Il valore della conoscenza

Recentemente è stato pubblicato un libro dal titolo “La conoscenza e i suoi nemici”, di Tom Nichols, un saggista statunitense. In tale testo, che negli Stati Uniti è divenuto un caso editoriale ed è stato tradotto in dieci lingue nel mondo, Nichols affronta il tema delle competenze e delle critiche dal basso che si rivolgono a chi le detiene.

La sua tesi è che se prima della diffusione del web le competenze e le conoscenze erano rispettate e il loro possesso era una condizione necessaria, seppur non sufficiente, per fare parte delle elite dirigenti, con la diffusione del web le competenze non risultano più necessarie per l’ascesa a ruoli direttivi pubblici. Al contrario vengono viste con sospetto e criticate apertamente da chi, quelle competenze, non le possiede. Sostanzialmente si potrebbe dire che il web ha causato una trasmutazione del valore della conoscenza. Del resto basta fare un rapido passaggio sui social per potersi rendere conto di come le competenze siano sbeffeggiate, in una sorta di nemesi che il popolo minuto pare volersi prendere nei confronti di una fantomatica “KA$TA”, entità dai contorni nebulosi. In TV, poi, possiamo assistere ad autentici pezzi di cabaret in cui una viceministra penta stellata, dall’alto della sua esperienza di una laurea triennale in materie economiche, fa gli spiegoni ad un ex Ministro dell’Economia il quale, tra le altre cose, è Stato economista capo del FMI.

Il bello è brutto e il brutto è bello”, dicevano le streghe del Machbet.

In realtà il libro di Nichols, per quanto abbia il merito di focalizzare l’attenzione su di un tema di strettissima attualità come il declino dell’autorevolezza delle competenze, si muove sul solco consolidato tracciato da una serie di studi che lo hanno preceduto anche di decenni. Sul tema dell’incompetenza dell’elettorato già Giovanni Sartori trent’anni or sono scriveva pagine definitive e gli studi sull’irrazionalità dei meccanismi di espressione del consenso fanno ormai parte del corpus dottrinale della politologia. Che la maggioranza del “popolo” (“laggente” si direbbe ora in neolingua gentista) voti priva della più elementare nozione di ciò per cui vota è un dato acquisito della scienza politica e di sicuro non una novità. Il punto vero della questione è un altro, ovverosia che vi è il forte sospetto che esista  un rapporto diretto tra critica e relativo declino della competenza e istanze in favore della democrazia diretta senza intermediazioni. Utilizzando un paradosso potremmo dire che 2+2=4 ma se è il popolo a deciderlo, allora 2+2=5. Il cuore nero della questione è ciò che potremo definire la critica democratica dei limiti della democrazia.

La democrazia per funzionare necessita di limiti. Il liberalismo storico aveva individuato nella “tirannia della maggioranza” il pericolo maggiore per il sistema democratico. Ed aveva escogitato un sistema di “pesi e contrappesi” per evitare che tale maggioranza potesse occupare stabilmente il potere sfruttando il sistema democratico stesso e sovvertendone le regole.

Le stesse “Corti Costituzionali”, organismi nominati per cooptazione che sottopongono alla verifica costituzionale atti emessi da organismi elettivi, furono l’espediente introdotto dai legislatori nelle costituzioni post belliche per limitare il raggio d’azione del suffragio universale. In parole povere, uno dei requisiti necessari affinché il sistema possa funzionare è che la democrazia sia messa sotto controllo… per evitare che vada fuori controllo.

Il populismo sovverte il senso del limite, nella sua pretesa di rappresentare la maggioranza assoluta dei cittadini, pure quelli che non votano (i 60 milioni di italiani che Salvini continuamente dice di rappresentare), scardinando anche tutti i meccanismi di controllo non elettivi, fondamentali per il corretto funzionamento del sistema, i quali sono soggetti ad una continua critica che li delegittima nei confronti del valore supremo della “volontà popolare”, termine che come la maggior parte dei termini del lessico politico è caratterizzato da un’assoluta vaghezza.

Il punto è stato toccato in maniera assai convincente da  Giovanni Orsina nel suo “La democrazia del narcisismo”, il quale ribalta la lettura che tradizionalmente si fa del populismo come la degenerazione del sistema di rappresentanza democratico consensuale, vedendo in esso piuttosto la sua naturale evoluzione. Processo, quello analizzato da Orsina, che avevano ben presente pure i teorici del liberalismo “classico”, come Toqueville, il quale nei suoi scritti aveva già chiaramente prefigurato che il Suffragio Universale, se non sottoposto a vincoli, avrebbe portato a quella che il Sapere greco ha definito “oclocrazia”, cioè il governo delle masse privo di freni. In questo senso la critica alle competenze è complementare all’idea che l’unico paradigma di legittimità politica sia la “volontà della maggioranza” (termini che se fossero analizzati scientificamente solleverebbero diversi dubbi). Allora diventa chiaro perché un tecnico, che spiega dati alla mano come un provvedimento del Governo sia inattuabile, venga criticato dai rappresentati eletti con mandato popolare in quanto il suo ruolo non è legittimato democraticamente. Ma davvero occorre legittimare democraticamente che 2+2=4?

Solo epidermicamente il problema della crisi dei sistemi di rappresentanza democratica ruota attorno a un gap di competenze e alla critica delle medesime. La questione è assai più profonda e coinvolge le radici della stessa legittimità del sistema democratico.

Lascia un commento

Pin It on Pinterest