Highlands, state of mind

La foschia attorno al tunnel della Manica si dirada per lasciare spazio ai sorrisi alla fine dei 32 minuti, tre minuti in meno sulla tabella di marcia di Eurotunnel, che occorrono per percorrere i 50 km di galleria ferroviaria che uniscono la Francia al suolo britannico. A bordo delle auto che pazientemente attendono di sbarcare, tutti sembrano felici di riemergere dalle viscere del tunnel sottomarino che collega Calais a Folkestone. In mezzo alle vetture francesi e inglesi che ci precedono, non facciamo fatica ad accorgerci che siamo l’unica macchina italiana. Di lì a poco, però, si affianca a noi una Jeep: accanto alla targa l’iconica bandiera scozzese e la scritta “Sco”, a descriverne la provenienza.

Il cartello che indica il Nord, ovvero le terre scozzesi

Scopriamo così che non siamo gli unici a percorrere i quasi 800 km che ci separano dal fascino antico della capitale Edimburgo e dai selvaggi paesaggi montuosi del Nord ( un winterfelliano “The North” come ci ricorderà in seguito il cartello sull’autostrada M1), in attesa di perderci tra gli inattesi paradisiaci scorci della North Coast 500, l’itinerario turistico costiero più famoso della Scozia.

Il murales a Folkestone

Fuori dal terminal britannico, il sole scintilla sulle file dei treni cargo della piattaforma e illumina l’insegna “Welcome/Bienvenue” che accoglie i 60.000 passeggeri che giornalmente usufruiscono dell’Eurotunnel. Una galleria che da 25 anni abbrevia una distanza, quella tra la Gran Bretagna e l’Europa continentale, che di recente gli inglesi hanno iniziato a ritenere un po’ troppo corta. Entrati a Folkestone, un murales in stile trompe l’oeil in cui un operaio demolisce una delle 12 stelle dorate della bandiera dell’Unione Europea, non lascia spazio a molti dubbi sul sentimento britannico verso l’Europa.

Niente nella storia ha plasmato gli inglesi più dell’insularità. Vivere su un’isola li definisce. Dà loro un senso di indipendenza, forse di superiorità, sicuramente quello di una diversa consapevolezza, che potremmo definire oggi opprimente, del trattato di Maastricht, firmato nel 1992 dall’allora primo ministro inglese John Major. Con la recente ascesa al potere di Boris Johnson, che ha giurato di attuare la Brexit al grido di un potteriano voto infrangibile “do or die” entro il prossimo 31 ottobre, il divorzio della Gran Bretagna dall’UE senza accordo sembra essere pressoché inevitabile. A costo di sacrificare l’unità del paese. L’ostilità della Scozia per il nuovo primo ministro e la mancanza di una soluzione all’annoso problema del confine irlandese rendono la “No deal Brexit” invocata da Johnson una vera e propria scelta contro la coesione del Regno Unito.

Il “Si” all’indipendenza scozzese campeggia sui muri

Il malumore degli scozzesi non è certo una novità. Mentre Inghilterra e Galles hanno votato per lasciare l’Unione europea nel referendum del giugno 2016, sia l’Irlanda del Nord che la Scozia hanno votato per rimanere, quest’ultima con un ampio margine ( il 62% per il “Remain” contro il 38% del “Leave”). Il governo scozzese, guidato dall’ SNP, il Partito Nazionale Scozzese, prevede che la Brexit causerà uno “shock economico”, “spazzerà via 80.000 posti di lavoro” e “danneggerà la crescita e le opportunità commerciali per decenni”. Dati che il governo britannico non ha contraddetto, anzi, stimando che l’economia scozzese e gallese potrebbero ridursi dell’8% con una Brexit senza accordo, e che quella dell’Irlanda del Nord subirebbe un colpo ancora più grande.

Alcuni cittadini a Edimburgo ne sono sconcertati. “Al momento non ho idea al 100% di quello che succederà. Come piccolo imprenditore, sono preoccupato per le conseguenze sull’approvvigionamento di cibo e bevande dall’Europa”, ci spiega John, gestore di un piccolo coffee bar in Cockburn Street. “Se la burocrazia inceppasse il sistema di rifornimento anche solo per un paio di giorni, saremmo tutti nei guai”.

