Schlein: “Verona? Non diventi nostalgica e medioevale”

Classe 1985, italo-americana, laureata in Giurisprudenza a Bologna ma aspirante regista da sempre, Elly Schlein è stata attiva nelle associazioni universitarie, in particolare sui temi dell’immigrazione e del carcere con Progrè, poi come volontaria durante le campagne di Obama a Chicago. Nell’aprile 2013 ha dato vita alla protesta spontanea di #OccupyPD e nel 2014 si candida alle Europee 2014, dove viene eletta nel Nord-Est con oltre 53mila preferenze. Nel maggio 2015, per insanabile dissenso verso le riforme del Governo Renzi, esce insieme a Civati dal PD e contribuisce a fondare Possibile. In Parlamento europeo si occupa prevalentemente di immigrazione, di lotta all’evasione ed elusione fiscale delle multinazionali, e di lotta alla corruzione e alle mafie a livello europeo, è responsabile della riforma di Dublino per il gruppo Socialista & Democratico. L’abbiamo intervistata su un divanetto del Parlamento Europeo, a Bruxelles.

Inizierei con una domanda su Verona: come è vista questa città dall’Europa?

«Beh, Verona è una città importante e bellissima, storicamente e culturalmente, ha un patrimonio da tutelare, è vista come collocata tra le regioni più produttive d’Europa ed è una città sicuramente importante, nell’ambito di un contesto, quello del Nord Italia, che traina anche il resto dell’Europa.»

Piazza Bra, foto di Camilla Dalloco

Ma in termini più politici, invece?

«Un conto è la considerazione di città di Verona e dei veronesi e del ruolo di questa città, altro conto è la considerazione sulle scelte fatte dall’amministrazione. Quello che si sta muovendo è un punto di ritrovo per alcuni movimenti di estrema destra o alcuni movimenti che hanno nostalgia del Medioevo e che inspiegabilmente scelgono una città, che è anche culla di civiltà, per portare avanti invece idee e posizioni politiche, che cercano di farci tornare a un passato che non manca proprio a nessuno.»

Ecco, mi ricollego a quest’ultima frase. A fine marzo si terrà proprio a Verona il Congresso mondiale delle famiglie (Wcf): cosa ne pensi? E soprattutto, quanto questo congresso, secondo te, può andare contro i diritti fondamentali dell’uomo?

«Il Wcf è un appuntamento che vede riuniti alcuni protagonisti di questa internazionale di nazionalisti e dell’odio che purtroppo ha tanti rappresentanti in molti Paesi europei e nel mondo, che hanno scelto nel migrante, nella donna e nella comunità LGBTI il capro espiatorio di ogni male e il proprio nemico. Questo cozza chiaramente contro l’idea di società inclusiva in cui ci sia l’uguaglianza come faro, come stabilisce la nostra Costituzione all’articolo 3 e contro i principi fondamentali su cui abbiamo costruito l’Europa, tra cui l’articolo 8 del Trattato del funzionamento dell’Unione europea sulla parità di genere. Lo spettacolo indecoroso che sarà allestito in quel contesto vedrà alternarsi alcuni protagonisti con le idee più nostalgiche del Medioevo, più retrograde e oppressive nei confronti delle donne e dei diritti delle donne, perché chiaramente, lì, l’idea è quella di confinare la donna al ruolo che la vuole in casa e in cucina a occuparsi dei figli e poco altro, e non c’è niente di più lontano da quello che è scritto nella Costituzione, nei trattati e che si sente nella società.Il tipo di idea profondamente patriarcale che sta dietro al concetto di famiglia è appunto quanto più lontano da quello che è il sentimento della nostra società e in più, vorrei dare una notizia agli organizzatori: “le persone vivono già come meglio ritengono”. Le organizzazioni dell’appuntamento sono omotransfobiche che anche sulla tutela dei diritti LGBTI danno un’idea da respingere con tutte le forze perché va assolutamente contro il principio per cui ognuno è libero di scegliere come vivere. Il concetto di famiglia nel 2019 – devono convincersi – non è quello che hanno in testa loro. Usano la parola famiglia in modo propagandistico perché i personaggi che andranno a Verona, anche i nostri politici, non hanno mai fatto politiche serie per la famiglia, per avere, ad esempio, un numero maggiore di asili nido, o per aiutare a equilibrare i ritmi di vita. È solo un’idea nostalgica che vorrebbe confinare la donna al ruolo famigliare. C’è anche da dire che tra di loro il tipo di idea che portano avanti va contro la politica dell’Unione europea sulla parità di genere. L’Unione ha tra i suoi obiettivi quello di assicurare la parità di genere in tutte le misure e in tutte le politiche: economica, sociale, lavorativa, ambientale, migratoria, per questo bisogna tenere conto della dimensione di genere e non si possono scrivere buone politiche pubbliche con un occhio chiuso, quello della donna. Abbiamo un tema dilagante di violenza di genere e femminicidi soprattutto in un paese come il nostro, e per questo motivo è il momento di mettere in campo politiche serie per il contrasto di genere, ma nulla di tutto ciò sarà discusso in quella sede. Saremo in piazza il 30 marzo, a manifestare insieme a tutte le associazioni, a partire da “Non Una di Meno”, per manifestare assoluta contrarietà a che Verona diventi capitale di un’idea nostalgica, sbagliata e che neghi alla base il principio di uguaglianza.»

