Il bello e il brutto della rete

Giocare a Fornite fino alle 4 di notte a 12 anni? Si può se intanto i genitori dormono. Provare il social Omegle e scoprire link con immagini da brivido? Si può se non si conosce come questo funziona. Partecipare a chat su Whatsapp dove il minimo è insultare e bestemmiare? Si può se queste chat non vengono bloccate sul nascere e i ragazzi non trovano il coraggio di abbandonarle. Questo raccontano dodicenni e tredicenni durante alcuni incontri fatti nelle scuole medie. Nel frattempo proprio oggi su un quotidiano locale si parla di un tredicenne salvato da un tentativo di suicidio dai compagni di classe perché stufo e umiliato dagli insulti ricevuti.

E noi, adulti? Ci scandalizziamo. Cadiamo dalle nuvole: “come è possibile?”, “È uno schifo”, “Questi Smartphone sono una rovina”, “Questi giovani sono malati”.  Facile ridurre tutto a questo. Soprattutto se mentre i ragazzi giocano, i genitori restano affaccendati in quelle che a loro sembrano le cose più importanti. Una volta una mamma ha detto: “Ho mio figlio che invece di studiare passa il suo tempo a guardare le serie tv”. Alla risposta: “Ha provato a guardarle con lui per comprendere questo interesse?”, lei ha controbattuto: “Non ho mica tempo, ho da fare le lavatrici!”.  Non sanno cosa sia Omegle, o Ask e hanno talmente tormentato i figli con tira e molla con il cellulare che ormai questi gli nascondono tutto, anche una chat che fa rabbrividire. Oppure all’ennesimo richiamo: “Posa quel cellulare! Vieni a tavola”, la risposta è: “Ma se ci stai attaccato/a quanto o più di me!”. Perché le colpe non stanno solo da una parte, soprattutto se si parla di quella che sembra diventata la malattia del decennio: l’utilizzo spropositato di un diabolico mezzo che abbiamo in tasca. Perché se vogliamo capirci qualcosa e vogliamo aiutare i ragazzi a evitare utilizzi estremi e devianti dobbiamo costruire una narrazione sul tema che sia coerente: a scuola e in famiglia. Se si fa tanto da una parte e poco dall’altra l’obiettivo fallisce.

Perché diciamo questo? Perché vogliamo lodare alcune iniziative, scuola e genitori insieme, che cercano di rendere manifesto un problema difficile da maneggiare.

È quella che ha fatto il Comitato genitori Veronetta insieme all’Istituto Comprensivo 18 con il contributo e il patrocinio del Comune di Verona, Assessorato Istruzione, attivando un ciclo di conferenze dal titolo “La vita scolastica al tempo del far web” che si sono tenuti presso la bellissima location di Batteria di Scarpa in San Zeno in Monte. Quattro incontri, appena conclusi, che hanno esplorato due temi principali: le trasformazioni della rete attraverso le generazioni a confronto, quelle che Prensky definisce i nuovi nativi digitali da un lato, i nati dopo il 2000, e gli immigranti digitali, quelli nati prima, dall’altro. Il secondo tema è la devianza online: cyberbullismo, nomofobia (no mobile fobia), FOMO (Fear of missing out, paura di essere tagliati fuori), vampiring (tirar tardi la notte per restare collegati), sexting (diffusione di materiale a sfondo sessuale), sexual revenge (vendetta sessuale), flaming (insulti), molestie e tanto altro ancora.

Riccardo Giumelli

Il corso, tenuto dal docente universitario Riccardo Giumelli, ha voluto aiutare ad aumentare la consapevolezza. È stata un’occasione per scendere in profondità e osservare le cose con occhio più clinico. Smontare alcuni luoghi comuni, mostrare che le tecnologie della rete stanno cambiando le nostre attitudini e comportamenti e in primis danno luogo a una nuova generazione con caratteristiche particolari C’è chi la chiama Netgeneration, Igeneration, Generation Touch, Binge Generation; ma tutto gira intorno allo smartphone e al quale ci affidiamo per ogni curiosità, informazione, per creare relazioni e mantenerle. C’è tutto e a alla “magia “ della rete concediamo tanto, anche dati riservati e informazioni che in altri contesti non penseremo ma di dare.

La distanza generazionale si mostra con la conoscenza di certi personaggi pubblici. Provate a mostrare una foto di Pippo Baudo ai millennial? Non lo riconoscono. È normale si dirà. La cosa certa è che ci sbattono in faccia una realtà che non esiste più. Noi, adulti, invece non riconosciamo i Pantellas o Ciccio Gamer. È altrettanto normale, si dirà. Ma se non capiamo che qualcosa sta cambiando probabilmente sarà più facile sentirsi persi e vedere questa generazione come deviante.  D’altra parte Bauman ci ricorda che «la cosa più difficile da affrontare è il cambiamento del modo in cui la situazione sta cambiando.»

Siamo arrivati a un dominio dell’algoritmo in ogni ambito della nostra vita. Noi non riusciamo più a scegliere. È sempre più impegnativo e, allora, sceglie lui per noi: un oggetto, un viaggio, un’emozione, una strada, un amore. Il prossimo anno circoleranno nel mondo 40 Zettabyte di dati. Sono soprattutto quelli che si scambieranno le macchine tra di loro. Non sapete quanti sono? 58 volte i granelli di sabbia che esistono nel mondo si dice. Un’enormità. Troppo per noi.

È per questo che il lavoro è duro, sfiancante anche e soprattutto per gli adulti più attenti, scrupolosi, quelli che si impegnano perché i figli non si mettano nei pasticci e facciano un buon uso, per quanto possibile, della rete.

D’altra parte il punto è questo: «È la rete bellezza, E tu non puoi farci niente.»

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