Il 52% degli Scozzesi vuole l’indipendenza

Gli stessi elettori scozzesi sembrano essere divisi sull’identità nazionale e sulla sovranità politica, sul loro posto nell’Unione europea e nel Regno Unito. Un recente sondaggio, realizzato tra il 30 luglio e il 2 agosto, subito dopo l’incontro tra Boris Johnson e il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon, ha rivelato che il 52% degli scozzesi è in effetti favorevole all’indipendenza. Un risultato che alimenta le speranze di riuscita di un secondo referendum che la Sturgeon vorrebbe attuare entro maggio 2021.

“Essere parte dell’Unione Europea è senz’altro importante come lo è, allo stesso modo, l’appartenenza alla Gran Bretagna, ma oggi mi chiedo se questa unità meriti davvero di essere salvata” sottolinea Vivienne, proprietaria dell’appartamento dove alloggiamo. “Spero che la Scozia conquisti presto la sua indipendenza, siamo stufi di non poter decidere del nostro futuro autonomamente” aggiunge. “Per non parlare delle conseguenze che la Brexit potrebbe avere sul turismo, con visitatori come voi che potrebbero decidere di cambiare destinazione invece di prenotare un viaggio a Edimburgo” conclude.

Una delle voci più all’attivo nel bilancio scozzese è sicuramente quella del settore turistico: un’indagine governativa del 2018 ha rivelato come il turismo contribuisca con circa 6 miliardi di sterline al PIL scozzese (circa il 5% di quello totale). Edimburgo è in cima alla lista delle destinazioni che generano profitto. L’economia della città ha guadagnato 320 milioni di sterline solo grazie a Airbnb nel 2018, rivendicando il titolo della destinazione scozzese più gettonata sul popolare sito di prenotazioni.

1 casa su 10 a Edimburgo è su Airbnb rivela “The Times”

Secondo un’inchiesta del “The Times” una casa su 10 nel centro di Edimburgo è pubblicizzata su Airbnb. La piattaforma leader dell’home-sharing ha rivelato che il reddito dei proprietari e la spesa degli ospiti hanno determinato un impatto economico complessivo di 693 milioni di sterline per l’economia scozzese, con la pittoresca isola di Skye a contribuire con i guadagni maggiori.

Situata sulla costa nord-occidentale della Scozia, Skye, la più grande isola dell’arcipelago delle Ebridi interne non figura una volta, ma ben due nella top ten della classifica Airbnb delle mete scozzesi di successo nel 2018: si posiziona infatti al quarto posto come isola, mentre la sua città più conosciuta, Portree, conquista un discreto ottavo posto. Questo la dice lunga sulla popolarità dell’isola, tanto da figurare al primo posto della classifica stilata dalla CNN delle 12 destinazioni che i viaggiatori avrebbero dovuto evitare nel 2018: l’elenco comprende luoghi notoriamente sovraffollati come Venezia, Barcellona e Santorini. “Non abbiamo una vera e propria bassa stagione: qui nei mesi più freddi, da dicembre a febbraio, nonostante sia molto ventoso e le temperature scendano fino ad 1 grado, il nostro alloggio è sempre affittato” spiega Steven, il nostro host sull’isola di Skye.

Pecore e ancora pecore sull’isola di Skye

Nei mesi estivi, è letteralmente impossibile circolare su Skye senza incappare in orde di turisti, ma si è ampiamente ricompensati con paesaggi da fiaba, panorami indimenticabili e un caloroso benvenuto dai pochi abitanti locali.
Anche se ci vogliono due ore per attraversarla da sud a nord, Skye ha solo 13.000 residenti. Sull’isola sembrano esserci in effetti più pecore che gente del posto – ed è stato così fin dalle Highlands Clearances nel 1800, quando i ricchi proprietari terrieri dell’epoca decisero che le pecore e gli agnelli rappresentavano un profitto migliore rispetto alle persone: i contadini privi di una terra vennero cacciati e, conseguentemente, oggi la popolazione dell’isola è la metà di quella di una volta.

L’Old Man of Storr

Collegata alla Scozia continentale da un ponte, Skye è a sole due ore di auto da Inverness, la più grande città delle Highlands. Mentre la maggior parte dei viaggiatori visita l’isola in una faticosa gita mordi e fuggi di un giorno da Inverness, vale la pena trascorrerci come minimo due notti.

