I “campettari” del Consiglio Comunale

Premessa: sono un campettaro sfegatato. Lo sono dai tempi dell’oratorio, quando, non ancora raggiunta la decina di primavere, giocavo interi pomeriggi in un cortile interno dalle dimensioni 20 per 10 metri. Ci giocavo uno contro uno, a sfide che mettevano in palio squadre di Subbuteo, ma anche sette contro sette, a volte peggio, una bolgia, e c’era il parroco, don Giuliano, attivo protagonista: per anni sono stato convinto che fosse in odore di santità, visto che manteneva stabilmente l’equilibrio nei dribbling effettuati in tonaca su uno scivolosissimo piastrellato azzurrognolo (che Guccini non tarderebbe a definire “color nostalgia”).

Lo stile della pavimentazione, certamente non in regola con qualsivoglia standard Iso taldeitali, consentiva a noi bimbi di avere scuse pronte con nonne e mamme premurose perché tanto non importa se hai messo la canottiera di lana, piove, sei comunque morto. Le piastrelle non erano l’unico pericolo da evitare, l’altro era la delimitazione del cortile, eretta in muri di cemento rugoso stile architettura sovietica di stampo bellico, dei quali conservo ancora brillante cicatrice sulle mani. E se non bastasse tutto ciò, c’era la fontanella in solenne marmo rosso di Verona, nostrano quanto una soppressa della Lessinia, perché sono i dettagli a qualificare l’ambiente; in altri tempi non si usavano le bottigliette d’acqua San Benedetto come le Star di Hollywood usano a passeggio il bibitozzo di caffè americano, pertanto la fontanella d’acqua d’estate serviva, eccome, tanto valeva farla sgorgare dal marmo, per non essere da meno dei notai di zona.

Tante generazioni a confronto su un campo da basket

Sono campettaro sfegatato anche dai tempi di Ponte Catena, luogo culto del veronese per intere generazioni di cestisti e aspiranti tali, in cui ci si ritrovava ogni sacrosanta domenica, sabato per i più forti, e a quel paese morose, discoteca, sveglia alle prime luci del pomeriggio e quant’altro un normale adolescente pone in essere: estate e inverno, con la sola eccezione del weekend consacrato alla Festa in Rosso che occupava gli spazi, si giocava per ore. Calcio e basket, oratorio e campetto comunale, eccola qui gran parte della mia infanzia, così come quella di molti quarantenni e cinquantenni veronesi e non. Non vorrei sembrare decadente quanto un qualunque Celentano mentre canta del ragazzo della Via Gluck, ma l’oratorio di don Giuliano oggi è diventato un parcheggio parrocchiale, d’altronde vuoi non cercare di risolvere il problema delle auto ai Filippini? mentre Ponte Catena vive ancora, ma agli occhi di chi ne è tutt’ora frequentatore occasionale, registra un’evidente disaffezione in termini di presenze e l’età media dell’usufruitore si sta innalzando parimenti a quella delle vecchiette ai mercati rionali mattutini e agli appassionati dei programmi di Rai 3.

Conscio di questo percorso esperienziale, che senza dubbio mi pone in un’orbita di faziosità e campanilismo, assisto attonito alla sequenza video che riprende una fase della seduta ordina numero 11 del 21 marzo 2019 del Consiglio Comunale di Verona in cui alcuni consiglieri discutono della proposta di dotare di due campetti da calcio e basket un rione di Borgo Nuovo (per chi se lo fosse perso è disponibile al seguente link). Effettivamente occorre considerare che la città è piena di luoghi di questo genere e gli stessi vengano per lo più progressivamente abbandonati, vandalizzati dopo pochi giorni, inutilizzati dalla quasi totalità di bimbi e ragazzi, evidentemente avviati ad altre modalità di occupazione delle ingenti ore di libertà loro disponibile. Comprendo che un Comune abbia altre priorità e possa ritenere il campetto come un microcosmo che non tiri più. Prima di realizzarne di nuovi, occorrerebbe farne riscoprire l’essenza, valorizzarne l’utilità formativa, in ambito fisico, relazionale e nello sviluppo dell’indipendenza e della presa di consapevolezza del proprio “Io”. Progetti a cui nessuno vorrà dedicare del tempo e delle risorse. È più semplice portare i figli in palestra, in un ambiente protetto, dove ci sono orari fissi e qualcuno è responsabile della salute di tutti, altro che don Giuliano e la sua tonaca con la quale parava l’impossibile.

