I due consoli: l’ascesa e l’improvviso declino

Era il tempo della Roma Repubblicana, quando i due Consoli rappresentavano i più alti gradi del potere. Tutto ciò che non fosse di competenza del Senato o di altri magistrati era di loro competenza. Autorità supreme in campo militare, fungevano da punto di riferimento nella diplomazia, nella politica estera e godevano di ampie disponibilità finanziarie per ottemperare ai loro compiti, davvero eterogenei in ogni ambito pubblico. Presiedevano il Senato, ma rispondevano a esso e al Popolo. Erano due perché, come si impara a scuola, ognuno era titolare del potere nella sua interezza e in autonomia dall’altro console, ma reciprocamente godevano del potere di veto sull’altro. Il sistema, dunque, consentiva operatività e controllo, pur con imperfezioni che non siamo del tutto in grado di analizzare con occhi moderni e senza accurati studi storici. 

La clemenza di Publio Cornelio Scipione, detto “l’africano”, console romano dal 205 a.C. in un dipinto dell’artista francese Poussin

Il Governo Conte, e più precisamente attraverso i Ministri Di Maio e Salvini, ha rivisitato in versione 4.0 lo schema istituzionale a due consoli. Caratteristiche principali, in continuità con la Repubblica Romana, sono state innanzitutto il potere di veto dell’uno sull’altro, esercitato assiduamente nei modi più disparati, social e stampa in primis, meno attraverso aule e commissioni apposite. Non solo: il tentativo di apparire – attenzione: non di essere – come le principali cariche istituzionali, andando a offuscare le deleghe di altri Ministeri e soprattutto quella più importante del Capo del Governo. Le discontinuità più evidenti, invece, attengono principalmente alla capacità dei due Consoli 4.0 di utilizzarsi l’uno con l’altro per scaricare quote di propria responsabilità politica e amministrativa rispetto all’azione di Governo, rendendo di fatto il modello una versione adulta del classico e fanciullesco: “non sono stato io, è colpa sua”.
Le ragioni, meglio le cause, che hanno portato il nostro ordinamento a distorcersi fino a questo punto, sono molteplici. È parere di molti che la causa principale sia da riscontrarsi negli accadimenti economico-politici di questo ultimo trentennio in Europa. Fino agli anni Ottanta, tra boom economico, mercato americano in continua espansione, finanziamenti al profumo di dollari, l’economia europea è andata sviluppandosi creando surplus. L’avanzo dei singoli Stati è servito a finanziare il Welfare – scuola, sanità, diritti sindacali – vera medicina contro i nazionalismi di recente memoria e contro ogni altra forma di conflittualità. Una sorta di coperta di Linus per affrontare tempi di Guerra Fredda. Purtroppo, la crescita del surplus ha rapidamente scoperto il proprio limite e dalle rivolte dei minatori di epoca thatcheriana in poi, si è capito che il Welfare doveva essere finanziato attraverso il debito pubblico. Onestamente in Italia non solo ne sappiamo qualcosa, ma ne siamo diventati professori universitari. Questa crescente difficoltà a reperire risorse per mantenere la medesima qualità della vita nelle popolazioni degli Stati Membri, ha contribuito ad innescare un meccanismo riscontrabile ovunque: chi va al potere è costretto a promuovere politiche economiche onerose per i cittadini e pertanto chi governa in breve tempo perde consenso. È stato così in ogni Nazione e questo fenomeno ha riguardato anche i più affermati statisti, vedasi Angela Merkel, in continua e progressiva diminuzione di consenso rispetto al suo primo insediamento. Per il politico ambizioso di questa generazione si pone dunque un dilemma: governare e perdere consenso o stare all’opposizione e ritagliarsi un’onesta carriera da perdente di minoranza? Ognuno ha scelto la sua strada, per volontà o per mero riscontro elettorale, ma sicuramente governare oggi non è mai un buon affare nel medio o lungo termine.

La rivolta dei minatori britannici del 1984-1985

È quindi quasi naturale che in Italia, patria dei più ingegnosi “fatta la legge, fatto l’inganno”, si trovasse e si dovesse sperimentasse un espediente, un rimedio forzando le istituzioni. Gigino e Gigetto (Di Maio e Salvini) si sono autoproclamati Consoli della Repubblica Italiana. Hanno tirato per la giacca il Capo dello Stato Sergio Mattarella fin dai giorni che hanno preceduto il loro insediamento, hanno utilizzato come mero segretario il Premier, ma poi non hanno fatto altro che scambiarsi reciprocamente accuse per un anno e spicci, all’insegna di un infantile e poco responsabile: “E’ colpa sua”.

Il Presidente Mattarella e il Premier Conte

Così facendo, hanno tradito l’idea istituzionale di Ministeri con alto senso civico, disattendendo la volontà popolare che senza dubbio attribuisce a chi comanda la responsabilità delle proprie azioni. Il Decreto Sicurezza? opera esclusiva di Salvini. I porti chiusi? Li ha voluti Salvini. Il Reddito di cittadinanza? Chiedete a Di Maio. Tav, Ilva, Alitalia, Autostrade? Stesso teatrino. Eppure, senza i voti di entrambi gli schieramenti rappresentati dai due consoli, in Parlamento non si sarebbe fatto e votato nulla.
L’attuale crisi di Governo rappresenta in primis, l’improvviso declino di questo tentativo di forzatura istituzionale. Vedremo come andrà, ma lo scenario che ha contraddistinto le più recenti vicende politiche italiane con due Consoli, barbaramente arroccati in abiti da finti Premier e con malcelate ambizioni da Leader Maximo, probabilmente non lo vedremo nuovamente in tempi brevi. Con un sentito Grazie ai nostri Padri Costituenti per la creazione di un Ordinamento che dimostra ogni giorno di più la capacità di sopravvivere alle crisi e alle umane negligenze.

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Lorenzo Mori

Lorenzo Mori, nato a Verona 11 anni dopo l'alluvione di Firenze e pochi mesi prima del rapimento Moro, si alterna tra la professione di consulente free lance (un po' commercialista, un po' controller) e il ruolo di allenatore di pallavolo. Papa' da qualche anno, ha sempre sognato di scrivere un trattato sulla città ideale, ma non lo farà mai; nel frattempo importuna gli amici di Facebook con post di lunghezza immane e pesantezza insopportabile. Nostalgico quanto basta della "polis" greca e dei campioni alla Roberto Baggio, è soprattutto appassionato di neve e boschi e il suo motto preferito, di gucciniana memoria, è: "Uscir di casa a vent'anni è quasi un obbligo, quasi un dovere"

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