Quiraing
Il Quiraing

Perché Skye è il classico luogo che ti lascia senza fiato, e non solo perché devi camminare in salita. Il suo paesaggio, caratterizzato da una costa increspata dalle onde dell’oceano e da altipiani rocciosi costellati da coni vulcanici, sembra quello di un regno magico. Qui le tensioni negli strati sottostanti di roccia hanno creato le formazioni frastagliate della penisola di Trotternish, con l’imponente pinnacolo dell’Old Man of Storr e le spettacolari creste del Quiraing, le cui montagne scoscese sembrano avvicinarsi al cielo come grandi onde dal colore verde brillante e i piccoli laghi incastonati ai loro piedi sembrano danzare sotto le nuvole che passano veloci. I panorami sono spettacolari anche sulla costa dell’isola, dove non mancano scogliere a strapiombo che si tuffano nel mare accanto a potenti cascate, come quella alta più di 60 metri di Kilt Rock (chiamata così perché le colonne di lava vulcanica che la compongono sembrano proprio le pieghe di un kilt). Il capoluogo di Skye, la deliziosa città di Portree, spunta come un colorato arazzo all’ombra dello Storr. Hotel, ostelli e B&B costeggiano le strade dentro e fuori la città, dove si può cenare a base di ottimo pesce e crostacei del posto, sempre se si riesce a prenotare in tempo. Già a giugno, fuori dalla maggior parte dei ristoranti campeggia spesso la scritta “Sold Out”. Una valida alternativa possono essere i piccoli “Fish and Chips” da asporto giù al porto: le panchine di fronte ai locali sono quasi sempre vuote perché qui i gabbiani sono notoriamente aggressivi, pronti a scendere in picchiata per rubare patatine e merluzzo fritto dalle mani dei più distratti.

Totalmente diversa dagli affamati gabbiani locali è la piccola Pulcinella di mare della Scozia (“puffin” in inglese), che deve il proprio nome al suo grande e variopinto becco, e alla livrea bianca e nera, che la rende simile alla popolare maschera italiane della commedia dell’arte.

I “puffins” o pulcinelle di mare sull’Isola di Lunga

Dall’isola di Mull, a sud di Skye, partono i tour per visitare le Treshnish Islands, dove una numerosa colonia di pulcinelle si raduna ogni anno da fine aprile a fine luglio ( e su altre isole scozzesi tra cui May, Craigleith, Fidre e le Shetland) durante la stagione di riproduzione. Sulla barca che ci porta verso l’isola di Lunga, assisteremo a uno spettacolo che nessuno di noi dimenticherà. Nel punto più alto di quest’isola sferzata dal vento, centinaia di pulcinelle sorvegliano un solo e prezioso uovo, accuratamente nascosto in tane sotterranee, mentre i loro compagni si tuffano nel blu del mare alla ricerca dei piccoli pesci di cui si nutrono. Qui le pulcinelle non temono l’uomo e si lasciano avvicinare dagli obiettivi delle nostre macchine fotografiche.

Tobermory, Isola di Mull

Dopo 2 ore sull’isola facciamo ritorno sulla barca e a Mull. I “puffins” torneranno invece ogni anno a quello stesso nido accanto al partner che hanno scelto per la vita. Magie della natura.
In estate, Tobermory, la capitale di Mull, brulica di visitatori da tutto il mondo desiderosi di immergersi nella natura di questa piovosa isola delle Ebridi e dei suoi quasi 500 chilometri di costa.

Lasciamo quest’incantevole isola scozzese per proseguire il nostro viaggio verso Nord e le leggendarie Highlands, caratterizzate da un circuito turistico consolidato: Inverness e Loch Ness; Fort William e il Ben Nevis, Urquhart Castle ed Eilan Donan.

Le strade scozzesi nelle Highlands

Lo scenario delle Highlands scozzesi è così affascinante che la Scozia può rappresentare una sorta di nirvana per un guidatore. Si deve andare piano, assaporando questa terra meravigliosa lentamente: qui a rari tratti di asfalto a due corsie, si alternano le strette single track road che si snodano tortuose tra pascoli di pecore, mandrie di vacche di razza Highland, antichi manieri immortali, laghi in cui si specchiano le aspre montagne e i paesaggi dei maestosi parchi nazionali del paese: quello dei Cairngorm, il più vasto in Gran Bretagna, e quello di Loch Lomond & The Trossachs, tra le terre di eroi e reali scozzesi.

