Governo giallorosso noi ti chiediamo…

La formazione di governi nei quali forze politiche di diverso orientamento coesistono è fenomeno tipico di tutte le democrazie parlamentari, l’Italia non fa eccezione. Tale affermazione è ancor più vera negli Stati, come il nostro, che adottano sistemi elettorali a forte vocazione proporzionale. Impossibile per chiunque ottenere risultati alle urne che garantiscano la maggioranza in entrambe le Camere senza l’intervento di alleanze. Ne è prova la storia italiana in cui si ricordano perfino fratellanze pentapartitiche come sostegno dell’Esecutivo in carica. Di qualunque opinione si possa essere rispetto alle unioni temporanee di scopo tra più schieramenti o partiti, la politica è e dovrebbe essere l’arte suprema della mediazione, della concertazione. Se si pensa a governare uno Stato da soli ed esattamente con medesima mano libera con la quale si amministra la propria vita privata o un’azienda, significa avvicinarsi ad un’idea assolutista che nulla ha a che vedere con le Istituzioni moderne. Siamo però ancora alla ricerca di un meccanismo che in Italia permetta il giusto equilibrio tra affidare a chi vince la sacrosanta responsabilità di governare e garantire alle minoranze il diritto di fare significativa opposizione. I Padri Costituenti strutturarono Istituzioni fortemente attente a non lasciare troppa libertà d’azione alle maggioranze, ancora scottati dal Fascismo. Fecero un lavoro ben fatto, a tal punto che si è spesso sfociati nelle conseguenze contrarie con minoranze davvero troppo influenti.

25 Giugno 1946 – Discorso di apertura dell’Assemblea Costituente

Il tema dunque è articolato e non è affatto risolto, una soluzione non si intravvede all’orizzonte. Il funzionamento delle Istituzioni è un ingranaggio davvero complesso, riformarlo con modifiche costituzionali sembra sempre più necessario, ad opinione di molti, ma è anche un passaggio estremamente pericoloso, secondo altri giudizi. Quel che è certo è che lo scenario politico e il clima fortemente divisivo contemporaneo sembra non permettano interventi risolutivi e duraturi. Appare difficile ipotizzare solidi consensi e condivisioni riformiste, tanto più che l’equilibrio ottimale non si ottiene cambiando banalmente una Legge Elettorale. Premesso che un ritorno a metodi di impronta proporzionale sia apparso antistorico, servirebbe ristrutturare con il bilancino tanti ambiti del Pubblico e del nostro Ordinamento. Una riforma costituzionale ampia presenterebbe però rischi significativi, anche in considerazione che, comunque la si veda, la nostra Carta ha avuto successo ed è studiata e imitata in tutto il Mondo. In sostanza riformando, si saprebbe da dove si parte, ma non si conoscerebbero le future conseguenze.

A distanza di un anno e mezzo dall’avvio dei lavori, la Carta Costituzionale viene pubblicata in Gazzetta Ufficiale

Occorre dunque accettare, almeno per ora, l’idea che gli Esecutivi siano espressione di forze politiche divergenti, occasionalmente vicine per unione di intenti o meri interessi politici. Forzatamente dovremo anche continuare a convivere con la caduta dei Governi durante le Legislature, con cambi repentini di rotta nelle politiche sociali o in quelle economiche e con esecutivi pronti a sconfessare quanto fatto dai predecessori. Come detto non è una novità di questi giorni e tantomeno possiamo pensare che in un prossimo futuro si vadano a concretizzare contesti diversi.
La questione centrale però è ben diversa. In Italia, ormai da inizio anni Novanta, lo scontro politico figlio di naturali divergenze ideologiche e programmatiche, ha subito una modifica profonda. Se fino a quel momento le accese differenze d’azione dei partiti si erano espresse in lotte politiche che si combattevano con regole di ingaggio chiare, dure, ma corrette, successivamente si è assistito ad una deriva dello scontro. Non è obiettivo di questo testo approfondire il tema, ma è evidente che la progressiva e sempre maggiore importanza dei media, la diversa capacità di utilizzo di essi da parte degli schieramenti, abbiano cambiato le regole del gioco. Non più solo confronti verbali nelle aule parlamentari, ma dibattiti televisivi, talk show, fino ai post e alle twittate contemporanee: i politici si sono evoluti in attori, in piazzisti in perenne campagna elettorale. Logico che, a queste condizioni, ogni contrapposizione, ogni normale contrasto di idee, abbia subito un imbarbarimento. Il ring si è incattivito, è degenerato negli usi e nei costumi a telecamere accese, trasferendo all’elettore la percezione di una grande confusione, di una litigiosità ben poco operativa. Come accettare alleanze governative con reminiscenze da Prima Repubblica in questo contesto? Difficile. Inoltre, chi vota oggi non è più abituato all’argomentare le proprie idee con il ragionamento e la parola, ma a prevaricare la voce altrui, così come fanno i politici quotidianamente. Non si è più avvezzi al vero e sano dibattito, con la conseguenza che le idee si fossilizzano, le proprie, mentre quelle altrui diventano bandiere da combattere con ogni azione possibile, anche violenta. Non è questa l’essenza di una Democrazia Parlamentare, non è questo che i nostri Padri Costituenti avrebbero voluto, loro che sì, avevano pur combattuto con la forza le idee altrui, ma in tempi di guerra, non di pace.

