Hong Kong, si lotta per la democrazia

A Hong Kong le manifestazioni di piazza durano ormai da 25 settimane e, nonostante le autorità cinesi abbiano accolto in parte le richieste dei dimostranti, per il momento non accennano a placarsi, anzi stanno subendo un’escalation. Vediamo quindi di farne il punto, per cercare di capire quanto e se a noi occidentali possa interessare il destino di quel territorio.

Innanzitutto quali sono i motivi della protesta? La scintilla che l’ha fatta deflagrare è stata una proposta di legge sull’estradizione in Cina avanzata dalle autorità locali nello scorso maggio, che avrebbe messo in discussione l’indipendenza del sistema giuridico di Hong Kong, derivante dalle istituzioni coloniali anglosassoni ­– che l’hanno governata fino al 1997, anno in cui l’Inghilterra l’ha restituita alla Cina –.  Di più, il provvedimento imposto dalle autorità cinesi tramite Carrie Lam, l’attuale capo dell’esecutivo dell’isola, ruolo che corrisponde di fatto a quello di un notaio delle decisioni imposte da Pechino, avrebbe messo in discussione il principio di “un Paese due sistemi” con il quale la Cina ha sempre dichiarato di voler governare Hong Kong. E che utilizza per blandire Taiwan, l’isola ribelle che Pechino ha sempre considerato parte del territorio nazionale e che aspira prima o poi a riassorbire. 
È di tutta evidenza che l’insorgenza di Hong Kong abbia ormai posto fine a questa narrazione. A seguito delle proteste di piazza la proposta di legge è stata ritirata, ma le manifestazioni non sono cessate. «Troppo poco e troppo tardi» è stata la reazione degli insorgenti, che chiedono anche le dimissioni di Carrie Lam, un’inchiesta sulla brutalità impiegata dalla polizia per reprimere le proteste, il rilascio di coloro che sono stati arrestati e maggiori libertà democratiche.

La folla, in piazza, ad Honk Kong

Le proteste sono state viste come la prosecuzione della Rivolta degli ombrelli, che i manifestanti utilizzavano per difendersi dai gas lacrimogeni della polizia: nel 2014 per 79 giorni Hong Kong protestò pacificamente per richiedere maggiore democrazia. I nuovi resistenti utilizzano sempre gli ombrelli, ma non solo. Convinti anche dall’esperienza del fallimento delle proteste del 2014 e che la sola arma del pacifismo non sia sufficiente ad ottenere risultati, hanno sfidato le autorità cinesi con una tattica che dicono essere ispirata da Bruce Lee, autentico guru dei giovani di Hong Kong. I manifestanti hanno opposto ai 35.000 uomini della polizia equipaggiati di tutto punto una strategia di guerriglia urbana mirante a creare il caos, con veloci mobilitazioni e assembramenti coordinati via chat, per realizzare barricate e blocchi stradali o per circondare i palazzi simbolo del controllo cinese sull’isola. Al comparire della polizia i gruppi di manifestati si sciolgono per riformarsi in un’altra zona della città spostandosi in metropolitana. 

Chi sono gli insorgenti? Prevalentemente coloro che stanno sul frontline, la linea del fronte degli scontri con la polizia, sono giovani studenti dei college o dell’università. Parecchi di loro non erano nemmeno nati quanto Hong Kong fu riconsegnata alla Cina. Partono da casa per scontrarsi con la polizia in abiti civili e appena trovato un punto al riparo dalle telecamere di videosorveglianza si cambiano e indossano il battle dress: indumenti neri, maschera antigas, occhiali di protezione per difendersi dai proiettili di gomma della polizia che possono accecare ed elmetti di protezione per il capo, oltre all’immancabile ombrello. I ragazzi si procurano su Amazon le loro attrezzature perché è più sicuro e difficile da tracciare dalla polizia. Molti vanno a manifestare all’insaputa dei genitori, i quali, timorosi delle rappresaglie cinesi non approverebbero. Negli scontri di piazza, all’arsenale ipertecnologico della polizia composto da gas, proiettili di gomma e cannoni ad acqua con inchiostro indelebile per marchiare gli abiti, i manifestati oppongono armi improvvisate – oltre alle intramontabili bottiglie molotov, fionde artigianali fatte con ogni oggetto disponibile, archi e frecce, giavellotti presi dai campus universitari e perfino catapulte –. Curioso il contrasto tra gli smartphone supertecnologici utilizzati per mobilitare le manifestazioni e le armi medievaleggianti che gli insorgenti utilizzano.   