I pochi automobilisti che incrociamo sono tutti molto gentili e ligi al cerimoniale dei “passing places”, dove cedono volentieri il passo anche quando non spetterebbe a loro farlo, salutando con un gesto della mano.

The Jacobite o “Hogwarts Express”

La Scozia non è solo bella da vedere guidando l’auto o incamminandosi sui sentieri escursionistici dei parchi. Alcuni dei panorami migliori possono essere visti anche a bordo di un treno. Ma non uno qualsiasi. La linea ferroviaria West Highland Line che attraversa il paesaggio isolato di Rannoch Moor e percorre il famoso viadotto “potteriano” del Glenfinnan è considerata una tra le più scenografiche del mondo – con i suoi quasi 140 chilometri in mezzo ad un paesaggio assolutamente sorprendente. Da aprile a ottobre di ogni anno “The Jacobite” o “Il Giacobita” (ovvero il famoso treno “Hogwarts Express”) percorre in sei ore il tratto che va da Fort William a Mallaig. Anche se non è garantito che a bordo della carrozza troverete il carrello dei dolci che vende le “Cioccorane” o le gelatine “Tuttigusti +1”, il viaggio permette di ammirare alcuni tra gli scenari più epici delle lande scozzesi: a partire dalla vetta più alta della Scozia, il Ben Nevis (1345 metri), per raggiungere il lago di acqua di mare più profondo d’Europa, il Loch Nevis che scende fino a 310 metri di profondità.

Il treno deve il suo nome da un momento cruciale della storia scozzese: nel 1745, Bonnie Prince Charlie radunò i sostenitori della causa giacobita per l’indipendenza della Scozia e per riportare sul trono britannico la casata degli Stuart e alzò il suo stendardo proprie sulle rive del lago davanti al paese di Glenfinnan. Oggi un obelisco raffigurante lo sfortunato principe domina l’incanto del Loch Shiel (meglio conosciuto come il “Lago Nero” che circonda il castello di “Hogwarts” dai fan di “Harry Potter”).

Culloden Moor

Un altro dei luoghi più storicamente significativi delle Highlands a circa 6 km da Inverness, è il campo di battaglia di Culloden, sito dell’omonimo massacro e dell’ultima rivolta giacobita. Il 16 aprile 1746 l’esercito dei giacobiti, sostenuto da una vasta armata di uomini dei clan scozzesi della regione delle Highlands, combatté le truppe inglesi che rappresentavano il duca di Cumberland in una delle più sanguinose battaglie dell’epoca. In meno di un’ora, 1.500 uomini persero la vita. Il tragico esito della battaglia segnò l’inizio della repressione della civiltà gaelica delle Highlands e con essa molte delle tradizioni scozzesi.

La lapide dedicata al Clan Fraser a Culloden

Mentre visitiamo il ​​campo di battaglia e passiamo accanto alle lapidi dei clan che hanno dato la vita alla causa giacobita, l’assoluto silenzio del luogo è infranto solo dal rumore del vento che sferza i cardi selvatici, nobili guardiani viola che fioriscono impavidi sul campo, e storico simbolo nazionale della Scozia.

L’area intorno al memoriale del Clan Fraser (giunto alla notorietà grazie alla serie tv “Outlander”) è stata purtroppo danneggiata diverse volte, vittima dello sconsiderato afflusso di fan della serie.
Ogni anno più di 200.000 persone visitano Culloden, con un incremento del 28% dal 2016, anno di uscita della seconda serie della saga ambientata in Scozia.

In questa magica terra di leggende e paesaggi mozzafiato fino a qualche anno fa esisteva ancora una zona a nord delle Highlands, chiamata “costa dimenticata”, un luogo che pochi visitatori si prendevano il tempo di visitare, nonostante le sue lunghe spiagge bianche, le immense dune di sabbia e le acque turchesi. Ribattezzata la “versione scozzese della Route 66”, questa strada costiera panoramica di 506 miglia che inizia e finisce ad Inverness, è stata recentemente nominata da un sondaggio del portale VisitScotland come uno dei più grandi momenti di successo del turismo scozzese degli ultimi 50 anni e descritta da varie pubblicazioni come “il miglior viaggio su strada del mondo”.

