiglio Comunale di Verona continua a offrire quotidiane controversie e spunti di acceso dibattito, forse inseguendo il mantra tanto caro agli specialisti delle campagne elettorali secondo cui “non importa come, basta che se ne parli”. Prima di tutto i fatti: l’ultima provocazione ha avuto eco su scala nazionale attraverso il sito web di “La Repubblica” che, in data 2 maggio, scrive: «L’ultimo acuto dalla città veneta, non nuova a derive fasciste, coincide con l’accoglimento di un ordine del giorno presentato proprio dal consigliere comunale Andrea Bacciga, con il quale invita la giunta ad acquistare e donare a ogni scuola superiore del Comune di Verona almeno una copia del libro a fumetti sulla storia di Sergio Ramelli, di Marco Carucci, autore ed editore dei libro, da conservare presso la biblioteca scolastica, in occasione dell’anniversario della morte di Sergio Ramelli il 29 aprile del 1975».

Una scena del fumetto

La questione sarebbe ordinaria e marginale. Sicuramente infatti, qualcuno può obiettare che non c’è nulla di male a portare a conoscenza di giovani studenti una storia di un ragazzo militante, nemmeno tra i più agguerriti, vittima incolpevole di un assassinio dal chiaro movente politico perpetrato a Milano negli anni Settanta. No, non ci sarebbe nulla di male in linea di principio. La questione, però, assume una rilevanza politica forte, accesa, che non si può tacere per il suo contorno. In primis proprio a causa del comportamento del Consigliere Bacciga, che il 29 Aprile del corrente anno, data anniversario della morte di Sergio Ramelli, ha deposto una corona di fiori a forma di svastica in commemorazione del defunto nella via a lui intitolata, notizia sempre riportata da “La Repubblica”. Ricordando al consigliere veronese che la Legge del 25 giugno 1993, n. 205, detta Legge Mancino, condanna l’utilizzo di simbologie legate a ideologie nazifasciste – certamente, anche le corone di fiori – proviamo ad andare oltre. La stessa Legge Mancino che Bacciga ha “contestato” attraverso una mozione (di cui è primo firmatario), con cui ne chiede l’abolizione. Così, per dire.

I camerati ricordano Ramelli in occasione dell’anniversario della sua morte

Come riportato anche dal quotidiano locale “L’Arena” in data 30 Aprile, la vicenda ha per oggetto il fumetto dal titolo Sergio Ramelli. Quando uccidere un fascista non era un reato della Ferrogallico Editore. L’autore è Marco Carucci già addetto stampa della sezione milanese di Forza Nuova, mentre il direttore editoriale della casa editrice è quel Federico Goglio meglio conosciuto come Skoll, rappresentante di spicco del cosidetto “rock identitario”, meglio conosciuto come “nazirock”. Certamente a volte i titoli sono provocatori, non si può giudicare o condannare un’espressione così sintetica e volutamente d’impatto. Qualche dubbio, però, è legittimo porselo. Perché avanzare il sospetto che un tempo non fosse reato uccidere giovani militanti di estrema destra come Ramelli? In fondo i colpevoli di quell’omicidio hanno tutti pagato il personale conto con la giustizia, sebbene ognuno possa avere la propria opinione in merito a tempi, pene comminate e motivazioni della sentenza. Forse per promuovere l’idea che l’estremismo di destra sia stato ingiustamente condannato dalla Storia? E che simpatizzanti e militanti di ideali nazifascisti siano stati martiri di magistratura, politica, potentati economici e finanziari, mass media e chi più ne ha più ne metta? Probabilmente è così.

