La Manovra del cambiamento… ma ne siamo sicuri?

La Manovra 2019 è stata finalmente approvata, quasi fuori tempo massimo, negli ultimi giorni di dicembre 2018, con la consueta doppia approvazione di Camera e Senato e la firma del Presidente della Repubblica. Ora è Legge, mai come questa volta figlia di un percorso simile in tutto e per tutto a una Via Crucis più che a un normale iter parlamentare, osteggiata dalle opposizioni non solo per il contenuto ma anche per le tempistiche con cui è stata portata all’attenzione del Parlamento con veloci e quasi assenti dibattiti e passaggi nella Commissione competente. Rivista, modificata, corretta più volte, malvista dall’Unione Europea, reclamizzata dal Governo come Manovra del Popolo, del cambiamento, la Legge 30 Dicembre 2018, n.145 recante: «Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021», appunto da tutti conosciuta come Manovra è, o non è, una Legge di cambiamento?

Innanzitutto, riguardo la forma si può affermare senza dubbio alcuno che questa Manovra non si discosti affatto da quelle precedenti e da abituali consuetudini tutte italiane nel redigere testi di Legge, essendo di difficilissima lettura e interpretazione con i suoi 19 articoli, il principale composto da ben 1.143 commi. Certamente chi lavora in ambito giuridico è avvezzo a orientarsi in testi e norme dense di riferimenti incrociati, che formano matasse concettuali difficili da dipanare anche per i professionisti del settore, ma sarebbe ora che qualcuno si interrogasse se così facendo il cittadino si senta più o meno vicino alle istituzioni. Domanda retorica. Questa Manovra non solo non si discosta dagli usi legislativi tipici della Prima e della Seconda Repubblica, ma pure sembra tracciare una via ancor più articolata e complessa, forse conseguenza di un iter pieno di inciampi e rettifiche, in cui i proclami televisivi si sono sovrapposti a correzioni e integrazioni non sempre concordanti con le dichiarazioni. No, la forma non è di rottura né di cambiamento, affatto.

Il Ministro Tria a colloquio con Moscovici, Commisssario per gli Affari Economici e Monetari della UE

Veniamo dunque alla sostanza, ai provvedimenti e alle riforme introdotte. Gli aspetti più rilevanti, a detta del Governo, logico motore di questa Manovra, sono legate alla riforma delle Pensioni e al Reddito di Cittadinanza, le prime tanto care alla Lega, il secondo al M5S. Diciamolo francamente: rispetto a questi due grandi temi occorre attendere i Decreti Attuativi (si, sono pronti e disponibili a una lettura online, ma sono bozze, chi può giurare che non verranno cambiati?). Sembra perciò impossibile esprimere giudizi su ciò che ancora non è stato normato e definito nella sua attuazione finale. È forse ingeneroso verso il Governo segnalare come allo stato attuale si siano evidenziati solo intenti e fondi per realizzare le promesse elettorali, ma non le modalità. Troppo poco fin qui, specie se relazionato ai grandi proclami rivoluzionari. Il sospetto è che tempi e fondi non siano sufficienti a concretizzare ciò che la Politica ha promesso al Popolo in questi lunghi mesi di campagna elettorale a urne già chiuse e Governo insediato. Che si ipotizzi che l’Esecutivo stia cercando di intorbidire le acque, come si usa dire, occorre però rimanere neutrali fino a prova contraria, in attesa di giudizio. Quel che è certo è che molti cittadini avrebbero voluto molta più chiarezza: la Fornero è superata? Si, no, forse no. A quota 100 si va in pensione? Si, ma… Quando saranno pronti i nuovi Centri per l’Impiego riformati? Tra quattro mesi… ipotesi non ottimistica, utopistica, a onor del vero. Ecco allora che si affaccia l’incubo di una riforma carica di impegni, aspettative, intenti, ma con un Testo di Legge decisamente lontano dai desiderata indirettamente espressi con il voto del 2018. Giudizio provvisorio? Per ora non è una Manovra del cambiamento, se lo sarà, forse avverrà in futuro, nulla di certo al momento.

La sensazione è che si tratti di una ciclopica e ben congegnata operazione di marketing elettorale che andrà a sgonfiarsi nel giro di alcuni mesi e in cui l’unica certezza è il disorientamento del cittadino, pur solerte nella volontà di comprendere, pur accanito sostenitore di questo Esecutivo. Il problema è che, oltre a lasciare ferite istituzionali nella politica interna, figlie della Via Crucis di cui accennato sopra, ma anche nella politica estera e nei rapporti con l’Europa, con la quale si è forzata la mano fino quasi al punto di non ritorno, questa Manovra con tutta probabilità lascia dei macigni per il futuro.

Primo tra tutti va ricordato il potenziale aumento dell’Iva per il biennio 2020/2021, l’unico grande tema in cui cittadini, politici ed economisti concordano nell’affermare che vada evitato a tutti i costi. Non è poi da trascurare il potenziale aumento della tassazione locale (che il Governo precedente si era premurato di impedire), con decine di Comuni pronti ad aumentare aliquote IMU e affini, dovendo fare i conti con bilanci in rosso e spese in aumento, per tacere infine di una serie di altri provvedimenti che introducono squilibri sospetti, quali ad esempio una tassazione troppo incentivante per i lavoratori autonomi rispetto ai dipendenti, aspetto questo che a livello previdenziale e sociale presenta dubbi e pericoli già da tempo paventati. No, non c’è da scandalizzarsi se l’aliquota iva del tartufo goda di favori particolari contrariamente ad altre tipologie di prodotto più tipiche della necessaria cura della persona: probabilmente questi sono aspetti marginali, pur eticamente discutibili, che trovano la loro reclamizzazione sulle pagine di Facebook, ma che non impattano più di tanto nella vita dei cittadini.

Ciò che manca a questa Manovra è il suo carattere rivoluzionario. Eccezion fatta per il Reddito di Cittadinanza, quando verrà mai avviato, non ci sono particolari segnali di discontinuità verso il passato, tra condoni mascherati, millantata riduzione delle imposte e miriade di provvedimenti ad hoc che sembrano marchette elettorali di vecchia memoria.

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Lorenzo Mori

Lorenzo Mori, nato a Verona 11 anni dopo l'alluvione di Firenze e pochi mesi prima del rapimento Moro, si alterna tra la professione di consulente free lance (un po' commercialista, un po' controller) e il ruolo di allenatore di pallavolo. Papa' da qualche anno, ha sempre sognato di scrivere un trattato sulla città ideale, ma non lo farà mai; nel frattempo importuna gli amici di Facebook con post di lunghezza immane e pesantezza insopportabile. Nostalgico quanto basta della "polis" greca e dei campioni alla Roberto Baggio, è soprattutto appassionato di neve e boschi e il suo motto preferito, di gucciniana memoria, è: "Uscir di casa a vent'anni è quasi un obbligo, quasi un dovere"

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