Don Giuliano

Discorsi che andrebbero ampliati, affrontati da punti di vista differenti, decisamente importanti per capire come e dove non sbagliare con le nuove generazioni, sempre più ossessionate da genitori onnipresenti e troppo attenti al mero risultato sportivo. Certo è che non mi stupisce che il Consiglio Comunale abbia rigettato la proposta di costruzione di alcuni campetti nuovi. Non conoscendo nello specifico esigenze della comunità, preventivi di spesa, risorse e quant’altro, credo che un cittadino abbia il dovere di fidarsi che quella risoluzione presa sia a favore della cittadinanza nel suo complesso. Mi indigna il modo. Il modo? Sì, proprio quello, in cui riconosco evidenti affinità con quello di alcuni campettari che sovente popolavano le aree giochi di Verona e con i quali nostro malgrado ci si abituava fin da piccoli a relazionarsi. Questi si organizzavano in branco, offendevano, esercitavano potere, usavano lo scherno e la derisione contro i più deboli, ridacchiavano tronfi della loro apparente superiorità, ma solo in branco. Era il loro divertimento, era la loro vittoria quotidiana: esercitare potere, quello effimero. Ho avuto a che fare tante volte al campetto con ragazzi del genere, li riconosco ormai a pelle, anche se sono un po’ cresciuti, se si sono vestiti bene e, in alcuni casi, hanno anche raggiunto posizioni significative in ambito lavorativo.

Rimangono però dei deboli che girano con delle finte maschere da decenni ormai, persone che sanno solo denigrare gli altri, sparlare, mettendo in essere azioni e gesti che in fondo hanno più di una punta di razzismo. La diversità per costoro è un pericolo, insicuri come sono, abituati a mostrare carattere solo in branco e contornati da un manipolo di yes man.

Ecco perché mi indignano i modi con i quali molti Consiglieri hanno rigettato la proposta dei campetti in Consiglio Comunale. Ci ritrovo i modi arroganti, da branco, che usavano certi adolescenti al parco, il tentativo di escludere l’opinione diversa attraverso la derisione e l’esposizione al pubblico ludibrio, l’assenza di un dibattito costruttivo. Mi sconforta pensare, anche solo per un momento, che determinate decisioni, magari ben più importanti rispetto al realizzare o meno qualche campetto, vengano discusse e votate in quel clima, così evidentemente immortalato dal video dell’adunanza del Consiglio. Confidiamo che sia stato solo un episodio leggero, frivolo, causato dalla stanchezza di una lunga seduta o qualche rivalità politica non ben gestita. La nostra città merita di meglio.

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Lorenzo Mori

Lorenzo Mori, nato a Verona 11 anni dopo l'alluvione di Firenze e pochi mesi prima del rapimento Moro, si alterna tra la professione di consulente free lance (un po' commercialista, un po' controller) e il ruolo di allenatore di pallavolo. Papa' da qualche anno, ha sempre sognato di scrivere un trattato sulla città ideale, ma non lo farà mai; nel frattempo importuna gli amici di Facebook con post di lunghezza immane e pesantezza insopportabile. Nostalgico quanto basta della "polis" greca e dei campioni alla Roberto Baggio, è soprattutto appassionato di neve e boschi e il suo motto preferito, di gucciniana memoria, è: "Uscir di casa a vent'anni è quasi un obbligo, quasi un dovere"

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