Ben venga ricordare un assurdo assassinio come quello di Ramelli, ben venga proporre questa storia ai giovani, ma occorre farlo non certo con la volontà di riabilitare determinate ideologie o rievocando simbologie nazifasciste. Eppure, ormai sono quotidiane le lamentele da parte di militanti di estrema destra in merito a una storia italiana che li ha visti – secondo loro – giudicati con ingiusta severità, al contrario della supposta indulgenza applicata a schieramenti ideologicamente contrapposti. Il caso Ramelli, è evidente, diventa a Verona l’occasione per riproporre questo adagio, che vedrebbe la storia italiana vittima di un malinteso, di un errore.  Dispiace, preoccupa, in fondo lascia davvero l’amaro in bocca, che questa amministrazione si faccia parte complice di un ennesimo tentativo revisionista. Si può e si potrebbe parlare di tutto, guardare con occhi critici e neutrali eventi storici nazionali e locali, ma solo deponendo le svastiche e i saluti romani, e mai viceversa. Gli omicidi, sia ben inteso, sono e restano omicidi, di qualunque colore siano e nel caso Ramelli la magistratura ha già espresso sentenze di condanna per gli autori dell’efferatezza; le azioni e le idee illegali anch’esse restano illegali: il nazifascismo e ogni ideologia o azione che richiama a esso è vietata e su questo punto non ci possono essere zone grigie o perplessità. A maggior ragione quando, navigando qua e là sul Web si capita sul profilo Facebook proprio di Bacciga che recentemente ha pubblicato la seguente frase: «Chi crede che il fascismo possa ritornare o è scemo o è di sinistra, ma spesso le due cose possono coincidere». È proprio per opinioni come questa che la Legge Mancino deve rimanere nel nostro ordinamento.

Il saluto a Ramelli nella città di Milano

Sarebbe ora che questa amministrazione si affrancasse da posizioni estremiste e richiedesse le dimissioni ai consiglieri protagonisti di dichiarazioni e comportamenti non consoni al ruolo o addirittura illegali, prima di tutto come esempio per gli stessi giovani a cui intendono destinare la lettura del fumetto. Fatalità vuole che la commemorazione dell’omicidio Ramelli si sia poi intrecciata con la festività del 25 aprile, ricorrenza mai come quest’anno osteggiata, schernita, maltrattata e insozzata da alcune dichiarazioni e azioni eversive in tutta Italia, rendendo quindi il caso del fumetto di Ramelli ancora più spiacevole. Non solo: il 30 Aprile Verona si è fermata per l’anniversario dell’omicidio di Nicola Tommasoli, ferita ancora aperta nella comunità. Due omicidi, Ramelli e Tommasoli, che poco hanno a che fare tra loro per contesto storico, dinamiche e situazione politica, giusto non paragonarli o trarre conclusioni per l’uno che siano valide anche per l’altro. Restano, però, due fatti gravi, causati da pulsioni incontrollate, forme di razzismo culturale e utilizzo della forza come unico metodo per far valere le proprie supposte ragioni.

Porta Leoni, tristemente nota per essere il luogo dell’omicidio di Nicola Tommasoli

Badino bene i nostri governanti, non solo locali, a far leva sulle pulsioni. La sensazione è che questa amministrazione, partita in sordina, stia sempre più alzando l’asticella della provocazione e del conflitto: ne è prova il fatto che stiano cominciando a intromettersi anche nella scuola. La strategia, semplice ma efficace, è quella di non esporre i propri leader utilizzando le seconde linee, più libere di agire e lanciare il sasso. Bacciga ne è un esempio, libero com’è di dire e fare ciò che vuole. Poco importa se poi qualcuno fa marcia indietro, smentisce o nemmeno ci si cura di ritirare la mano. L’importante è che la miccia della provocazione sia stata accesa. Però attenzione, perché al malaugurato e non auspicabile riaccadere di fatti come quello di Ramelli o Tommasoli, le responsabilità politiche e morali sarebbero senza dubbio ben chiare.

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Lorenzo Mori

Lorenzo Mori, nato a Verona 11 anni dopo l'alluvione di Firenze e pochi mesi prima del rapimento Moro, si alterna tra la professione di consulente free lance (un po' commercialista, un po' controller) e il ruolo di allenatore di pallavolo. Papa' da qualche anno, ha sempre sognato di scrivere un trattato sulla città ideale, ma non lo farà mai; nel frattempo importuna gli amici di Facebook con post di lunghezza immane e pesantezza insopportabile. Nostalgico quanto basta della "polis" greca e dei campioni alla Roberto Baggio, è soprattutto appassionato di neve e boschi e il suo motto preferito, di gucciniana memoria, è: "Uscir di casa a vent'anni è quasi un obbligo, quasi un dovere"

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