Foto di Sara Masera

Elly, in vista delle Europee, che cosa succederà? Ma più precisamente cosa si può promettere a tutte quelle persone che sono scese o scenderanno in piazza contro il razzismo, contro le disuguaglianze di genere e contro i cambiamenti climatici?

«Abbiamo visto e frequentato in questi mesi in tutta Italia, piazze straordinariamente partecipate su questioni legate alla solidarietà ai migranti, al rifiuto del razzismo e odio transfobico, abbiamo visto il corteo femminista a Roma con 200mila persone, abbiamo visto piazze dei lavoratori, abbiamo visto studenti e studentesse che hanno risposto all’appello di Greta Thunberg contro i cambiamenti climatici. Queste piazze sono spontanee e si muovono senza la politica. Anzi, qualche volta addirittura alla faccia della politica, perché c‘è un senso di non sentirsi rappresentati. Quindi la prima cosa da fare, con umiltà, è cercare di mettersi all’ascolto e cercare di riallacciare i fili per mettere queste istanze al centro del dibattito politico e dentro le istituzioni, dove è giusto che queste istanze si traducano in scelte politiche. La politica, però, mi sembra che ancora non abbia colto la forte richiesta di queste piazze che sono anche giustamente arrabbiate rispetto alle risposte che sono mancate in questi anni. Io credo che, per le prossime europee, per rispondere a quell’internazionale dei nazionalismi (che alla fine li mette gli uni contro gli altri, il tema migratorio è un classico esempio: si pensi a chi sta oggi bloccando le riforme che il Parlamento europeo spinge per assicurare solidarietà interna agli Stati membri, sono proprio gli amici del ministro Salvini, come Orbán, e il governo polacco) e reagire all’attacco dei diritti di tutti sarà necessario creare, a livello europeo, un fronte progressista ed ecologista insieme, che rafforzi battaglie che già condividiamo nelle istituzioni e nelle piazze. Quando questo fronte si è manifestato all’interno del Parlamento europeo abbiamo vinto battaglie importanti. Quella di Dublino, che ho curato personalmente ne è un esempio, ma anche quella per chiedere di riconoscere la violazione sistematica di alcuni principi fondamentali dello stato di diritto in Ungheria, con la collega Sargentini dei Verdi e abbiamo vinto proprio perché questo fronte si è unito e ha agito insieme. Quindi io credo che serva questo, ma serve anche a livello italiano, sì, serve costruire un fronte che superi le frammentazioni e che metta insieme tutti coloro che la pensano nello stesso modo a reagire sulle grandi sfide: le lotte alle disuguaglianze, la questione climatica, la questione migratoria, la questione della giustizia fiscale (non possiamo più tollerare i paradisi fiscali nell’Unione europea) e la questione di come democratizzare l’impianto europeo per renderlo più al servizio dei cittadini. Chi la pensa così ha oggi, la grande responsabilità di creare un progetto comune e io vedo tante persone che hanno voglia di creare un’alterativa.»

Manifestazione NUDM, foto di Giulia Camiciottoli

Dublino: la tua grande battaglia. Visto quello che sta succedendo ora a livello nazionale, i falsi dati presentati e le false vittorie, cosa si può fare per l’immigrazione e soprattutto per i migranti?  