Berlusconi firma un nuovo contratto con gli italiani nello studio di Porta a Porta, 17 anni dopo il primo, che ebbe ben più successo in termini mediatici.

La Storia però va avanti e un nuovo, l’ennesimo, Esecutivo della vita repubblicana italiana, si fa avanti all’orizzonte, in piena discontinuità con il precedente, pur se promosso dal medesimo movimento di maggioranza relativa. Siamo dunque in un contesto a tratti surreale, di non facile comprensione per il cittadino. È bene però ricordarlo, il Governo entrante è del tutto legittimato dalle norme. Senza dubbio però, il clima è teso, si respira odio verso l’altrui pensiero, tante buone regole istituzionali sono andate a farsi benedire per colpa – grave, gravissima – di innumerevoli esponenti politici, ignoranti in merito alle responsabilità del loro ruolo.  In questo scenario i primi desiderata da proporre al Governo entrante, di seguito espressi come una altisonante preghiera, attengono proprio alle modalità di esercizio dell’azione di Governo. Non potrebbe essere diversamente.
Abbiate a cura le Istituzioni, ricoprite il vostro ruolo con sobrietà e determinazione, divulgate il senso istituzionale tra la gente, fatela sentire in un’agorà pulsante di idee e di pensiero, non in una tenzone di wrestling, dove si combatte truccati e spesso facendo finta. Restituite al popolo la sensazione che i diritti inderogabili di ogni cittadino siano cardine e motore di ogni scelta politica, invece di essere messi all’asta, mercanteggiati per scopi elettorali. Fate insomma anche solo il minimo indispensabile, quello che naturalmente dovrebbe fare ogni Governo. Se ci riuscirete, avrete anche un conseguente successo elettorale. Non sempre è valido l’invito cristiano a porgere l’altra guancia, ma oggi più che mai all’odio occorre rispondere con maturità, con la forza dell’entusiasmo, della passione verso il proprio compito, con il rispetto. Lasciando da parte qualcosa del proprio a favore del bene comune. Combattendo certo, ma con le armi della politica, quella vera.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, emblema di sobrietà e rispetto istituzionale

Se poi vi avanzasse tempo, sarebbe buon investimento per il futuro restituire dignità, valore e qualità alla scuola, al ruolo dell’insegnante, riaffermando la convinzione che i percorsi di studio che generano pezzi di carta, si chiamano diplomi, lauree e che essi garantiscono maggior visione d’insieme, maggiori capacità di godere della libertà di questo meraviglioso Ordinamento, rispetto a qualsiasi altra strada si prenda. L’Italia, come la conosciamo, sopravviverà solo e soltanto se ai cittadini verranno trasferiti con l’educazione e la formazione gli strumenti sufficienti ad amministrare la loro quota di libertà, altro che millantato pericolo migranti. Se poi vi dovesse rimanere ancora solo un momento, urlate con forza che l’Europa è la massima espressione di libertà, di pace, di unione che oggi ci sia; che sì, è imperfetta, che dovrà essere riformata soprattutto negli aspetti economici e finanziari. Informate i cittadini che rinunciare a porzioni sempre maggiori di sovranità sarà un percorso ineluttabile per ogni Stato da qui in avanti, ma vantaggioso per tutti. Spiegatene le ragioni, con parole e concetti semplici, così come si insegnava la lingua italiana in tv nel Dopoguerra. Che essere patriottici oggi significa essere europeisti. Non tutti capiranno, ma sarà sufficiente comunque a cambiare il clima di diffidenza e di paura.
Infine – anche se non avete tempo, trovatelo – cestinate i deplorevoli Decreti Sicurezza, una vergogna per la nostra storia.



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Lorenzo Mori

Lorenzo Mori, nato a Verona 11 anni dopo l'alluvione di Firenze e pochi mesi prima del rapimento Moro, si alterna tra la professione di consulente free lance (un po' commercialista, un po' controller) e il ruolo di allenatore di pallavolo. Papa' da qualche anno, ha sempre sognato di scrivere un trattato sulla città ideale, ma non lo farà mai; nel frattempo importuna gli amici di Facebook con post di lunghezza immane e pesantezza insopportabile. Nostalgico quanto basta della "polis" greca e dei campioni alla Roberto Baggio, è soprattutto appassionato di neve e boschi e il suo motto preferito, di gucciniana memoria, è: "Uscir di casa a vent'anni è quasi un obbligo, quasi un dovere"

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