Stadio: la pietra tombale

Ci sono alcuni eventi liminari nella vita di una città. Eventi che non è improprio definire “pietre miliari”. Autentici “meridiani zero” che segnano passaggi epocali nella vita civile e sociale di un agglomerato di individui tenuti assieme da una mitologia condivisa.

Per Verona uno di questi – e lo scrivevamo giusto pochi giorni or sono proprio su questa testata – è indiscutibilmente la costruzione del nuovo stadio. Autentico tempio nel quale si officiano i riti di (sempre più esigua) massa della religione secolare del Butelismo.

Ebbene l’evento è talmente epocale che merita un’ulteriore analisi, utilizzando delle nuove lenti di osservazione.

Innanzitutto le forme. Sappiamo che il nuovo stadio sarà costruito in “project financing”, cioè l’onere della realizzazione sarà a carico di privati i quali avranno in cambio determinate contropartite. Che possono essere di diversi tipi, ad esempio i soldi, la moneta, oppure i quattrini – le forme possono essere differenti, la sostanza non cambia –.
Che insegnamento trarre da ciò? Che esistono project con la bollinatura del butelismo e project che ne sono privi, ovviamente. Infatti non si capisce per quale motivo il project dell’Arsenale è stato prontamente cassato da questa amministrazione perché era brutto, sporco e cattivo per il fatto che prevedeva degli aborriti spazi commerciali, mentre quello per lo stadio è stato accolto con gli onori (e gli oneri) che si riservano a un evento epocale, nonostante – stando a quanto si legge – contenga spazi ad uso commerciale pure lui. Salvo pensare che, come esiste una Ragioneria gen(D)erale dello stato che bollina i provvedimenti finanziari del governo, esista pure una ragioneria gen(D)erale del butelismo che imprime la bollinatura di “#Butelapproved” ai provvedimenti amministrativi cittadini. E quale intervento può essere più “butelapproved” di un nuovo stadio? Ma facciamo ancora qualche passo più innanzi.

Il sindaco di Verona, qualche giorno fa, per il vecchio stadio ha avuto queste parole accorate: «Il Bentegodi rappresenta la storia sportiva del calcio di Verona, delle nostre squadre e di tanti avvenimenti. È nel cuore di tutti i tifosi, anche nel mio, è lo stadio dello Scudetto e di tanti ricordi per tifosi, bambini e famiglie. Sto pensando di far lasciare una traccia della vecchia gloria e magari anche che ogni tifoso abbia un pezzo del Bentegodi». Difficile pensare che chi prova tali slanci sentimentali per un oggetto, lo voglia allo stesso tempo distruggere.  Ci torna alla mente il celebre romanzo di Yukio Mishima, Il padiglione d’oro, nel quale il protagonista appicca il fuoco a un tempio buddista che gli appare di incommensurabile bellezza come gesto estremo di amore e di rivolta estetica ispirato dalla dottrina delle scuole di buddismo che predicano l’affrancamento dalla materia ottenuto attraverso la nullificazione.

«Se incontri il Buddha, uccidilo 
Se incontri i tuoi antenati, uccidili 
Se incontri un venerabile asceta, uccidilo 
Se incontri tuo padre o tua madre, uccidili 
Se incontri i tuoi parenti, uccidili: 
Soltanto così potrai ottenere la liberazione 
Soltanto così sfuggirai all’intrico della materia e t’affrancherai.»

Consonanze metaculturali con il buddismo così interessanti evocano all’immaginazione gruppi di butei che, dotati di martelli e mazze, demoliscono loro stessi il Bentegodi, in una catarsi che richiama alla mente la distruzione del muro di Berlino da parte dei berlinesi. Operazione che oltre all’elevato valore simbolico avrebbe pure il non trascurabile vantaggio di abbattere i costi della realizzazione del nuovo impianto, almeno per quanto riguarda la demolizione del vecchio, nell’ottica del costo zero per il cittadino che è stata fatta propria dall’amministrazione.

Ma, nelle dichiarazioni del sindaco, possiamo leggere in filigrana temi ancora più profondi. L’idea che ogni butel possa avere un frammento dello stadio Bentegodi riporta al culto religioso medioevale delle reliquie. Sappiamo, infatti, quanto il Medioevo sia tenuto in somma considerazione da autorevoli esponenti di questa amministrazione per i quali esso «ha fatto anche cose buone». Del resto, come non provare nostalgia per un’epoca con l’acqua corrente quando pioveva, la pubblica illuminazione quando si bruciava qualche eretico in piazza e caratterizzata da un’approssimativa igiene personale? Oltre che da un livello di analfabetismo pari al 99,98% della popolazione? Dato quest’ultimo che evidentemente a taluni fa guardare ad esso con nostalgia. Così, dobbiamo abituarci a pensare che nella casa di (quasi) ogni veronese ligio all’adagio di “Dio, Patria, Famiglia & Butelismo”, nella vetrinetta  a fianco della bottiglia in plastica con le fogge della Madonnina di Lourdes piena di acqua benedetta, vi sia un reliquiario a forma di pallone da calcio contenente un venerabile frammento del vecchio Bentegodi. E dalle proprietà taumaturgiche.

A questo punto, però, perché non andare oltre? Definitivamente cassata l’idea del cimitero verticale che fu bandiera della precedente amministrazione, perché negli spazi lasciati liberi dalla riduzione del volume del nuovo stadio anziché a un «parco urbano» (sic… e poi nel 2345 già ci sarà quello dell’ex scalo merci) non pensare a un luogo di sepoltura tradizionale (come la famiglia), nel quale i defunti possano trovare l’estremo riposo nel venerabile terreno che fu occupato dal venerabile tempio del Butelismo?

Questa proposta è solo apparentemente provocatoria. Infatti in verità è molto “Medioevo friendly”, e sappiamo quanto il Medioevo sia apprezzato da più di un amministratore della nostra città. Essa, infatti, ribalterebbe l’odiosa usanza introdotta dall’aborrita rivoluzione francese di fare degli igienici cimiteri separati dalla città dei vivi, per reintrodurre l’uso medioevale di seppellire i defunti negli edifici sacri, tipo le cattedrali gotiche o le abbazie romaniche. O i templi del butelismo appunto. Riteniamo che un’amministrazione che ha fatto propri i contenuti di un evento reazionario come il WCF non si possa lasciar sfuggire una così importante occasione per portare indietro gli orologi della storia come quella che abbiamo testé suggerito. E di dare nel contempo un solenne schiaffo morale a tutte le ideologie nate dalla rivoluzione francese, come più volte proclamato da autorevoli esponenti politici cittadini.

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Luca Comper

Architetto, sta al giornalismo come uno scafista sta alla marineria. Appassionato osservatore delle cose, resta umile servitore nella Vigna del Signore, oltre che manipolatore seriale. Il suo motto è «ho costruito la mia causa sulla molestia»

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