Immaginiamo il futuro?

«Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta», così Paul Valery pensava a un futuro che già più non c’è. Ma perché diciamo questo? Perché parliamo di futuro a partire da una ricerca svolta nelle scuole di Verona. Il progetto si chiama “Immaginiamo il futuro – Noi persone della società complessa”. Cosa vedono nel loro domani gli studenti veronesi? Sarà positivo o negativo?

La ricerca – a cui chi scrive ha contribuito in qualità di sociologo – è stata presentata pochi giorni fa presso la sede della Gran Guardia di Verona. Il progetto, a cura della Presidenza del Consiglio Comunale di Verona in collaborazione con il MIUR Verona e con la dottoressa Margherita Forestan, coordinatrice per Verona del progetto europeo Democrazia locale, si è avvalso della partecipazione del Liceo “Carlo Montanari”, dell’Educandato Statale “Agli Angeli”,  dell’IPSAR “Luigi Carnacina”,  del Liceo Statale “Enrico Medi”,  dell’IIS “Leonardo da Vinci”, dell’I.P.S.E.O.A. “Angelo Berti, della Scuola “Lavinia Mondin”, del Liceo “Copernico”, dell’I.T.E.S. Pasoli, e dell’I.S.I.S.S. “Dal Cero”. 

Diciamo subito che la ricerca ha già raggiunto un traguardo importantissimo: è tra i finalisti per il premio Innovation in Politics Awards 2019, unico selezionato per l’Italia nella categoria Diritti Umani tra più di 400 candidature. Ricordiamo che il premio è indetto dall’Innovation in Politics Institute di Vienna per promuovere l’innovazione e le buone pratiche delle Amministrazioni degli stati membri dell’EU.

I giovani, tra le tante insicurezze sul futuro, una certezza però ce l’hanno: non finire a lavorare nei fast food. È una sorta di angoscia diffusa. Come lo era per le generazioni precedenti quella dello spazzino: “Guarda che se non studi finisci a raccogliere la spazzatura”, dicevano i genitori ai figli poco propensi allo studio. Oggi, invece, sono gli stessi ragazzi ad ammonirsi: “Guarda che se anche studi e ti laurei rischi di andare a servire hamburger”, e aggiungo, soprattutto se fai certi corsi di laurea. La consapevolezza che si sta diffondendo è che molte professioni vincenti dovranno essere ancora inventate perché: «Oggi – dicono – non è come il lavoro dei nostri nonni e genitori. È impossibile pensare di fare per tutta la vita lo stesso lavoro». Il medico e l’avvocato, soprattutto il primo, resistono come le professioni consigliate dai “vecchi”. Loro ne prendono atto, un lavoro sicuro fa gola, ma la prospettiva è quella di sfruttare al meglio il mondo di possibilità che si dispiega di fronte. La passione per loro conta, spesso però non fa rima con guadagno.

Cosa pensano e dicono i ragazzi? Per prima cosa dobbiamo uscire dalle categorie bello/brutto, positivo/negativo. I ragazzi non pensano in questo modo. Ragionano piuttosto così: incertezza contro opportunità. Infatti, l’aggettivo più utilizzano per descrivere il futuro è incerto oppure ignoto. Meno frequente, e non di poco ma subito dietro, imprevedibile. Però dicono anche il sostantivo speranza. Non mancano aggettivi più pessimisti: pauroso, confuso, insicuro, ma nemmeno quelli più ottimisti: brillante, stimolante, interessante, bello. Sintetizzando, i ragazzi vedono il futuro come una zona in penombra, la visibilità è scarsa ma qualcosa di interessante si può trovare. Il problema è che c’è chi raggiungerà molto, altri poco, altri ancora perderanno tempo a pensare di fare la cosa giusta. La metafora è quella di una condizione sul filo del rasoio: rischi di cadere da una parte o dall’altra senza sapere cosa ci sia, ma se rimani fermo, aspettando l’occasione, rischi di tagliarti. Insomma, la situazione è difficile. Non a caso i ragazzi riconoscono che le scuole non sono sempre attrezzate per il cambiamento. È vero, ci sono molte più opportunità rispetto al passato, ma alla fine la scuola viene percepita in molti casi con il suo passo incessante, distante da quello che chiamano il “mondo esterno” o il “mondo là fuori”. Ne parlano, secondo le logiche ben descritte da Michel Foucault, come di uno luogo dai confini forti, il dentro ben distinto dal fuori. Il problema è, allora, preparare per quel “là fuori”, quando ci arrivi molto sembra cambiato. Ovvio pensare alle nuove tecnologie, ai nuovi sistemi di apprendimento, alla rete, alla forte distanza, in questo senso, tra il corpo docenti più vecchio e i nativi digitali.

In sintesi l’idea di studio in un’ottica di futuro sta cambiando: dallo studio come promessa a quello come scommessa. Troveremo qualche ragazzo/a a collezionare successi nel mondo, qualche altro/a immobile senza studiare o cercare lavoro, ma un’idea ce la siamo fatta: sono ragazzi che pensano, valutano, molto critici verso sé stessi e gli altri, consapevoli che bisogna partire dal presente per tendere verso il futuro.
Un presente, ricordiamolo, che era il futuro di noi adulti.

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Riccardo Giumelli

“Gli è meglio fare e pentirsi, che non fare e pentirsi”. Mi sono sempre sentito così e continuo a farlo come quel toscanaccio di Machiavelli, che così scrisse citando Boccaccio. Ho provato, non sempre riuscendoci, a gestire quel daimon interno attraverso la conoscenza e forse anche per questo sono diventato sociologo della cultura e della comunicazione. Ho insegnato all’Università di Firenze, Trento e adesso a Verona, “sociologia dei processi culturali”, “sociologia del giornalismo” e adesso anche “educazione ai media”. Sono columnist per "La Voce di New York" e Presidente dell’Associazione Italia Stati Uniti di Verona. A volte mi sembra di farne troppe, ma è il solo modo per capire ciò che amo fare. Amo Verona, Firenze e Parigi! Città che mi hanno dato tanto. Verona, ho imparato ad amarla giorno dopo giorno, città dove sono nate le mie figlie. Più la conosci più scopri realtà meravigliose. Sono interista, croce e delizia. La perfezione, infatti, è altrove.

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Riccardo Giumelli

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