La flat tax è una buona idea?

La soluzione fiscale della Lega populista riproposta a Pontida davvero è nell’interesse del popolo?

Da Orvieto, la guida della Lega dichiara che «non farla è un suicidio, non un dispetto a Salvini», concetto ribadito a Pontida. Il ministro dell’economia Gualtieri ha affermato, di contro, che non si farà mai.

Di cosa si tratta? La proposta è di un’aliquota fiscale unica (15% fino a 55.000 euro) invece delle attuali cinque aliquote (dal 23% al 43%), che puntano a redistribuire le ricchezze ma che falliscono nell’intento a causa del nero, della complessità e della possibilità di spostare oltre il controllo dello Stato i propri patrimoni.

L’idea è semplice quanto suggestiva: con una tassa bassa nessuno sarà tentato di evadere; maggiori consumi e, quindi, più lavoro; ciliegina sulla torta, semplificazione fiscale. Più soldi e più lavoro per tutti, insomma.

Forse Salvini, devoto alla Madonna, si è ispirato alla Bibbia: «Ogni decima della terra, cioè delle granaglie del suolo, dei frutti degli alberi, appartiene al Signore; è cosa consacrata al Signore. Se uno vuole riscattare una parte della sua decima, vi aggiungerà il quinto. Ogni decima del bestiame grosso o minuto, e cioè il decimo capo di quanto passa sotto la verga del pastore, sarà consacrata al Signore». (Levitico 27:30-32)

Dove viene applicata? Un elenco molto lungo, che vede tra gli Stati più prestigiosi Ungheria, Romania, Estonia, Lettonia, Lituania, Russia e molti Paesi poveri o paradisi fiscali. Alcuni Stati ne hanno tratto benefici per il PIL come Russia e Repubbliche baltiche, per altri no: l’Ungheria, per esempio, che l’ha introdotta nel 2011, è stata costretta ad applicare una serie di nuove imposte principalmente sulle società transnazionali; pure la Slovacchia ha fatto marcia indietro. È un azzardo, insomma: una riduzione dell’introito fiscale certa in cambio di una crescita dei consumi sperata quanto incerta.

Chi ci rimette? Perché, a invarianza di risorse, se qualcuno ci guadagna qualcun altro ci rimetterà (e partiamo da un – 40-60 miliardi di euro, ovvero il costo iniziale per finanziarla). E, a rimetterci, è il ceto medio: il popolo della Lega. Perché – anche secondo la ricetta salviniana – non solo chi guadagna 100.0000 euro pagherà le stesse tasse di chi ne guadagna 56.000 euro, ma anche il Welfare (scuole, ospedali…) ne risulterà fortemente ridimensionato. Un correttivo sarebbe il quoziente familiare ma, con i redditi schiacciati tipici dell’economia italiana, in realtà poco cambierebbe.

Una rivisitazione de “Il quarto Stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo

Sarà fondato questo pessimismo? La Romania, per esempio, è in forte crescita e attrae capitali (non a caso, è usuale nei paradisi fiscali): ma cresce, altrettanto forte, la diseguaglianza sociale mentre la flat tax dovrebbe, in teoria, avvantaggiare proprio il ceto medio. Basta poi confrontare quanto offerto dall’Italia attuale con i paesi con la flat tax: alcuni Stati degli USA, Timor Est, Mongolia, Kazakistan, Bolivia… Con quanto risparmiato con le tasse, il ceto medio dovrà poi compensare tutte le nuove spese e le attuali deduzioni: la retta annuale di un’università americana è di almeno 20.000 euro, di Harvard 38.000 euro. Auguri.

La speranza dei fautori della flat tax si fonda sul fatto che le minori entrate del gettito fiscale sarebbero riequilibrate da maggiori consumi. Ma a differenza della Romania, l’Italia è un Paese demograficamente anziano: quindi, sempre meno propenso al consumismo e agli investimenti e più portato a tesaurizzare. L’economia non volerà per il boom dei montascale e dei deambulatori.

Alla fine di tutto questo ragionamento economico, rimane una considerazione etica. Se il mercato viene risvegliato dalle spese dei ricchi, se l’economia si muove intorno alle necessità di coloro che possono spendere e spandere, la produzione si orienterà prevalentemente verso il lusso. Con una prospettiva sociale davvero avvilente: masse di lavoratori avranno senso solo per soddisfare i bisogni di una élite di privilegiati e dovranno pure ringraziare di alimentare il sogno del lusso, un sogno dal quale sono tanto necessari quanto esclusi. L’Italia, insomma, come un’enorme Foxconn.

Pensate: ogni giorno, ogni mattina, mentre fuori è buio e freddo, vi alzerete e sfiderete l’inverno per andare a produrre qualche scemenza costosa firmata Lapo per il sollazzo distratto di un Gianluca Vacchi qualsiasi. Ciaone poveri.

Gianluca Vacchi, simbolo di Instagram, saluta i poveri

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Stefano Magrella

Veronese d'origine, vanta ascendenze cimbre tutte da dimostrare. Docente di lettere, viene definito amorevolmente dai suoi cari come polemico, pesante, pedante e pignolo. Nel tempo libero assapora ogni sfumatura della noia.

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