L’Eden sulla North Coast 500

Il percorso è infatti diventato protagonista di una riuscita campagna di marketing lanciata nel 2015 con la creazione del marchio “North Coast 500”, ed è diventato oggi un fenomeno globale, interessando nel solo 2018 un pubblico di oltre 3,3 miliardi di persone. Il numero complessivo di visitatori della leggendaria North Coast 500 ammonta attualmente 8 miliardi di persone provenienti da tutto il mondo.

Per visitarla adeguatamente occorrono dai 5 agli 8 giorni di viaggio, in cui potrete provare l’esperienza di essere giunti nell’Eden o ai confini del mondo, abbagliati dalla luce fortissima del sole e stregati dai colori del tramonto che incorniciano montagne da fiaba, o avvolti dalla forza del maestoso vento che impera sulle scogliere a picco di questa terra primordiale.

Il segnale dell’inizio della strada per Applecross

Noi abbiamo iniziato immergendoci nella penisola di Applecross sulla strada più alta del Regno Unito, “Bealach Na Ba” (il gaelico per “Pass of the Cattle” a significare l’antico passaggio delle mandrie), che in 6 km di stretti tornanti sale dal livello del mare a 626 metri con pendenze che si avvicinano al 20%. Affermare che la vista da lassù è “spettacolare” è davvero riduttivo.

La strada costiera risale al 1975, e i suoi pittoreschi villaggi erano prima solo accessibili a piedi o in barca. Qui la montagna è impervia e ventosa e il nostro sguardo corre verso i paesaggi lunari che degradano verso il mare.
Proseguiamo lungo la stretta valle del Torridon Glen e i suoi ruscelli dalle acque spumeggianti, costeggiando il Beinn Eighe Nature Reserve, terra di cervi e aquile, fino all’inizio del profondo fiordo di Loch Maree, lungo 16 km, che inizia subito dopo Kinlochewe e prosegue fino al piccolo villaggio di Gairloch.

Il fiordo di Loch Maree


Da qui inizia un percorso di pura bellezza naturale disseminato di baie e spiagge mozzafiato, disegnate lungo il tormentato profilo della costa nord-ovest scozzese.

Sebbene alcune delle spiagge più belle e famose della Scozia si trovino nelle Ebridi Esterne, come quelle di Huisinis e Luskentyre sull’Isola di Harris, vi sono sulla terraferma (proprio lungo la costa di fronte alle Ebridi) gemme poco conosciute come quelle di Camusdarach Beach e le Silver Sands of Morar. Ma il fascino delle spiagge della NC500 è di gran lunga superiore: come non rimanere stupefatti davanti alla morbida sabbia rossa di Red Point, o stropicciarsi gli occhi di fronte all’infinita Big Sand dove le dune d’argento si sposano con l’azzurro del mare. Thailandia o Caraibi forse? No signori miei, questa è la Scozia.

Red Point Beach

Costeggiando la silenziosa Little Gruinard Bay dove le foche amano stendersi a godersi il sole, si raggiunge la piccola località marina di Ullapool che con il suo migliaio di abitanti, perlopiù pescatori, è una delle più vivaci della costa ( e una delle più famose tanto da coniare il ricercatissimo adesivo “I’ve been to Ullapool”), con la sua lunga fila di case bianche affacciate sul porto, attorniato da numerosi e affollati ristoranti di pesce. Contrariamente alla credenza popolare, il cibo scozzese non si limita infatti al tradizionale Fish & Chips e al salmone affumicato, ma i menu locali sono ricchi di aragoste e scampi, ostriche, cappesante e altri frutti di mare.

Il monte Suilven

Proseguiamo verso il remoto villaggio di Lochinver percorrendo strade che sembrano interminabili, dove il tempo pare fermarsi e il contatto con la natura, unito all’esposizione agli elementi atmosferici, crea un’atmosfera surreale e tramonti da sogno. Qui sarete anni luce dal “brusio” della civiltà e verrete catapultati in un paesaggio degno delle pagine di Tolkien, attraversando scorci gran parte disabitati, e attraversando tratti di brughiera punteggiata da laghi di bellezza ineguagliabile, fino a giungere di fronte alla maestosità del monte Suilven, il “pan di zucchero delle Highlands”.