Subito dietro alla frontline ci sono i membri della rete di supporto: medici che assistono i feriti, che se curati negli ospedali sarebbero individuati e arrestati, e case sicure per la logistica necessaria. Dietro ancora sta la massa dei cittadini di Hong Kong che scende in piazza per protestare. Perché prima di essere guerriglia urbana, l’insorgenza di Hong Kong è una protesta di massa. Alla manifestazione del 16 giugno hanno partecipato 2 milioni di persone, circa un abitante di Hong Kong su 4. Proporzionalmente le proteste di piazza più massicce di tutti i tempi. In questa fase il movimento non ha leader e si basa su mobilitazioni “situazioniste” via social. Ma se ora ciò risulta tatticamente efficace, in quanto la mancanza di leadership rende difficile alle autorità decapitare il movimento con gli arresti, poi potrebbe rivelarsi un limite nel momento in cui dalla fase della protesta di piazza si dovesse passare all’azione politica organizzata. Joshua Wong, leader delle proteste del 2014 ora svolge la funzione di portavoce non ufficiale del movimento, ma non ne è il leader. 

Le violenze non si fermano

Quali sono le cause di questa rivolta? La crescente influenza cinese nel territorio, abbiamo detto, ma non solo. Le proteste hanno una forte connotazione identitaria. Secondo i sondaggi dell’università di Hong Kong nel 1998 il 30,2% della popolazione della città si definiva hongkonghese. Percentuale aumentata al 52,9% nel 2019. Per contro nei medesimi anni la percentuale che si definiva solamente “cinese” è scesa dal 31,6% al 10,80%. L’esplosione identitaria degli hongkonghesi è andata di pari passo con l’emergere di un atteggiamento sempre più ostile nei confronti della Cina, che è percepita come sfruttatrice delle risorse della città. Tuttavia l’autodeterminazione è il miraggio solo di una frangia estremista. L‘aspetto veramente interessante delle proteste però è la loro carica di rivendicazione sociale. I giovani che manifestano spesso sono poveri e privi di casa. Comperare su Amazon una maschera antigas per manifestare costa 500 dollari di Hong Kong, circa una settimana di stipendio. La situazione abitativa nell’ex colonia è scoraggiante. I terreni edificabili sono pochissimi, limitati come sono dall’insularità e dalle dimensioni limitate del territorio e condizionati come sono dal boom dell’edilizia seguito allo sviluppo incrementale della metropoli finanziaria. I prezzi  degli immobili sono esorbitanti, fuori portata per la maggior parte dei 7,4 milioni di hongkonghesi e il governo non è in grado di mettere in atto alcuna politica di compensazione sociale. Il sistema di tassazione coloniale inglese è stato lasciato inalterato dai nuovi padroni mandarini, onde mantenere gli stimoli all’economia e prevede un’unica imposta fondiaria. Il governo locale quindi dispone di risorse modeste per poter avviare una politica sociale degli alloggi. Se è vero che politica fiscale del territorio è un retaggio del regime coloniale, è anche vero che i nuovi governanti cinesi si sono sempre ben guardati dal modificarla, per non intaccare lo status di principale piazza finanziaria d’oriente della città. 
La vertiginosa crescita economica dell’isola ha aumentato la ricchezza e ne ha acuito le diseguaglianze. Come in qualsiasi paese “neoliberista” la quota parte maggiore di ricchezza è detenuta dalla percentuale minore della popolazione, e la forbice si allarga di anno in anno. Gli hongkonghesi sono furenti perché costretti a pagare una tassa sul reddito e a vivere in ripostigli, mentre le grandi corporation (e gli ultraricchi) sono esenti da qualsiasi tassazione sui dividendi. L’aspetto paradossale di questa situazione è che avviene in un Paese nominalmente socialista. Ma che esattamente come il Cile neoliberista soffre di un’iniqua distribuzione della ricchezza. Hong Kong è una rivolta locale, ma i motivi economici e identitari che l’hanno avviata sono globali, e prima o poi riguarderanno tutto l’Occidente. 

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Luca Comper

Architetto, sta al giornalismo come uno scafista sta alla marineria. Appassionato osservatore delle cose, resta umile servitore nella Vigna del Signore, oltre che manipolatore seriale. Il suo motto è «ho costruito la mia causa sulla molestia»

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