Conte Bis: una prima valutazione

Il toto ministri questa volta è stato breve e per il Conte Bis non si è assistito al preliminare vortice di nomi e volti che per lo più vengono poi buttati al macero. La velocità delle consultazioni e dei lavori che hanno fatto seguito all’accettazione con riserva dell’incarico è stata senza pari, vuoi perché nessuno dei partiti dell’attuale maggioranza aveva reale convenienza ad andare al voto, vuoi per imperativo del Quirinale. Bene così, primo segnale di discontinuità. Non tanto perché la fretta sia buona consigliera, ma perché sarebbe stato deleterio esporsi al logoramento di lunghe trattative. È un primo segno positivo che rompe, almeno in parte, la tradizione.

Il Primo Ministro Conte rilascia una dichiarazione durante quest’ultima crisi di Governo

Una prima analisi della composizione del governo manifesta l’assoluta forza con la quale il PD ha gestito il negoziato con il M5S, peraltro poco evidenziata dalla stampa in questi giorni. Con quasi il doppio dei parlamentari, i Grillini si sono accaparrati poco più della metà dei Ministeri. Situazione singolare e raramente verificatasi nella Storia Italiana. Questione di momento politico, di tempismo: Zingaretti non ha mai nascosto l’opzione voto, evidentemente nel M5S nessuno poteva rischiare di verificare l’eventuale suo bluff (il voto sarebbe stato drammatico per il Movimento molto più che per il PD), pertanto si è arrivati a un esecutivo con rappresentanze praticamente in equilibrio. È forse questa la prima battaglia vinta dal PD dopo il primo Renzi, quello del mal contato 40% alle europee 2014, per intenderci. Merito appunto della strategia di Zingaretti, ma soprattutto di Renzi stesso, che ha saputo dare la spallata vincente, e al momento giusto, a Salvini, mettendo da parte le ostilità verso i Cinque Stelle e soprattutto astenendosi da ogni richiesta personale. A sorpresa, scacco matto all’avversario. Non solo, nelle fasi più critiche di questa crisi Renzi ha parlato il giusto e si è mantenuto nell’ombra senza delegittimare il proprio Segretario di partito. Non proprio la specialità della casa fino a qui. Dubitiamo che sia l’alba di una nuova era, ma una Sinistra che fa squadra non s’era ancora mai vista, forse nemmeno ai tempi dell’Ulivo.
Che sia una battaglia vinta dal PD appare ancor più evidente nello scorrere la lista dei ministeri e la loro assegnazione. Il partito di Zingaretti ha voluto e ottenuto propri esponenti in ogni ambito dove i Democratici volevano a tutti i costi dichiarare discontinuità totale con il precedente Governo, non solo ha portato a casa responsabilità di assoluto rilievo. Analizziamo i principali.

Luciana Lamorghese, Ministro degli Interni

Ministero degli Interni. Salvini ha lasciato il segno in pochi mesi distruggendo le fondamenta istituzionali del ruolo, provando a cambiare le regole del gioco, ma anche le norme, con più di un dubbio costituzionale. Serviva garantire la massima discontinuità all’insegna della sobrietà, senza marchiare il Ministero con un qualche colore. Detto, fatto. La scelta di Luciana Lamorghese, tecnico e persona di comprovata esperienza, dalla visibilità social nulla e dal piglio equilibrato e coerente, non poteva essere migliore. Basta proclami, bando ai comizi, lavorare al tavolo comunitario per trovare soluzioni idonee a gestire i flussi migratori e a governare non solo la prima accoglienza, ma anche la fase successiva di integrazione; questo l’obiettivo del Governo, non solo dichiarato, ma rivendicato e urlato attraverso questa nomina, quanto mai applaudita da quella larga parte di popolazione che si indigna a sentir parlare di porti chiusi e omessi salvataggi in mare. In parole povere, l’obiettivo è cancellare ogni traccia d’azione del Governo precedente.