Achmelvich Beach

E mentre ci dirigiamo sempre più a nord, rimaniamo incantati dal colore verde smeraldo del mare che bagna la candida sabbia di Achmelvich e ci lasciamo affascinare dalle leggende di seducenti sirene e antichi fantasmi che circondano la baia di Sandwood, a sud di Durness.

In seguito raggiungiamo l’iconico scorcio variopinto delle case di John O’Groats, il punto più settentrionale della Gran Bretagna, e ci dirigiamo verso Duncansby Head, l’alta scogliera che guarda le isole Orcadi e che regala un fantastico scenario incontaminato sul Mare del Nord: qui, in un paradiso per gli ornitologi, abitano innumerevoli specie di uccelli marini le cui grida quasi ci frastornano mentre percorriamo la profonda scogliera battuta dal vento che porta alle spettacolari formazioni rocciose a picco sul mare dei Duncansby Sea Stacks.

I Duncansby Sea Stacks

Restiamo a bocca aperta. Il sole sembra aver acceso il vivido blu del mare e con poche pennellate di luce scalda la pietra di questi faraglioni isolati, la cui geometria perfetta dà vita ad un drammatico spettacolo della natura. Ci sembra di essere ad una finestra sulla fine del mondo.

A questo punto ci domandiamo che fine abbia fatto la nota pessima reputazione del clima scozzese. Ma come brillantemente affermò lo scrittore britannico Alfred Wainwright ci ricordiamo che “qui non esiste il maltempo, ci sono solo abiti inadatti”.

Siamo ormai sulla North East Coast, caratterizzata da paesaggi meno aspri e da insenature naturali dove baie riparate e sabbiose regalano un paesaggio più dolce e onde più calme che lambiscono penisole come quella di Black Isle dove nuotano liberi i delfini. Raggiungiamo Elgin, poco lontana dal fiordo del Moray Firth, ovvero la porta d’accesso alla valle del fiume Spey, una delle cinque zone di produzione (Lowlands, Highlands & Islands, Islay, Speyside e Campbelltown) del whisky scozzese: qui inizia l’imperdibile “Scotland’s Malt Whisky Trail”, il percorso delle distillerie da cui nasce l’ “Uisge-beatha” o acqua della vita in gaelico.

Questa è un’epoca d’oro per il whisky di malto, sia in termini di interesse globale che di vendite: il volume delle esportazioni di whisky scozzese nel 2018 è stato di 1.276 miliardi di bottiglie con un aumento del 3,6% rispetto al 2017. Si tratta di una fiorente industria che dà lavoro a 10.000 persone in Scozia, e sostiene altri 30.000 posti di lavoro in tutto il Regno Unito. 

Nulla illustra meglio questo fenomeno dei due distillati “multimilionari” sul mercato: il Glenfiddich e il Glenlivet che vendono entrambi più di 1 milione di casse da 9 litri di whisky all’anno, e che presto potrebbero essere raggiunti dal Macallan.

L’ingresso alla distilleria Glenfiddich

Situato nel cuore delle Highlands, il Glenfiddich (che significa “Valle dei cervi” in gaelico) è cambiato poco dal 1886, quando William Grant e i suoi nove figli si rimboccarono le maniche per costruire la distilleria, mattone dopo mattone. Giunta oggi alla quinta generazione, è una delle poche realtà a conduzione familiare e che produce i suoi alambicchi in loco: fu la prima alla fine degli anni ’50 ad assumere dei mastri del rame che si occupassero a tempo pieno della manutenzione dei “pot stills” di famiglia. Si deve a Glenfiddich l’appellativo di Single Malt, quando nel 1963 divenne la prima distilleria scozzese a commercializzare il whisky come “Straight Malt” per trasmettere al mercato il messaggio che il loro whisky proveniva da una sola distilleria e conteneva solo malto d’orzo al 100%.

