Uccise dalla “cultura” del possesso

“Uccisa in casa per pochi migliaia di euro”. “Lui aveva inscenato un suicido”. Sono solo due dei titoli che hanno raccontato, lo scorso giugno, del 55esimo femmicidio in Italia, avvenuto a Verona ai danni della signora Fernanda Paoletti di 77 anni, uccisa dall’amante. Leggendo gli articoli che hanno dato la tragica notizia si comprendono dinamiche purtroppo simili a tanti altri omicidi di genere: non un raptus, ma un atto premeditato nei minimi dettagli, non per questioni economiche ma perché la donna voleva far emergere la relazione che la legava a Pietro di Salvo. Nel 2018 solo nel Veneto si contano 6 vittime per mano di parenti e conoscenti, quattro casi solo a Vicenza (Leila Gakhirovan Kinser, Paola Bosa, Tanja Dugalic, Anna Filomena Barretta), 120 in tutta la Penisola.

Cristina Martini

Episodi che sfatano i tanti luoghi comuni nel racconto mediatico della violenza contro le donne e che esce dalla fotografia riportata dalla ricerca Uomini che odiano le donne. Come l’agenzia di stampa Ansa rappresenta i casi di femmicidio secondo la nazionalità dei protagonisti a cura di Cristina Martini, media educator del gruppo Prosmedia dell’Università degli Studi di Verona. La ricercatrice spiega che «i dati raccolti nel 2018 confermano che non si  tratta di un’emergenza, ma di dati strutturali riguardanti un problema culturale ben radicato. 120 vittime di uomini che hanno fatto valere un presunto diritto di possesso nei loro confronti». La violenza di genere non sfocia improvvisamente in omicidio, ma è un percorso di abusi fisici, psicologici ed economici perpetrati tra le mura domestiche. Lo si evince anche dalla provenienza delle vittime e dei carnefici: il 71,6% delle vittime sono italiane e in 23 casi su 34 (67,6%) le vittime straniere sono state uccise dagli uomini stranieri con cui avevano un legame familiare e che le ritenevano un oggetto di proprietà, per la cultura del possesso che non ha appartenenza geografica. Gli uomini colpevoli di femmicidio sono per la maggior parte italiani: 89 (nel 74,1% dei casi), 28 stranieri (23,3%) e 3 sono ancora non identificati (2,5%).


L’agenzia Ansa racconta un femmicidio senza cadere nell’inganno delle giustificazioni e facendo emergere il problema culturale

L’errore più grande è quello di considerare la violenza di genere quale questione esclusivamente femminile o che riguarda solo determinate latitudini. Gli omicidi di genere si sono verificati soprattutto al Nord (47, il 39,1%), poi al Centro (32, il 26,6%), al Sud (26, il 21,6%) e nelle Isole (15, il 12,5%). Non riguardano solo donne giovani, ma bensì le vittime hanno un’età soprattutto tra i 31 e i 60 anni (59 su 120, il 49,1%), seguite dalle over 60 (41) e dalle donne tra i 18 e i 30 anni (15); le vittime minorenni nel 2018 sono state 5.

«Finché continueremo a giustificare questi gesti e a considerare la questione come esclusivamente femminile – puntualizza Cristina Martini curatrice nelle scuole di progetti volti a sensibilizzare sui temi della violenza di genere, cyberbullismo e discriminazioni – non ci saranno molti cambiamenti; potrebbero invece avvenire se tutti e tutte si sentissero responsabili di quanto succede alle donne, perché si tratta a tutti gli effetti di diritti umani e di percorsi di violenze che durano spesso anni.»

Nella questione rimane centrale il racconto che i media restituiscono di questa tipologia di accadimenti, dove rimane prevalente l’uso di giustificazioni attribuite al gesto dei colpevoli. Siano essi stranieri o italiani, pare esservi un tentativo di distogliere l’attenzione sul problema del possesso, attraverso l’utilizzo di pregiudizi quali la malattia mentale, il raptus, la perdita del lavoro, l’amore e la gelosia. È corretto invece far emergere i segnali presenti sempre prima del tragico epilogo, perché il ciclo della violenza di genere è un percorso subdolo che si ripete. I numeri di una ricerca non possono rendere giustizia delle storie dietro ogni tragedia, ancora più quando a sopravvivere sono gli orfani, testimoni di una violenza non improvvisa ma continua. Ma numericamente si può dire che questo fenomeno è purtroppo in aumento, 19 casi in più rispetto al 2017, 13 in più rispetto al 2016 e 14 rispetto al 2015.  

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Elena Guerra

Elena Guerra

Elena Guerra, giornalista e addetta stampa, laureata magistrale in Giornalismo, ha svolto ricerche nell’ambito del giornalismo interculturale grazie al gruppo di ricerca Prosmedia di cui è co-fondatrice. Si occupa di media relations, organizzazione di eventi culturali al fine di promuovere l’incontro di persone e culture diverse.

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