Ministero della Difesa. Se per gli Interni si è optato per un tecnico, la Difesa al contrario è stata assegnata a Lorenzo Guerini del Pd, della corrente renziana. L’obiettivo palese è dare un connotato politico all’inversione di rotta rispetto al precedente Governo Conte. Difesa e Interni faranno quadrato sulle vicende immigrazione e affini. Il tecnico avallato dal politico e viceversa, sulla carta è strategia perfetta.
Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. PD ancora a farla da padrone, forse sfruttando il fatto che il Toninelli visto fin qui non poteva non essere rimosso. Troppi scivoloni, troppa manifestazione di scarsa professionalità durante il suo corto mandato, di cui ci si ricorderà più per il famigerato e fantasioso tunnel del Brennero che per una altrettanto incauta gestione dei giorni seguenti alla caduta del Ponte Morandi. Il Ministero va a Paola De Micheli che senza dubbio non potrà fare peggio del predecessore, oggettivamente non adeguato al ruolo: una nomina ancora una volta intelligente da un punto di vista strategico che permetterà ai Grillini di non avere responsabilità politiche ed elettorali in merito a Tav e Gronde varie, nonché su contratti vari di pubblico appalto quali la rete autostradale. Di chi sia stata l’intuizione di affidare al PD questo ministero non è dato di sapere, però si rivelerà una gran mossa permettendo in futuro equilibrismi dialettici quando il Governo si troverà al dunque di alcuni spinosi casi. O almeno, è quel che spera chi ha a cuore che questo Governo rimanga in carica fino al termine della Legislatura.

I lavori della Tav, argomento che potrebbe mettere in crisi il Governo entrante

Ministero dell’Economia e delle Finanze. La nomina del Dem Roberto Gualtieri verrà bersagliata quotidianamente dalla macchina del fango e dalle opposizioni fino al termine del suo mandato perché rappresenta una delle massime autorità in campo economico e finanziario, se escludiamo i tecnici puri, alla Draghi per esempio. Il neoeletto ha tutte le caratteristiche per essere aggredito da sovranisti e complottisti proprio perché vanta una lunga esperienza professionale ed è apprezzatissimo a Bruxelles e dintorni. Insomma, l’uomo giusto al posto giusto per mediare con l’Europa e chiedere fiducia, alla vigilia di un autunno caldissimo per questo Ministero. Occorre recuperare qualche decina di miliardi per far ripartire l’economia italiana e impedire l’aumento dell’iva. Non un giochetto. La caduta dello spread di questi giorni non basta, sebbene sia stato già un toccasana utile a risparmiare qualche miliardo di euro. Si può dire, per usare una metafora, che finalmente l’Italia torna ad avere colui che può presentarsi in banca con l’abito buono a proporre un piano di sviluppo per la propria azienda con la ragionevole convinzione di non essere buttato fuori a calci. La sfida che attende Gualtieri è forse la più dura di questo Governo che, ricordiamolo, ha anime contrapposte su svariati temi, leggasi Reddito di Cittadinanza.

Ministero dell’Agricoltura. Teresa Bellanova è improvvisamente diventata popolare, bersaglio immediato di innumerevoli derisioni e sfottò, anche di dubbio gusto, in merito a suo titolo di studio, al giusto nel vestiario e in merito alle sue fattezze fisiche. Film già visto, ma siamo sicuri che il nuovo Ministro dell’Agricoltura non si farà intimorire. La sua storia, altrettanto improvvisamente andata alla ribalta dei media, dimostra l’impegno, il senso civico e una innata volitività che senza dubbio produrranno scelte di campo significative.
Ministero della Famiglia. Elena Bonetti del PD prende il posto della leghista Alessandra Locatelli, nominata solo il luglio scorso in sostituzione di Lorenzo Fontana, che aveva accettato l’incarico per il Ministero per gli Affari Europei. Con Bonetti si interrompe un anno e mezzo di occupazione del Dicastero con approccio oscurantista. La Sinistra ci aveva lasciati dopo la riforma epocale delle Unioni Civili, il punto di ripartenza probabilmente sarà lì, forse senza impellenze particolari. Registriamo però l’assoluta discontinuità con il Governo precedente.
Ministero della Giustizia. In questa fase non sembra un Dicastero al centro della tenzone politica, naturale e ovvio riconfermare Bonafede, in attesa di giudizio.