The Macallan Imperiale in Lalique

Amato dai collezionisti e dalle nuove generazione di investitori, il Macallan domina la rara scena delle aste di whisky e ha raggiunto un posizionamento per il marchio nel mercato del lusso, specialmente negli Stati Uniti e in Estremo Oriente.
Un successo ben rappresentato dalla nuova distilleria da 140 milioni di sterline inaugurata a maggio 2018, con un impatto ambientale esterno ridotto al minimo grazie alla costruzione sotto al manto erboso e un impianto di produzione completamente automatizzato con 36 alambicchi di rame in grado di produrre 15 milioni di litri di whisky all’anno. L’opera si completa all’interno della tenuta, dove domina l’immensa vetrina con più di 900 bottiglie di Macallan da collezione risalenti fino al 1800, tra cui la bottiglia da 6 litri di Macallan Imperiale in Decanter Lalique, venduto all’asta di Sotheby’s a Hong Kong alla cifra record di 628.000 dollari.

Durante la nostra visita a queste ed altre distillerie storiche come Aberlour e Glenmorangie, abbiamo deciso di “annusare” i whisky più diversi, sia per annate che per caratteristiche, affinando il nostro olfatto fino a distinguere un intero arcobaleno di aromi: vaniglia, miele, frutta disidratata, morbide note di grano e mandorle, chiodi di garofano, tabacco da pipa, e l’odore forte e pungente della torba, che gli conferisce il caratteristico sapore affumicato. A me sembrava spesso di sentire una ventata di aria salmastra.

Che piaccia o no, questo nettare dorato è sicuramente l’espressione più autentica della terra da cui proviene. Il vero whisky scozzese è prodotto con malto d’orzo e pura acqua del luogo, e per essere considerato tale, deve essere invecchiato per almeno tre anni sul suolo scozzese.

Un whisky “dram”

Scopriamo dalla nostra guida del tour, Ian, che il modo migliore per sprigionare il suo aroma è di aggiungere qualche goccia d’acqua (con tanto di pipetta) al suo interno e mai il ghiaccio (che ne annacquerebbe i sentori).
Forse il consiglio più importante di tutti, ce lo svela alla fine: non bere mai un “dram” (il tradizionale bicchiere) di whisky da soli, ma sempre in compagnia. “Il whisky va condiviso per poter vivere o ricordare un momento trascorso insieme” sottolinea Ian. Rammentiamo così che il legame tra olfatto ed emozioni è davvero molto stretto. “I miei nonni erano soliti riscaldare la loro fattoria con la torba, quindi il profumo del whisky torbato fa riaffiorare i miei ricordi d’infanzia” ci racconta.

E come un profumo, anche la scelta del whisky diventa così personale da poter dire molto su di noi. Questo è probabilmente il motivo per cui degustandolo ho sentito spesso l’odore dell’aria salmastra, a cui sono legati alcuni dei miei ricordi più belli di questo indimenticabile viaggio in Scozia. E sarà proprio al cristallino e misterioso mare delle isole scozzesi che penserò ogni volta che assaggerò un sorso del mio whisky preferito.


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Chiara Cappellina

Bilingue (italiano-inglese) da sempre, giornalista pubblicista dal 2005, Chiara ha iniziato a scrivere i primi articoli all’età di 16 anni sulle pagine di Verona Fedele. Ha lavorato nella redazione de Il Giornale a Milano nel 2001 seguendo i tragici eventi dell’11 settembre. Già laureata in Scienze della Comunicazione nel 2002, con una tesi sulla “Macchina redazionale dei quotidiani” e con un master in Comunicazione e Giornalismo Scientifico conseguito a Padova nel 2003, si è occupata di nuove tecnologie e stili di vita nella lunga collaborazione con il quotidiano L’Arena. Ha poi collaborato con la redazione veronese di Leggo e del Corriere del Veneto. Tra il 2011 e il 2014 ha diretto la comunicazione in Italia di multinazionali americane come Patagonia e Harman e dal 2015 al 2017 ha curato l’Ufficio Stampa di Fiera di Vicenza. Appassionata di vino e golosa di formaggio, sensibile da sempre alle problematiche ambientaliste, ama la Scozia e la fotografia, ma le sue vere “addictions” sono pattinaggio artistico, freccette, & i suoi animali domestici (cane e gatto) a cui dedica ogni minuto libero (fosse anche di notte).

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Chiara Cappellina

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