«L’immigrazione è una sfida complessa a cui va data una risposta su più livelli: sul breve, sul medio e sul lungo termine ma anche a livello europeo, nazionale e locale. La questione fondamentale è assicurare una buona accoglienza, rispettosa del diritto internazionale e della costituzione e lo si può fare soltanto con un’accoglienza diffusa, in piccole soluzioni abitative e che veda la responsabilità equamente condivisa da tutti. A livello europeo noi scontiamo da anni l’ipocrisia del regolamento di Dublino che con il suo criterio del primo paese d’accesso ha lasciato le maggiori responsabilità a quei paesi che si trovano sui confini caldi dell’Unione europea, come l’Italia. Noi abbiamo lavorato per due anni in un delicato negoziato per assicurare che ogni Paese europeo faccia la propria parte, sostituendo il criterio del primo Paese d’accesso con un meccanismo permanente e automatico di ricollocamento che valorizzi, ovviamente, i legami significativi dei richiedenti asilo, ma che al contempo assicuri che ogni paese faccia la propria parte. Questa riforma, votata dai 2/3 di maggioranza, in una votazione storica al Parlamento europeo nel novembre 2017 è oggi bloccata al Consiglio, proprio dagli amici del ministro Salvini. Quindi, Salvini ci deve spiegare perché se si interessa tanto di immigrazione il suo partito non ha mai partecipato a nessuna delle 22 riunioni di negoziato su questa riforma fondamentale per l’Italia perché è il regolamento che ha bloccato migliaia di richiedenti asilo in Italia soltanto per il fatto di essere entrati in Europa da quella porta, ed è anche il regolamento in base al quale altri paesi europei hanno potuto rimandare in Italia e Grecia migliaia di persone per il solo fatto di essere entrate in Europa da lì. Salvini ci spieghi, perché sacrifica l’interesse nazionale su questo importante tema, sull’altare dell’alleanza politica con Orbán. Chieda ad Orbán di sbloccare la riforma di Dublino che assicurerebbe di non rivedere più quello che abbiamo visto sulla Sea Watch e sulla Diciotti. Il problema vero quindi, è che bisogna assicurare che nell’immediato le persone vengano accolte in maniera adeguata, ma poi equamente ridistribuite secondo i loro legami o, appunto, secondo un sistema automatico che distribuisca le responsabilità.»

Bihac, campo profughi in Bosnia (giugno 2018),
foto di Martina Minoletti

Ma a che punto siamo?

«Purtroppo le politiche del Consiglio europeo e ultimamente anche quelle della Commissione europea sono volte all’esternalizzazione delle nostre frontiere, con politiche che, abbiamo visto con Libia e Turchia, non sono la soluzione a lungo termine perché violano i diritti fondamentali delle persone. In questo momento quando le persone vengono respinte in Libia si viola il principio di “non respingimento” perché si sa benissimo che affronteranno torture e violenze di ogni sorta nell’inferno delle prigioni libiche. Non è una soluzione rispettosa dei diritti fondamentali posti alla base dell’Unione europea, al contempo l’esternalizzazione produce nuove rotte più pericolose che arrivano sempre verso gli stessi Paesi. Quindi, non si capisce di chi stia facendo gli interessi Salvini mettendo in atto queste politiche. L’unica soluzione per l’Italia viene da una solidarietà europea da assicurare con la Riforma di Dublino e dall’apertura di via legali e sicure per l’accesso a tutti i paesi europei come alternativa per scalzare davvero i trafficanti di esseri umani, cambiando quindi anche leggi nazionali che, come la Bossi-Fini, non c’entrano niente con l’Europa ma sono criminogene e producono illegalità. Anche per coloro che cercano un’opportunità, non c’è nessun modo di venire legalmente in Italia, bisognerebbe aspettare una telefonata di un imprenditore che ti chiama in Senegal, per esempio, e ti offre un posto di lavoro, ma questo chiaramente non succede mai. Quindi rivediamo le leggi migratorie nazionali in termini lungimiranti e assicuriamo a livello europeo la solidarietà interna e la condivisione equa delle responsabilità, come già chiedono i trattati europei.»

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Martina Minoletti

Classe 1995. Martina, ma preferisco Marti. Femminista. Ambientalista. Attivista per i diritti umani di tutt*. Aspirante giornalista/reporter. Un po’ svizzera, un po’ italiana ma ora vivo a Bruxelles. Laureata in lettere a Friburgo. Iscritta all’ultimo anno di magistrale a Verona in Editoria e Giornalismo. Amo leggere, viaggiare, passeggiare, scrivere, ridere e il mio cane, Pepe.

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Martina Minoletti

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