Roberto Gualtieri, Ministro dell’Economia nel Conte Bis

Ministero della Salute. A sorpresa rispetto alle indiscrezioni, non è stata confermata la Cinque Stelle Grillo, sacrificata sull’altare degli equilibri politici in primis. A conferma di ciò, la nomina del LeU Roberto Speranza. Qualche voto in più in Parlamento per la maggioranza non guasta, ma forse è la carica che più lascia perplessi. Se questa scelta risulterà strategica per la stabilità dell’Esecutivo, andrà anch’essa giudicata positivamente, viceversa qualche dubbio verrà posto. Speranza non ha punti professionali a suo favore per ricoprire il ruolo, come va precisato che, in conclusione, la Grillo non si era affatto mal comportata, invischiata fino al collo nelle vicende no vax. Ne era uscita promossa dopo aver assunto posizioni equilibrate.
Ministero dell’Istruzione. Lorenzo Fioramonti è il nuovo Ministro in carica. Fronte Cinque Stelle, professore in aspettativa, è già salito agli onori della cronaca per la volontà di recuperare fondi attraverso una maggiore tassazione di bibite e merendine. Probabilmente per rilanciare la Scuola italiana servirebbe una politica ben più organica e riformista, per il momento è legittimo dubitare che assisteremo a rivoluzioni copernicane. Ha dichiarato che si dimetterà entro dicembre, se non verranno stanziate risorse. Vedremo quanto riuscirà ad ottenere. Senza dubbio rimane una delle poche nomine nel segno di una sostanziale continuità.

Ministero della Cultura e del Turismo. Ritorna Dario Franceschini, evidenza di una sua conservata leadership all’interno della Sinistra italiana e della volontà di dare credito politico al Governo. Nella logica alla base della formazione del nuovo Governo, evitare per quanto possibile di assegnare incarichi ad ex ministri, Franceschini è l’eccezione. Occorreva contrapporre a Di Maio, di cui parleremo a breve, una figura significativa, probabile che avrà il compito di coordinare i Democratici presenti nell’Esecutivo. In fondo nel ruolo di Ministro non aveva deluso, ci sta un suo ritorno.

Dario Franceschini, nuovamente Ministro della Cultura e del Turismo

Ministero degli Esteri, gran finale! Intendiamoci: dovunque venisse collocato, Di Maio avrebbe suscitato reazioni di sbigottimento. Così è stato. D’altra parte, condizione necessaria per l’avvio di questo Esecutivo era trovare una poltrona per il leader M5S. Lui chiedeva di più, si è comunque ritrovato in un centro di potere decisamente significativo. Quindi ci si tura il naso e si ritiene scontato che il Ministero ombra verrà gestito da Conte in costante collegamento con Mattarella. Declinare un giudizio sul Governo solo sulla base di questa nomina appare insensato, per certi versi anche scontato. Viceversa, occorre rilevare che questa è invece un’altra mossa strategica intelligente – forse la più rilevante – che mira attraverso una sola nomina a responsabilizzare il Movimento e lo stesso Di Maio, sperando che nel tempo assumano un profilo più istituzionale e capiscano di non essere più all’opposizione o in Nicaragua in vacanza con Di Battista.

Commissario Europeo. Gentiloni è l’ultima grande mossa strategica da registrare. Se i Renziani apparivano vincitori coi Ministeri, proporre l’ex premier nel ruolo restituisce equilibri anche all’interno della Sinistra. È inoltre una personalità sobria, equilibrata, di grande caratura istituzionale, forse non un leader maximo, ma il politico di cui si sente il bisogno per ritrovare serenità e dialogo. Non è ipotesi peregrina ritrovarlo al Quirinale tra qualche anno, qualora questo Governo dovesse durare in carica.
In sintesi, non siamo di fronte ad un Governo clamoroso, non è la classica squadra vincente in partenza infarcita di campioni, ma è un team strutturato in maniera intelligente, acuta e lungimirante, in quasi totale divergenza rispetto alla formazione e alla composizione del precedente Esecutivo. È la classica squadra di buoni talenti, poco appariscenti, ma con la potenzialità di essere funzionali uno all’altro. Un Governo che nasce ben diverso rispetto a un ipotetico Esecutivo giallorosso che avrebbe potuto costituirsi subito dopo le elezioni di marzo 2018, con ben altri equilibri tra forze. Un Governo che infine palesa una sapiente regia politica. Se questa regia sia di Conte o altri, non ci è dato di saperlo. Attendiamo tutti all’opera.

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Lorenzo Mori

Lorenzo Mori, nato a Verona 11 anni dopo l'alluvione di Firenze e pochi mesi prima del rapimento Moro, si alterna tra la professione di consulente free lance (un po' commercialista, un po' controller) e il ruolo di allenatore di pallavolo. Papa' da qualche anno, ha sempre sognato di scrivere un trattato sulla città ideale, ma non lo farà mai; nel frattempo importuna gli amici di Facebook con post di lunghezza immane e pesantezza insopportabile. Nostalgico quanto basta della "polis" greca e dei campioni alla Roberto Baggio, è soprattutto appassionato di neve e boschi e il suo motto preferito, di gucciniana memoria, è: "Uscir di casa a vent'anni è quasi un obbligo, quasi un dovere"

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